L’8 novembre di undici anni fa terminava con un’azione violenta dell’esercito marocchino l’esperienza di 28 giorni dell’accampamento pacifico di Gdeim Izik. Abbiamo intervistato uno dei giovani protagonisti di quell’esperienza.

Conobbi Hassana Aalia alcuni anni fa, quando vivevo a Barcellona. Era arrivato da poco e vi fu una grande campagna perché avesse diritto all’asilo politico. L’ha ottenuto e ora ci sentiamo telefonicamente per una lunga intervista.

Hassana, raccontaci la tua storia

Mi chiamo Hassana Aalia, ho 33 anni, sono un saharawi della capitale El Aaiun. Ho avuto la fortuna o la sfortuna di nascere e crescere in un territorio occupato militarmente, dove i diritti umani sono sistematicamente violati dall’occupazione marocchina. Fin da bambini abbiamo avuto la consapevolezza di vivere in un paese occupato, con una cultura differente. La metà della nostra popolazione, la metà delle nostre famiglie, vive negli accampamenti di rifugiati in Algeria; tutti noi nella zona occupata abbiamo uno zio, un nonno, un familiare nei campi profughi. Fin da piccoli abbiamo iniziato a soffrire, a capire quale era la situazione, dai primi maltrattamenti fino alle torture.

Cosa succede nelle scuole della zona occupata? I bimbi si mescolano?

Non potete immaginare come gli insegnanti (quasi tutti marocchini) ci trattassero fin dall’inizio in modo differente. Noi abbiamo un accento diverso e veniamo subito etichettati. Ricordo come ci dividevano in due file differenti e poi ci maltrattavano denigrandoci, trattandoci da sporchi e stupidi, fino a picchiarci. Ricordo come i nostri voti fossero sempre i più bassi. Non dimenticherò mai quanto ho sofferto dentro le aule della scuola che frequentavo. Nel 1999 ci fu una grande manifestazione e l’esercito marocchino utilizzò le scuole per montare accampamenti.

Quanti eravate in proporzione in una classe?

Eravamo una minoranza; almeno i tre quarti degli alunni erano marocchini.

C’era comunque solidarietà tra bambini?

C’erano bambini che si avvicinavano a noi; ricordo che alcuni, durante la ricreazione, ci dicevano: “Ma perché vi trattano così?” Alcuni si rendevano conto dell’ingiustizia.

Ma fuori da scuola giocavate insieme?

Bisogna capire che nella zona occupata del Sahara Occidentale c’è una sorta di apartheid simile a quello sudafricano, che relega in alcune zone delle città la popolazione saharawi, isolandola. D’altra parte, il regime marocchino continua a incentivare gli arrivi dei coloni e noi siamo sempre meno. È drammatico.

Ho studiato fino ai 19 anni, subendo sempre le stesse discriminazioni. E non ho smesso io di studiare, ma mi hanno obbligato ad abbandonare in seguito al mio attivismo nella scuola per i diritti e per la nostra causa. Ricordo che la polizia entrava nelle scuole cercando giovani saharawi che partecipavano al movimento di liberazione. Ricordo come i professori segnalassero dove abitava ciascuno di noi. In tutta la mia carriera di studente ebbi solo una professoressa saharawi e ci diceva che lei non poteva dire nulla su come venivano trattati i ragazzi, perché avrebbe potuto perdere il lavoro. Molti lavoratori saharawi hanno perso il posto per aver rivendicato giustizia e denunciato i maltrattamenti subiti.

Quando è iniziato il tuo attivismo?

Nel 2005 circa, a 16 anni: nel maggio di quell’anno ci fu una grande ondata di manifestazioni e di proteste. Migliaia di persone scesero in piazza per rivendicare l’autodeterminazione del popolo saharawi. Io ricordo bene quei giorni, fu impressionante la forza e la determinazione; c’erano tutti, famiglie con bambini, giovani, anziani. Fu la prima volta dopo molti anni e ci ritrovammo in tanti. Da allora per il mio attivismo cominciai a “entrare” nei commissariati, dove ho sofferto tutti i tipi di torture e maltrattamenti che non potete neppure immaginare.

