Sabato 15 e domenica 16 maggio si sono svolte le elezioni per eleggere i candidati alle convenzioni costituzionali, governatori regionali, sindaci e assessori. Al momento, dei 14 milioni 900 mila persone autorizzate al voto, solo circa il 40% si è presentato ai seggi.

Nelle votazioni, la cosiddetta destra politica ha ottenuto molto meno di 1/3 dei seggi convenzionali, il che renderebbe impossibile porre il veto ad alcune iniziative che non rappresentano il proprio settore, mentre la maggior parte dei seggi sono stati conseguiti da indipendenti provenienti da ciò che la sociologia liberale chiama “centrosinistra”, frammentata in diverse liste.

E, ovviamente, i partiti politici professionalizzati e tradizionali sono stati schiacciati nella logica elettorale.

La breve analisi che segue si basa sul fenomeno dell’astensione elettorale e sulla situazione della sinistra anticapitalista.

La crisi di rappresentatività e legittimità della cosiddetta “democrazia elettorale” in Cile è un fenomeno di vecchia data che è nato con la transizione concordata tra la dittatura di Pinochet, gli interessi del Pentagono statunitense e i leader dei partiti sociali-liberali, come la Democrazia Cristiana e un settore del Partito Socialista, alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 del Ventesimo secolo. Prima, ad eccezione dei mille giorni dell’Unità Popolare di Salvador Allende, le classi lavoratrici e popolari non avevano mai visto una democrazia liberale regolare, capace di incorporare i diritti sociali e umani nella vita della popolazione.

Indipendentemente dal plebiscito del 25 ottobre sull’approvazione o sul rifiuto della riforma della Costituzione redatta dalla dittatura di Pinochet nel 1980, l’approvazione ottenne l’80% e il rifiuto un 20%, una serie di confabulazioni e operazioni tipiche di un sistema di partiti politici istituzionali a due poli (imitazione del sistema americano tra repubblicani e democratici) e truccato dagli interessi dei grandi gruppi economici dei capitali combinati ha finito per trasformare l’elezione dei candidati alla prossima convenzione costituzionale in una formula (anche tecnicamente e giuridicamente) antidemocratica (https://kaosenlared.net/chile-convencion-constitucional-ni-constituyente-ni-democratica/ e https://kaosenlared.net/chile-convencion-constitucional-ni-constituyente-ni-democratica-ii/).

Tra i fattori determinanti per cercare di spiegare un simile scenario, non basta verificare la conciliazione tra classi e la collusione di interessi del sistema politico, salvo poche eccezioni. Una certa narrativa elettorale afferma che la convenzione costituzionale è il risultato della rivolta sociale e popolare che ha scosso la società dal 18 ottobre 2019, fino a circa marzo 2020, quando la pandemia da Covid-19 ha iniziato a devastare la popolazione, limitando la lotta di classe esplicita in tutto il mondo. A tal proposito, durante i giorni di mobilitazione sociale, è stata richiesta l’uscita del regime di Sebastián Piñera, ma nessuno, in maniera coordinata, ha mai parlato di convenzione costituzionale. Ciò significa che, senza movimento, il 18 ottobre non vi è convenzione costituzionale, né la richiesta che ha acceso le proteste. Ai vertici, le potenze e le classi dominanti hanno metabolizzato a loro favore un processo di lotta di classe che, a causa del virus e delle misure sanitare richieste, non costituiva un progetto politico strategico emancipatorio né i suoi strumenti politici per contenere e valorizzare quel progetto «in attesa».

D’altra parte, alcuni settori della rivolta sociale sono giunti ad esprimere come esigenza centrale la realizzazione di un’assemblea costituente, un’equazione politica che non ha alcun rapporto con la convenzione costituzionale. In altre parole, prima della caduta di un intenso momento di lotta di classe, la pandemia ha funzionato come una bombola di ossigeno, non solo per il regime di Piñera di estrema destra, ma anche per tutti i gruppi, partiti, entità funzionali all’ordine capitalista e autoritario, patriarcale, razzista e conservatore che caratterizza l’establishment in Cile.

Oltre le aree progressiste oneste e ben intenzionate che hanno sollevato candidature volte a partecipare alla convenzione costituzionale (con tutto contro, tra l’altro) e che hanno inoltre ottenuto le quote, colpendo la destra politica; riguardo alla sinistra antisistemica, il movimento del 18 ottobre non si è ancora cristallizzato in un concetto politico liberatorio, anticapitalista con espressioni organiche nuove ma concrete, e così, ancora una volta i rapporti di forza esprimono il complesso dominante che produce e riproduce il regime del profitto. Il trionfo dei candidati indipendenti e anche di quelli della sinistra istituzionale, di per sé, non significa un cambiamento nel paradigma di civiltà in chiave anticapitalista. Sì, è possibile e a determinate condizioni (unione di intenti, ecc.), che possa consentire al “progressismo” una maggiore capacità di negoziazione con la destra politica.

Astensionismo

Che la popolazione non sia andata a votare per mancanza di propaganda elettorale, pandemia o problemi amministrativi è solo effetto di quegli stessi rapporti di potere sfavorevoli rispetto agli interessi delle classi lavoratrici e popolari.

Oggi si parla molto del «distacco dalla realtà» subita dalle varie manifestazioni dell’ordine costituito. Apparentemente, questo «distacco dalla realtà» non è monopolio della destra, ma anche della sua opposizione formale.

Se la popolazione non è andata a votare, è anche perché le esigenze che guidano le lotte non sono legate alle dinamiche e alle offerte dei «politici di professione», né a uno scenario sociale che acquisisce solo consapevolezza dei propri interessi e diritti, principi e politicizzazione, nello sviluppo stesso delle lotte popolari.

Di Andrés Figueroa Cornejo

 

 

Traduzione dallo spagnolo di Rossella Crimaldi. Revisione: Silvia Nocera