La pandemia deve spingerci ancor più a fermare le spese militari!

E a convergere in una lotta per una economia di pace, orientata alla salute delle persone e dell’ambiente.

Appunti di Alfonso Navarra, portavoce dei Disarmisti esigenti

La pandemia imperversa con la sua seconda ondata, l’Italia è nell’occhio del ciclone, il nostro modello sociale, collegato ideologicamente al neoliberismo, con la sanità privatizzata e asservita a Big Pharma, non riesce a farvi fronte; ma le spese militari vanno avanti lo stesso con la legge di bilancio 2021. Il governo giallo rosa su questo punto (come del resto su molti altri) è in continuità sostanziale con il governo giallo verde.

Il sistema sanitario, millantato come “eccellenza”, non regge all’emergenza Covid anche grazie ai drastici tagli che ha subito negli ultimi anni. Ma soprattutto a causa della filosofia di fondo con la quale è stato re-impostato.

La polemica che ha guadagnato la ribalta del dibattito pubblico è se fare ricorso o meno ai fondi del MES; comunque sia, si pensa bene (cioè male) di aumentare gli investimenti per la difesa, considerati “un volano indispensabile per la ripartenza”. All’inverso di quanto proponiamo noi ecopacifisti con le nostre campagne, NO OSPEDALI SI ARSENALI è lo slogan che potremmo attribuire alle élites al potere. (Non solo Confindustria, come scontato, la stessa CEI ha aderito a questa impostazione: e così possiamo spiegare lo scivolone dei “francescani” sulle Frecce Tricolori ad Assisi).

Tornano allora in Parlamento i programmi della Difesa: portaerei, cacciabombardieri, blindati, nuovi elicotteri, satelliti e difesa spaziale. Si abbeverano a due fonti: fondi diretti del Ministero della Difesa e di quelli messi a disposizione dal Ministero per lo Sviluppo Economico.

E non si toccano le missioni militari all’estero, una componente significativa delle spese militari.

Il bilancio statale presentato dal governo Conte, se il Parlamento lo accettasse così come è, farebbe scattare a circa 24,5 miliardi di euro il solo budget del Ministero della Difesa. Qui – per ragioni di semplificazione divulgativa – possiamo citare, per le cifre precise, la sintesi effettuata dal SERVIZIO STUDI della Camera dei deputati della legge di Bilancio 2021, tecnicamente il DDL AC 2790.

Il ddl di bilancio 2021-2023 (A.C. 2790) autorizza, per lo stato di previsione del Ministero della difesa, spese finali, in termini di competenza, pari a 24.541,8 milioni di euro nel 2021 (erano 22.941,7 milioni di euro nel 2020), a 25.160,6 per il 2022 e 23.489 per il 2023”.

La spesa complessiva di natura prettamente militare non si esaurisce – questo ad esempio nella Lega Obiettori di Coscienza lo abbiamo scoperto da decenni – con i fondi assegnati al Ministero della Difesa. Ad essi vanno aggiunti quelli di altri dicasteri mentre andrebbero sottratte le funzioni non militari: quindi la quantificazione esatta di quello che si intende con spesa militare non è affatto facile. Relativamente più semplice è invece tratteggiare il prospetto delle risorse destinate all’acquisto di nuove armi: analizzando i capitoli specificamente legati all’investimento troviamo poco oltre i 4 miliardi di euro allocati sul Bilancio del Ministero della Difesa e circa 2,8 miliardi in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, a cui vanno aggiunti i 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d’arma pluriennale. Facendo la somma si arriverebbe dunque ad un totale di ben 6,9 miliardi, probabilmente sovrastimati (nei Documenti Pluriennali di programmazione il Ministero della Difesa esplicita la cifra di 5,9 miliardi) ma che consentono di confermare la valutazione approssimativa ma realistica di 6 miliardi spesi nel 2021 per nuove armi.(le cifre sulla spesa militare previsionale 2021 citate dall’Autore sono prese dal comunicato di Rete Italiana Pace e Disarmo che le ha elaborate originariamente. Il comunicato è reperibile al link https://retepacedisarmo.org/2020/moratoria-su-spese-per-nuove-armi-nel-2021-6-miliardi-da-destinare-a-sanita-e-istruzione/ – Nota della Redazione di Pressenza per completezza dell’informazione). Tali importi peraltro vengono decisi e allocati in un contesto di opacità e mancanza di trasparenza: nei documenti del DDL di Bilancio non vengono infatti fornite informazioni di dettaglio sui sistemi d’arma acquisiti, chiarite parzialmente dalla Difesa solo a posteriori, dopo mesi, se va bene. In sostanza, i rappresentanti del popolo sono costretti a votare a scatola chiusa!