Il tuo attivismo era alla luce del sole o clandestino?

All’inizio era clandestino. Facevamo azioni pacifiche, scrivendo sui muri, appendendo le nostre bandiere, dando volantini, mettendo striscioni nelle scuole, registrando video e musiche e manifestando in piazza coi volti coperti per non essere riconoscibili. Nell’ottobre del 2005 durante una manifestazione arrivò la polizia e mi arrestarono per la prima volta. Avevo sempre sentito parlare delle torture, ma lì le provai sulla mia pelle. Uscii il giorno dopo, con molte conseguenze sul mio corpo. Dovetti curarmi in casa a lungo.

Da allora sono stato arrestato varie volte. La più dura fu nel 2008, quando rimasi per una settimana desaparecido. Nessuno sapeva dove fossi, mia madre mi raccontò che mi cercava dappertutto, negli ospedali, nelle carceri, aspettando ore davanti al commissariato. Era terrorizzata che potessi diventare come quei giovani che rimangono desaparecidos per anni.

Cosa succede nelle famiglie in queste situazioni? I genitori dicono ai figli o alle figlie di “non immischiarsi”?

In realtà si mescolano le emozioni: da una parte c’è la paura di perdere i figli e di vederli soffrire. Alle madri in particolare succede di doverli cercare, di non dormire più, di stare male, molto male. D’altra parte però c’è l’orgoglio di sapere che un figlio o una figlia sono in carcere per la nostra patria, per la nostra lotta. Certo, molte famiglie hanno paura e, sapendo cosa rischia chi lotta, non vogliono che accada ai loro figli.

In questa lotta vi “riconoscete” facilmente tra voi. E’ difficile che ci siano infiltrati?

Sicuramente ce ne sono; in ogni lotta c’è qualcuno che si vende, ma in questi anni l’ho sempre vista crescere. All’inizio era clandestina, ma dal 2008 abbiamo deciso di lottare a viso aperto, liberamente.

Poi c’è stato l’accampamento di Gdeim Izik

Si, è stato un momento eccezionale, straordinario, l’accampamento della dignità. È stata un’azione nonviolenta, pacifica che ha riunito tra i 20 e i 30mila saharawi di tutte le età. Abbiamo lasciato le nostre città, le nostre case, per andare nel deserto con le nostre tende e rimanervi fino a ottenere il diritto di vivere liberamente nei nostri territori. Abbiamo montato più di 8mila tende, che noi chiamiamo haima, perché nella cultura saharawi la haima è molto importante. Mandammo al Marocco un messaggio chiaro: siamo un popolo ben organizzato. Fu incredibile vedere i tanti volti felici dei saharawi, perché era la prima volta che vivevamo insieme, uniti, in libertà. Per 28 giorni non abbiamo visto un colono. Eravamo liberi dai nostri oppressori. Nessuno di coloro che ha vissuto quell’esperienza magnifica può dimenticarla.

Iniziò il 10 di ottobre del 2010, 10-10-’10 e terminò l’8 novembre, alle sei della mattina, quando l’esercito marocchino ci attaccò in forze. La repressione fu inaspettata e brutale. Bruciarono, spararono, da veicoli e da elicotteri. Già il 24 ottobre, lo ricordo benissimo, avevano assassinato un ragazzino di 14 anni mentre cercava di entrare nell’accampamento.

Come faceste a gestire l’accampamento con l’accerchiamento militare, che immagino cominciò subito? Come faceste a procurarvi acqua e cibo?

Lì si vide la solidarietà del popolo. Nei primi giorni lasciavano entrare e uscire, ma nell’ultima settimana non poteva entrare nulla. Sapevamo che questo avrebbe potuto succedere, eravamo preparati, ma comunque la solidarietà tra tutti fu straordinaria, condividemmo tutto quello che avevamo. Lo ripeto ancora, fu straordinario e mi emoziono ancora a raccontarlo. Lo stesso fu per la pulizia, la vigilanza, la costruzione di servizi igienici. Si aprì anche una scuola per i bimbi, si tennero attività culturali e concerti.

