Lo ha detto Cristina Bautista Taquinás, governatore della riserva di Tacueyó, qualche giorno prima della sua morte: “Se restiamo in silenzio, ci uccideranno, e se parliamo ci succederà lo stesso… Allora parliamo”. È un messaggio commovente per il coraggio quasi sovrumano che trasmette. Ma non è il caso di commuoversi di fronte al coraggio di una leader che ha sopportato un destino che sentiva come un dovere verso il suo popolo. Si è caratterizzata come sostenitrice dei diritti della sua comunità, in particolare della libertà delle donne.

Ora il problema è la rabbia, perché lei, come molti altri, fa parte di una catena di assassinii che i leader delle comunità subiscono nella loro lotta per una vita migliore.

Il grido non può più limitarsi all’angoscia, ma deve trasformarsi nella ribellione contro uno Stato impotente.

Il 29 ottobre 2019, i proiettili mortali l´hanno uccisa da un furgone nero.

Il 1° agosto dello stesso anno, Gersaín Yatacué Escué, coordinatore indigeno del villaggio di San Julián, e riconosciuto leader di progetti produttivi per la sua gente, è stato attaccato a Pajarito, Toribío. Come per Cristina, tutto indica che il responsabile fa parte di una colonna dissidente delle Farc.

13 settembre 2019. José Manuel Pana Epieyú, membro della Giunta Autonoma Maggiore dei Portavoce per i Diritti Umani, è stato tirato fuori da una macchina e ucciso in modo ripugnante. L’autore dell’omicidio? I registri ufficiali, con aberrante monotonia, dicono solo: “Autore sconosciuto”. Invece no. Dalle parti di Maicao tutti sanno che è morto per colpa della parola. La parola della conciliazione. Il linguaggio della risoluzione pacifica dei conflitti.

Diversi editorialisti hanno alzato la voce; proclamano che è necessaria una vera crociata affinché non sia più normale rammaricarsi in anticipo per tante persone che, nel profondo di questo paese, hanno scritta in fronte la data della loro morte.

Noi non ci meritiamo questo Stato impotente.

Sono prudente con le parole. Ho fatto riferimento allo Stato perché non voglio cadere nella semplice litania con cui si pretendono delle risposte solo dall’attuale governo. È vero che le radici del conflitto sono preesistenti. Ma non posso evitare di dire che era un fenomeno in declino e che ora è riemerso con la forza di una violenza che volevamo e vogliamo bandire.

Senza ingenuità, so che i dissidenti delle Farc sono motivati da propositi diversi. E che il profitto criminale del narcotraffico fa parte dello scenario. Ma devo anche dire, con tutto il rispetto, che l’insistenza nell’ignorare quanto concordato con quel gruppo di guerriglieri ha contribuito a catalizzare questa situazione.

Ribadiamo lo scopo degli editorialisti, condividendo questo testo:

Nonostante l’accordo del Teatro Colón, la violenza contro i leader sociali è aumentata. Tra il 2017 e il 2019 sono stati assassinati 339 leader, secondo cifre confermate dall’ONU. Nel 2020, secondo il Difensore civico, altri 56. Michel Forst, relatore delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la Colombia è uno dei paesi più pericolosi per la difesa dei diritti umani.

Basta! Facciamo un’altra marcia del silenzio, come quella all’epoca di Gaitán, in ognuna delle piazze degli oltre mille comuni. Un grido di tutti, senza eccezioni.

Di Humberto de la Calle*

Traduzione dallo spagnolo di Annalisa Pensiero. Revisione: Silvia Nocera

* È stato capo dell´equipe per i negoziati di all’Avana. Senza la sua perseveranza e conoscenza probabilmente non saremmo giunti alla firma dell’Accordo di pace e al disarmo del più antico gruppo di guerriglieri delle Americhe, Vice Presidente della Repubblica, Candidato alla Presidenza. Attualmente è editorialista di El Espectador.

Questo articolo fa parte di una serie di articoli scritti da giornalisti colombiani in memoria dei leader sociali assassinati nel loro paese. Leggi le altre rubriche già pubblicate su Pressenza, a questo link.