Gli stessi documenti del governo dicono però esplicitamente da chi ci dobbiamo difendere. Il problema è “creare stabilità” per gli interessi dell’Occidente presidiati dalla NATO. L’Italia ufficialmente si considera una media potenza che deve giocare un suo ruolo, specialmente nel “Mediterraneo allargato”. Ed è quello che, in sostanza, conta.

Noi pensiamo che superare realmente la crisi esiga non mezze misure ma una svolta radicale: per questo a partire dal 2021 bisognerebbe tagliare i programmi di acquisto di nuove armi (circa 6 miliardi, per quello che – lo ripetiamo – è grosso modo possibile ricavare dai documenti), tanto più se si considera che il modello di difesa alle quali sono funzionali è incostituzionale.

I rapporti di forza politici al momento non ci sono favorevoli, nonostante la retorica pacifista di cui si ammanta il governo in carica. Ragion di più per avanzare con chiarezza e coerenza richieste “giuste”, che rispondano ad una logica comprensibile per l’opinione pubblica, evitando di indurre confusione con richieste di compromesso al ribasso quando nemmeno si è stati considerati interlocutori nell’ambito di una vertenza in corso.

Negli anni passati, per giustificare l’aumento delle spese militari, si agitava – l’origine stava nell’11 settembre 2001 – la minaccia esagerata della “difesa dal terrorismo”. Da quella data a livello mondiale le spese militari sono aumentate fino a toccare i quasi 2.000 miliardi di dollari odierni.

Ora non è che l’islamo-fascismo non costituisca una minaccia. Ma altrettanto e più gravi possono essere considerate le minacce climatico/ecologiche di cui la stessa pandemia rappresenta un aspetto derivato. Questo nesso di solito viene cancellato nei ragionamenti che la politica mette in campo: di qui l’idea che la ripresa della crescita, utile per non farci “morire di fame”, possa e debba fare a meno delle istanze ecologiche, considerate un lusso che oggi gli strati popolari non possono permettersi.

In questa idea di crescita – lo ricordavamo – viene ricompreso l’investimento nel settore militare. Ma qui noi dobbiamo chiarire che per tutti i problemi più concreti e importanti le armi non servono, anzi costituiscono non una soluzione ma una fonte di ulteriori problemi. Occorre una scelta di fondo sulla conversione ecologica dell’economia e su un nuovo welfare “verde”, che includa case, scuole, ospedali, assistenza ai più deboli.

Nel contesto del dibattito politico su come superare la crisi da Covid il tema delle spese militari andrebbe allora posto dai movimenti alternativi convergenti. C’è la discussione sul bilancio dello Stato e possiamo e dobbiamo intervenire con una proposta chiara, comprensibile, “popolare” (non populista): non ha senso spendere soldi in strumenti di morte ma i 6-7 miliardi per le nuove armi e le guerre (vedi sedicenti missioni militari di pace) è bene che li dirottiamo nella sanità pubblica, in strumenti a difesa della salute e della vita; e anche negli altri beni pubblici che risollevano la qualità della vita della gente.

Se la pandemia è un attacco diretto e immediato alle nostre vite cosa oggi ci difende meglio da essa? Un nuovo F35 per missioni nucleari che si dichiara (falsamente!) di non voler mai mettere sul serio in atto oppure le migliaia di medici e infermieri che con gli stessi soldi potremmo assumere?

NO ARSENALI, SI OSPEDALI, quindi! E per “ospedali” intendiamo riferirci al fatto che dobbiamo partecipare anche come pacifisti alla costruzione di una grande vertenza nazionale per il diritto alla salute. Dobbiamo riuscire a tornare a un Servizio Sanitario Nazionale universale e gratuito, sostenuto dalla fiscalità generale in relazione ai guadagni e ai profitti di ciascuno, un servizio sanitario fondato anche sulla partecipazione della popolazione, perché gli eventi problematici dal punto di vista sanitario che noi dovremo affrontare nel prossimo futuro e nei prossimi anni saranno sempre più simili a quelli che stiamo vivendo in questi mesi. Un’epidemia che si trasmette attraverso dei comportamenti umani ha bisogno della partecipazione delle persone, della consapevolezza, della formazione, di uno sforzo collettivo: c’è bisogno di ripensare anche la medicina, che non può essere sempre solo delega agli specialisti. Abbiamo la necessità di avere maggiori finanziamenti per il servizio sanitario nazionale, ma non è sufficiente: bisogna discutere dove questi finanziamenti vengono allocati e quali sono le priorità. Queste priorità vanno modificate, l’abbiamo accennato. Probabilmente oggi le condizioni per costruire un grande movimento ci sono perché l’insieme della popolazione italiana sta toccando con mano la necessità di cambiare strada. Questo sforzo per la salute vera delle persone può essere considerato un aspetto della lotta per la pace in quanto legato alla coscienza che salute pubblica e salute dell’ambiente sono indissolubilmente legati, e che questo nesso si ricollega ad una economia che guardi alle persone ed al loro imprescindibile prosperare nella pace.