18 agosto 2020. El Espectador

Mi ribello alla normalità che uccide e inchioda gli INRI alla porta dei nemici del regime. Non mi rassegno all’orrore che si è radicato nella nostra vita quotidiana, come la ragnatela che cerca di ingarbugliare tutto, di farci tacere, di deviare la giustizia, di incatenare le coscienze e di minacciare coloro che proclamano la verità.

Normale, secondo la RAE, si applica a tutto ciò che è nel suo stato naturale, abituale o ordinario; che serve come norma o regola.

In quale paese siamo, se consideriamo naturale, abituale e ordinario che i tre poteri che sostengono la democrazia debbano essere eliminati? Per quanto tempo sarà la norma o la regola che le persone vedranno violata la loro vita e le loro cause, come se fossero barche di carta che attraversano una tempesta?

Non obbedire ai comandamenti del silenzio imposto è stata una condanna a morte. Galán è stato ucciso il 21 agosto di 31 anni fa; ogni giorno ci manca di più, e ogni colpo nel suo corpo è un buco nella coscienza della Colombia.

La violenza non dovrebbe mai essere normale.

Qualche giorno fa, il senatore Iván Cepeda ha dichiarato che lui, la sua famiglia e il suo staff hanno ricevuto minacce di morte. Lui, che ha un coraggio forgiato fin dall’infanzia, non si ferma davanti a questo e, al contrario, ne è uscito rafforzato per chiederci di sostenere i Tribunali e difendere la giustizia. Perché la giustizia sta per essere abbattuta come un albero, con un’ascia non palpabile – pericolosa e grottesca – nelle mani di una persona incosciente.

Ivan Cepeda è minacciato da coloro che temono la verità. Ogni proposito, ogni difesa che Ivan intraprende, lo fa per convinzione, conoscenza e ragione. Svolge attività ad alto rischio, come la difesa dei diritti umani e della vita di coloro che danno voce ai più vulnerabili. In questo paese, un miscuglio imperfetto di discriminazione medievale e di odio ereditato, è incredibile! è più sicuro e ben visto, difendere le armi che difendere la pace.

Tutto ciò che Ivan è – compresa la sua serenità nell’affrontare le avversità – è profondamente scomodo, intollerabile, per chi basa il proprio potere agli antipodi di ciò che Ivan difende e rappresenta. Una democrazia che, se davvero lo fosse, apprezzerebbe e capitalizzerebbe il dissenso. Ma non qui. Non mentre siamo governati dall’apologia della violenza.

Nelle città colombiane e nei villaggi l’anormale è diventato normale; non si uccide per fame come gli animali della giungla: si uccide per una decisione premeditata, concordata e, di fatto, consentita.

Nel mezzo di un’allarmante assenza di empatia, le minacce crescono, come parte del rituale della versione più distorta del potere. Uccidono bambini, uccidono adolescenti neri, meticci, indigeni, e non si fermano a memorizzare i numeri: se l’anormale non fosse diventato normale, un solo bambino ucciso sarebbe già una tragedia.

Siamo molto strani: celebriamo l’indipendenza con aerei che vengono utilizzati per bombardare gli esseri umani. Celebriamo la liberazione dalla Spagna, ma dedichiamo la diplomazia di Stato a cercare di dare una forma presentabile a una nuova schiavitù, applaudita e bendata.

So che, di fronte a un governo eletto da più di 10 milioni di voti, Pazaporte è una voce molto piccola. Ma è la voce che ho, e devo scriverla, e chiedere, esigere con tutte le mie forze che la vita di Ivan e della sua famiglia, dei magistrati e della stessa giustizia sia rispettata e garantita. Accompagnarli – prendersi cura di loro – è abbracciare la speranza di un Paese che non sprofonda nel dolore o nell’abitudine.

 

Traduzione dallo spagnolo di Gabriella De Rosa. Revisione: Silvia Nocera

 

 

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