Si è tenuta ieri presso la Federazione Nazionale della Stampa un’importante conferenza, con la presenza in collegamento da Buenos Aires del Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, promotore insieme a Nora Cortiñas, una delle Madri de Plaza de Mayo, di un appello contro l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange.

Il pacifista argentino, uno dei padri della resistenza contro la dittatura militare, ha chiarito il rischio che corre il fondatore di WikiLeaks: se si compie il misfatto giudiziario in corso presso il carcere speciale di Belmarsh nel Regno Unito, l’arrivo in un penitenziario statunitense segnerebbe la fine. La questione del giornalista australiano è, ormai, sulla linea di confine tra la vita e la morte. Un’eventuale condanna a 175 anni di carcere sarebbe una condanna capitale.

Ma con Assange morirebbe ciò che resta della libertà di informazione e del diritto di cronaca. Parliamo ora di Assange, ma la mannaia rischia di abbattersi anche su collaboratrici e collaboratori della coraggiosa iniziativa editoriale. E la cascata repressiva ricadrà su un intero mondo di divulgatori delle verità sotterrate dal potere segreto di cui ha scritto ampiamente Stefania Maurizi, protagonista del dibattito. Ricordiamo qualche dato inquietante: dal 1993 1.400 cronisti sono stati uccisi; 55 solo quest’anno.

Insomma, l’informazione sta sempre più stretta alle logiche dell’autoritarismo strisciante in corso. Pensavamo a Russia, Cina o Iran, per citare luoghi di repressione nota del dissenso. Il caso Assange svela la realtà dell’Occidente, ricco di leggi e carte costituzionali apparentemente democratiche, contraddette da una pratica coercitiva sempre più netta.

Pérez Esquivel si salvò all’ultimo minuto dall’ormai certo volo omicida nell’oceano grazie a una straordinaria campagna di opinione, che costrinse i gerarchi a ripensarci in limine dopo aver avviato la spietata procedura. Esquivel ha proposto di replicare – l’ha detto pure con decisione la sua collaboratrice Grazia Tuzi – quella mobilitazione delle coscienze.

Hanno raccolto l’invito il presidente della FNSI Giuseppe Giulietti con il segretario Raffaele Lorusso, l’Ordine nazionale dei giornalisti con il suo responsabile Carlo Bartoli e Daniele Macheda dello specifico sindacato della Rai. Insomma, le istituzioni dell’informazione italiana, facendo eco alle prese di posizione dell’organizzazione mondiale degli stessi giornalisti e di diverse associazioni nazionali, sono scese in campo con nettezza. Chissà se, finalmente, le principali testate della carta stampata o i canali radiotelevisivi decideranno di battere un colpo.

Dopo la decisione della Ministra degli Interni del Regno Unito Priti Patel, qualche segno di attenzione vi è stato. Ad esempio, ha lasciato capire che prenderà qualche iniziativa a tutela del suo connazionale il premier australiano Anthony Albanese, mentre i parlamentari dell’assemblea del Consiglio d’Europa Andrej Hunko, Gianni Marilotti e Roberto Rampi hanno annunciato in diretta una mozione da depositare durante i lavori di Strasburgo.

Sono intervenuti con estrema puntualità l’esponente di Amnesty International Tina Marinari, nonché gli ex magistrati Franco Ippolito e Armando Spataro, assai critici nei riguardi di un percorso giudiziario che appare un atto politico piuttosto che un effettivo approfondimento di merito. Ippolito ha evocato la Corte Penale Internazionale e Spataro ha rammentato le vicende che seguì da vicino riguardanti i servizi segreti d’oltre oceano. Tra le tante cose dette da personalità eminenti del diritto.

Il mondo della cultura si è espresso con la voce del rappresentante dell’associazione degli autori Giuseppe Gaudino e con Laura Morante, interessatissima a fornire un attivo contributo alla campagna per la liberazione di Assange. In tal senso va la scelta dell’archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico di cooptare simbolicamente tra i garanti della fondazione il giornalista sotto accusa.

Numerose le attestazioni arrivate o direttamente dalla sala o attraverso messaggi: l’associazione per il rinnovamento della sinistra con Aldo Tortorella e Franco Argada; l’ANPI con Gianfranco Pagliarulo; l’ARCI con Carlo Testini; Elena Marzano della trasmissione Presa diretta; Renato Parascandolo di Articolo21.

Il nostro giornale ha espresso la volontà di svolgere un ruolo significativo nell’azione che si dispiegherà già nei prossimi giorni, per supportare il ricorso contro la firma dell’esponente del governo di Boris Johnson e quello delicatissimo rivolto alla Corte Europea dei Diritti Umani, dove si giocherà l’ultimo atto.

Stefania Maurizi ha ricapitolato, in conclusione, le tappe dell’orribile vicenda, dove i cattivi stanno vincendo. Per ora, almeno.

L’articolo originale può essere letto qui