Assemblea Generale dell’Onu, una nota stonata

23.09.2020 - Andrea Colombo

Assemblea Generale dell’Onu, una nota stonata
(Foto di Patrick Gruban, Flickr)

La 75esima edizione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenutasi ogni anno sin dalla creazione dell’organizzazione nel 1945 dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, ha preso il via il 15 settembre 2020. Il primo giorno di dibattito tra i principali capi di stato è però avvenuto ieri, 22 settembre, a New York in presenza e con la partecipazione, per la prima volta nella storia, dei capi di Stato tramite messaggi pre-registrati da remoto e visionati durante l’assemblea.

L’obiettivo principale dell’assemblea 2020, come indicato dal titolo ‘The Future We Want, the UN We Need: Reaffirming our Collective Commitment to Multilateralism’, è quello di riaffermare la necessità del contributo di tutti gli Stati membri verso la cooperazione in questi tempi di crisi legati alla pandemia e alla conseguente crisi economica, oltre che alle tensioni tra Stati, Si tratta sia di tensioni storiche come quelle tra Israele e Palestina che di situazioni più recenti, come la sfida delineata negli ultimi decenni tra le due grandi superpotenze di oggi – Cina e Stati Uniti.

Proprio su di loro era puntata ieri la luce dei riflettori, con il fine di osservare quali sarebbero state le intenzioni delle due superpotenze, o almeno le loro dichiarazioni ufficiali al riguardo, e verso quale strada ci stiamo dirigendo tra cooperazione e conflitto. La risposta non ha tardato ad arrivare.

I toni dell’assemblea facevano presagire un clima disteso grazie all’intervento del Segretario Generale António Guterres. Questi ha invocato un “maggiore aiuto anche ai paesi in via di sviluppo, guidati dalla scienza, poiché populismi e nazionalismi hanno fallito davanti alla crisi” e chiesto che tutti gli Stati membri riconoscano che “la solidarietà è anche interesse personale e se qualcuno non comprende questo concetto, alla fine tutti veniamo sconfitti”. Poi però tutto è cambiato in pochi minuti.

Dopo l’intervento di Jair Bolsonaro è toccato subito al Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, che con pochi minuti di discorso ha immediatamente rivoltato i toni dell’assemblea. Ancora una volta Trump si è scagliato contro il “nemico invisibile”:  ha usato il termine “China virus”, lanciato una chiara e diretta accusa contro la Cina e affermato che “dobbiamo punire i responsabili che hanno diffuso questa orribile piaga nel mondo”, riferendosi ancora una volta al suo principale rivale. Il Presidente degli Stati Uniti non ha risparmiato critiche neanche all’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, accusata di essere “controllata dalla Cina”. Il discorso è poi continuato elogiando la politica dell’”America First”, invitando tutti gli altri capi di stato a fare lo stesso, ovvero mettere i propri paesi al primo posto e solo dopo, eventualmente, occuparsi degli altri con aiuti internazionali e solidarietà.

Può la cooperazione internazionale sopravvivere a un tale affronto?

Il realismo politico degli Stati Uniti appare in chiara contraddizione con i principi affermati dalla Carta delle Nazioni Uniti e dalla 75esima assemblea che si sta svolgendo a New York. La dottrina dell’”America first” è inconciliabile con la solidarietà richiesta dal Segretario Generale delle Nazioni Unite perché non considera la cooperazione e l’aiuto reciproco come il fine degli affari internazionali, ma solo come una possibile conseguenza, una volta che gli interessi personali siano stati soddisfatti. La pandemia da covid-19 rappresenta un perfetto esempio di come solo attraverso la cooperazione si potrà davvero vincere: finché il virus sarà presente in un solo paese del mondo, infatti, esso potrà nuovamente diffondersi nel resto delle nazioni.

 

Categorie: Internazionale, Opinioni, Politica
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