Quale far prevalere? La mia ragione o quella migliore per tutti?

27.08.2020 - Mariano Quiroga

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Quale far prevalere? La mia ragione o quella migliore per tutti?
(Immagine di Tao Lin/Flickr

Oggigiorno il termine infodemica è ampiamente diffuso. Consiste in un modo per spiegare la sovrabbondanza di informazioni. È come essere sepolti sotto una montagna di informazioni. Siccome la censura risulta impossibile ed alcune informazioni non vengono messe in evidenza, alcuni anni fa si è capito che il modo migliore per nascondere qualcosa era quello di gettarlo in una pentola piena di cose. Non senza prima far pagare a caro prezzo chi ha infranto quell’oscurantismo: Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden sono solo alcuni esempi di vittime della rottura del sacro silenzio.

Verità, bugie, mezze verità, operazioni, propaganda, RUMORE. Non è esattamente il rumore bianco che ha reso popolare Soda Stereo negli anni ’80 o Anthrax negli anni ’90, ma un rumore assordante, un rumore progettato per farci girare la testa, per brutalizzarci. Assistiamo a un paradosso: il fatto che non ci sia mai stata così tanta conoscenza a disposizione di tutti come ora, non significa che siamo più intelligenti o meglio preparati.

In generale, ciò che si vede ovunque sono ripetizioni di slogan schiaccianti, idee, paradigmi, visioni del mondo che ci hanno intrappolato, che ci fanno discutere sulle sfumature di queste apparenti controversie semantiche o significative, ma che sono ancora discussioni residue . Stiamo discutendo della scenografia, ma la trama sembra inalterabile.

Ma non voglio aggirare il discorso, o renderlo così generico in modo da farne perdere le tracce.

Quel rumore ha permesso alle idee più reazionarie di diventare molto forti. Tutte i negazionismi insieme, la relativizzazione di tutto ciò che è così postmoderno e la sfiducia generata dalle potenze hanno fatto il resto.

Giovedì parlavo alla radio con Cynthia Rush che fa parte dello Schiller Institute, il cui compito è di analizzare la geopolitica, le tendenze globali, come esse influenzano gli accordi, come avvengono i fenomeni sociali. Si può essere più o meno d’accordo nei loro apprezzamenti, ma sono tra i pochi che guardano questi schemi e sono tra i più innovativi, ostinanandosi a proporre alternative.

Da quel discorso mi resta un punto culminante che ha a che fare con l’incitamento all’odio e come l’estrema destra ha imposto un’agenda globale. Il complotto fa parte di questo gioco e usano tutti i meccanismi per dimostrare che le cose sono come le descrivono. Ciò che è molto interessante è che quelli che denunciano le cospirazioni sono i cospirazionisti, che non fanno altro che dire che gli altri sono peggio di loro, perché sono così schietti che si vantano persino dei loro misfatti. E ovviamente sono molto orgogliosi delle loro idee schifose.

Spogliano le ipocrite socialdemocrazie del mondo, mostrano le incongruenze del progressismo e creano ovunque capri espiatori. Certo, è anche pieno di descrizioni, come quella che sto facendo, delle atrocità che compiono questi cospiratori, ma sono sepolte sotto l’intera schiera di denunce, fake news, indagini, invenzioni, ecc …

E hanno convinto molti che Hitler fosse un ragazzo spettacolare, che non ci fossero  forni crematori, come ci hanno convinto altre volte che i comunisti mangiassero bambini crudi e che Hugo Chávez fosse morto molte volte prima di morire davvero.

E spesso è molto facile seguire queste correnti di opinione, perché convincono, perché usano sempre brave persone per legittimare le loro bestialità. E le persone con le migliori intenzioni (o qualcosa del genere) finiscono per servirle, votarle, propagandarle. E sicuramente, mentre dico questo, qualcuno dirà che sto facendo lo stesso ma al contrario. È così, si tratta di credere o scoppiare.

E questo credere o scoppiare è terribile, perché è ciò che crea qualcosa, che non lo rende reale, non lo rende vero, ma semplicemente forma il mio credo. Mi dà forza spirituale, ma argomentativamente costituisce la più grande debolezza possibile. La storia dell’esperienza, sebbene interiorizzata e possibilmente molto profonda, manca di autorità se non può essere dimostrata minimamente. “A me il Tai Chi fa bene”. Non c’è modo di confutarlo. Ma si dovranno cercare le prove del caso. Maggiore flessibilità, stabilità emotiva, tono muscolare ed altro: insomma, qualcosa che supporti quanto detto. Secondo la valutazione l’altro potrà dire “anche a me fa bene” o “neanche lo farei nenche morto”, “è una truffa”. Possiamo discutere eternamente su ciò in cui crediamo, il problema è l’evidenza, che è verificabile, indiscutibile.

Ciò che scrivo è irrilevante a livello personale, la questione è a livello sociale e dunque bisogna tener conto del bene comune, di ciò che è meglio per l’insieme, che va oltre gli interessi personali. In altre parole, restare nella propria fede, al di là delle prove, è l’individualismo più dilagante. È molto facile, in questo mare di informazioni, trovare ciò che rafforza le mie convinzioni. Ma è anche possibile trovare persone piacevoli che trasmettono da luoghi spettrali. Per questo penso che sia molto salutare escludere direttamente i luoghi spettrali. Ho amici che mi dicono “ma questo non è male”, “no, quello che non va bene è leggere questa o quella pagina di merda”. Perché inseriscono un’idea bevibile nel mezzo di un secchio di veleno e il veleno prevale, rendendo il bevibile avvelenato.

Quindi, al di là di ciò che ognuno può fare con la propria alimentazione di dati, bisogna passare alla fase in cui a prevalere sia ciò che è meglio per tutti.  Ciò porta alla necessità di approfondire gli studi e le analisi, poiché non può essere incluso tutto all’interno. Tutto questo giro è stato fatto per concludere con qualcosa di semplice: uscire dal personale per entrare nel collettivo. Qualcosa che dovrebbe essere una verità lapalissiana e che tuttavia genera una guerra dialettica a tutta velocità.

C’è un’altra componente della convinzione che penso sia importante evidenziare. Non c’è motivo per cui ciò in cui credo devo averlo creato da solo. È sufficiente che qualcuno lo serva ben confezionato affinchè io ci creda. Ed è così che diventiamo pappagalli, replicatori degli slogan degli altri, delle idee degli altri, dell’odio che viene da chi vuole dominarci.

Questa descrizione fa parte della percezione di sé e di ciò che vedo negli altri, che è ancora la proiezione di ciò che ho rilevato in me stesso. Come quell’ometto che vede una società Lemmings precipitarsi giù dal dirupo, eccomi qui ad aspettare per salvare qualcuno da quella folle corsa.

 

Traduzione di Giuseppe Marchiello. Revisione: Gabriella De Rosa

Categorie: Cultura e Media, Opinioni, Politica
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