L’impronta dei leader

12.07.2020 - Bogotà - Redaccion Colombia

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Portoghese, Greco

L’impronta dei leader

Questa nota presenta una serie di articoli che condivideremo nei prossimi giorni. È un’iniziativa colombiana per la pace, che proponiamo di conoscere e diffondere.

Le cifre vengono dimenticate, poiché, oltre a essere diverse, sono quasi sempre fredde. Ma gli esseri umani, vivi o morti, rappresentano storie vere, assenze, affetti.

Dal 2016, in Colombia, sono stati assassinati più di 600 leader sociali. Dal 1 gennaio al 19 aprile di quest’anno, sono già 56, numero comunque sospeso nell’incertezza.

Uccidere un leader, significa tarpare le ali alla speranza di un popolo; asfissiare la voce che serve da ponte fra chi è più vulnerabile e chi dovrebbe agire diligentemente, per modificare la realtà. Essere riconosciuto come leader da una comunità, è il risultato di anni di lavoro, di convinzione e di vocazione; è un’attività ad alto rischio, di alta rispettabilità e mortalità.

Il leader sociale è quasi sempre l’unica opzione di una Colombia dimenticata, per far si che qualcuno possa ascoltarla. Nel nostro Paese, i leader sono minacciati, obbligati al trasferimento o all’esilio e sono costantemente esposti a una morte violenta.

Perché sono cosi temuti e odiati? Forse perché dicono la verità, perché difendono i più vulnerabili, la terra, la cultura, i diritti spesso disattesi, da società indifferenti e governi cronicamente incapaci di proteggere la vita dei cittadini.

Per questa ragione un gruppo di noi giornalisti, ha deciso di riunirsi per onorare la memoria dei leader uccisi; affinché le loro storie non si perdano nella consuetudine o nella dimenticanza. Questa iniziativa è nata come una proposta all’interno del movimento Difendiamo la Pace e ben presto si sono unite sempre più voci. Sappiamo che le nostre parole non potranno riportare indietro le vite strappate, ma il silenzio non deve essere un’opzione. Da domenica 7 giugno, più di 50 giornalisti di varie città di Colombia, Spagna e Argentina, hanno dedicato spazio al ricordo della vita dei nostri leader assassinati. Fino ad ora, sono stati pubblicati 64 articoli in 12 mezzi di comunicazione e, domenica 14 giugno, il quotidiano El Espectador, ha dedicato la sua prima pagina, l’editoriale e tre pagine, alla memoria dei leader sociali.

Michel Forst, relatore delle Nazioni Unite, ha affermato che la Colombia è uno dei Paesi più pericolosi del mondo per chi pratica la difesa dei diritti umani. E i risultati dimostrano che Forst ha ragione.

Il prossimo 26 luglio, saremo sintonizzati, da diversi luoghi del mondo, per dire al governo colombiano e alla società in generale, che dobbiamo rompere con la complicità del silenzio; che è necessario e urgente rispettare e adempiere gli accordi di pace, i diritti umani e i patti per la non violenza. Proteggere la vita di chi sottoscrive la pace e dei leader sociali non è una proposta: è un dovere etico dei cinquanta milioni di colombiani e di tutti i cittadini del mondo, che sono consapevoli che la guerra è l’errore peggiore, il fallimento più disastroso dell’umanità.

Abbiamo la capacità di attraversare il silenzio e di svegliarci; la Colombia può e deve conquistare la pace e imparerà la riconciliazione. Questo il nostro compito irrinunciabile.

Di Gloria Arias Nieto*

*Dottoressa in Medicina e giornalista, editorialista de El Espectador. Promotrice di processi di Pace e riconciliazione, membro del movimento Difendiamo la Pace (DLP) @gloriariasnieto

Traduzione dallo spagnolo di Maria Vittoria Morano. Revisione: Silvia Nocera.

Questo articolo fa parte di una serie di articoli scritti da giornalisti colombiani in memoria dei leader sociali assassinati nel loro paese. Leggi quelli già pubblicati su Pressenza, a questo link.

Categorie: Diritti Umani, Opinioni, Pace e Disarmo, Sud America
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