Quando iniziaste il Marocco fu colto di sorpresa?

Certo, ma erano convinti che non avremmo resistito più di una settimana, che ci saremmo stancati, che sarebbe mancato qualcosa. Un tentativo precedente non era riuscito, perché i militari erano arrivati quasi subito e avevano smantellato le poche tende che c’erano; la seconda volta crescemmo rapidamente e funzionò. Nel giro di tre giorni c’erano già centinaia di tende. In quel tempo vi fu una contrattazione, un tavolo di trattativa col governo marocchino, ma ricordo un nostro compagno, che ora è in carcere, condannato all’ergastolo, che diceva: “Otterremo qualcosa solo finché staremo qua. Se torniamo a casa non otterremo nulla… Dobbiamo continuare”. La gente voleva continuare, la gioia era tanta, anche senza acqua corrente, il senso di libertà era meraviglioso.

Con l’accampamento di Gdeim Izik riuscimmo a rompere due muri: quello della paura e quello del blocco informativo, del silenzio dei media nel mondo. I canali internazionali si accorsero di noi.

Quel risveglio all’alba dell’8 di novembre fu uno shock terribile. Famiglie che non respiravano, gente che correva, cadeva, molta paura. Distrussero tutto. Cercammo di proteggere in qualche modo, con le automobili che avevamo, le donne, gli anziani, i bambini. Da El Aaiun si vedeva il fumo, la gente si incamminò verso la città, con le poche cose che era riuscita a mettere in salvo. Quel giorno si manifestò in città fino a mezzogiorno. La polizia e l’esercito cercarono di fermarci, ma eravamo tanti. La polizia invitava i coloni a scendere in piazza contro di noi. Fu molto duro. La repressione che seguì fu brutale. In dicembre fui arrestato anch’io. Ricordo una delle sale dove torturavano, c’era sangue sui muri, dappertutto. Quando uscii cominciai a viaggiare per raccontare quello che era successo. Nel 2011 venne emesso un nuovo mandato di cattura per me e mi rifugiai in Spagna, chiedendo asilo politico. Nel 2013 si celebrò un processo nei miei confronti, che finì con una condanna all’ergastolo per ribellione. Solo la pressione della solidarietà internazionale ha fatto sì che la Spagna mi concedesse l’asilo politico.

Da allora giro per la Spagna e non solo a raccontare la lotta dei saharawi, denunciando le condizioni del mio popolo e soprattutto di coloro che sono reclusi nelle carceri marocchine per motivi politici o, peggio, che sono spariti. I processi nei nostri confronti sono stati processi farsa, illegali, senza garanzie.

Tutti i prigionieri politici di Gdeim Izik sono in territorio marocchino, al nord, lontani migliaia di chilometri dalle famiglie. Le torture continuano: violenze sessuali con bottiglie, unghie strappate, ferite, bruciature.

In Spagna puoi muoverti liberamente?

Sono in Spagna da dieci anni, ma i primi sei non potevo lasciarla, ero in attesa dell’asilo politico. Non fu per nulla facile: nel 2015 il governo spagnolo (pressato sicuramente dal governo marocchino) voleva espellermi dal Paese e il Marocco chiedeva la mia estradizione. Solo la mobilitazione della società civile spagnola, delle organizzazioni per i diritti umani, delle ONG, delle amministrazioni locali, fece sì che nel 2016 ottenessi l’asilo. Ora posso muovermi e viaggio anche nel resto d’Europa, per raccontare la situazione del nostro popolo. Posso andare dappertutto, fuorché in Marocco.

Sono l’unico condannato all’ergastolo per ribellione dal tribunale militare marocchino a essere libero e fuori del Paese. Vivo a San Sebastian nei Paesi Baschi, ma viaggio continuamente, ovunque mi chiamino. Sono stato anche a Ginevra, alle Nazioni Unite. Spero di venire anche in Italia. Andiamo avanti.