Un anno di detenzione arbitraria di Julian Assange a Belmarsh e primi casi di Coronavirus all’interno del carcere

11.04.2020 - Veronica Tarozzi

Un anno di detenzione arbitraria di Julian Assange a Belmarsh e primi casi di Coronavirus all’interno del carcere
(Foto di pagina Facebook Prima Marcia Virtuale per Assange)

“Spiace” dover attestare il fatto che dopo 10 lunghi anni di persecuzione politica praticamente nessun mezzo d’informazione, in Italia e nel mondo, sembri interessato a dare aggiornamenti al pubblico sulla tragica situazione di Julian Assange, il pluripremiato giornalista, fondatore di Wikileaks, nominato ancora una volta per il Premio Nobel per la Pace, che esattamente da un anno è incarcerato arbitrariamente nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh a Londra1.

Curioso, se non altro perché si tratta nientemeno che del caso del secolo per una serie di motivi già citati qui in un mio precedente articolo.

Poco sembra importare anche che a favore di un suo rilascio immediato e senza condizioni si siano espressi l’ONU, il Consiglio d’Europa, numerosi parlamentari, le maggiori organizzazioni mondiali per i diritti umani, nonché le maggiori organizzazioni giornalistiche, giuristi, medici, siano state create innumerevoli petizioni con migliaia di firmatari, si siano fatte campagne, sit-in, flash mob, conferenze, manifestazioni di ogni tipo mobilitando complessivamente centinaia di migliaia di persone in ogni lato del globo. Persino in tempi di quarantena le marce a favore di Assange non si fermano, come dimostra la prima marcia mondiale virtuale per Assange di oggi.

Il suo destino però sembra già essere stato deciso dagli USA, mandanti di un processo-farsa per la sua estradizione che ha toccato e continua a toccare abissi finora inesplorati in un moderno stato di diritto, dimostrando inoltre il potere extra-territoriale degli USA che viola palesemente i principi più basilari di sovranità degli stati coinvolti in questo drammatico caso. La “giustizia” a stelle e strisce ha infatti “ordinato” l’estradizione di Assange negli USA per comminargli una pena di 175 anni di prigione per aver “pubblicato informazioni riservate e per frode informatica” o, come dice il vasto pubblico che ne reclama a gran voce la sua liberazione, “per aver svolto scrupolosamente il suo lavoro giornalistico rivelando al mondo intero crimini di guerra nel pubblico interesse”.

In particolare, dieci anni fa (il 5 aprile) fece grande scalpore la pubblicazione del video Collateral Murder, oggi al centro del processo di estradizione, insieme ad altri tristemente noti documenti che hanno permesso al pubblico di venire a conoscenza di numerosi crimini di guerra ed altre nefandezze perpetrate dall’esercito americano. Il fatto sconvolgente è però che a distanza di 10 anni nessuno dei crimini di guerra esposti sia stato perseguito nei termini di legge: solo chi li ha resi pubblici è stato vittima di una vera e propria persecuzione giudiziaria.

Basti pensare che la fuga di gran parte di questi documenti avvenne grazie al coraggio e alla rettitudine morale dell’allora analista dell’esercito statunitense Bradley Manning – ora Chelsea Manning – rilasciata il 12 marzo scorso a seguito del terzo tentato suicidio durante la sua lunga, seppur discontinua, persecuzione giudiziaria e penale. Se anche la sua drammatica vicenda non fosse un eloquente esempio dell’oppressione/soppressione dello stato di diritto, costituirebbe certo una lieta consolazione che almeno lei ora sia libera; pur però attestando in sé il totale paradosso del veder scagionare chi per primo da militare americano quei documenti li ha rivelati al di fuori del corpo armato USA, mentre chi li ha pubblicati da editore si trova tuttora rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Europa, con l’accusa di aver violato l’Espionage act statunitense, pur non essendo né cittadino statunitense, né avendo esercitato la sua professione negli USA2. L’Espionage act che Assange è accusato di aver violato è una legge degli Stati Uniti del 1917 che era stata pensata in tempi di guerra per impedire che si rivelassero informazioni sensibili al “nemico”.

Verrebbe dunque legittimo chiedersi: il governo degli Stati Uniti considera forse il popolo come il nemico?

Ma vediamo cosa è successo a Julian Assange negli ultimi mesi:

a rendere l’intero caso ancora più preoccupante, specie se si pensa a questo periodo di grande diffusione del Coronavirus, è il fatto che il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e i trattamenti crudeli, disumani o degradanti, Nils Melzer, già lo scorso maggio quando visitò J.A. a Belmarsh con due medici specializzati, dichiarò che Assange presentava chiari segni di tortura e di salute gravemente compromessa. Da allora si sono susseguiti anche vari appelli da parte di centinaia di medici di tutto il mondo che dichiaravano che in base alle informazioni ricevute erano gravemente preoccupati per il fatto che Assange potesse morire in prigione.

Avendovi già fatto un report abbastanza dettagiato di come si è svolta la prima parte del processo di estradizione negli USA di Assange a febbraio, in questa sede mi limiterò a riportare alcune dichiarazioni contenute in una recente lettera dei medici che riassume ed evidenzia i diritti umani fondamentali che vengono negati ad Assange all’interno di questo processo e dell’intero caso: “[…] incluso il suo diritto alla salute, a non essere sottoposto a tortura e a detenzione arbitraria, il suo diritto ad un giusto processo, alla confidenzialità cliente-avvocato e quello di preparare la sua difesa. Questo è ciò che è risultato palese a chiunque abbia avuto modo di seguire da vicino il caso e la prima settimana di udienza che si è svolta nella Woolich Crown Court adiacente il carcere stesso dal 24 al 27 febbraio scorso.

Ma si direbbe che nel caso Assange al peggio non c’è mai fine e lo scorso 25 marzo i rappresentanti legali di J.A. si sono visti negare dalla giudice Vanessa Baraitser la possibilità del rilascio su cauzione del loro assistito per la pandemia da Coronavirus in corso, nonostante già un centinaio di membri del personale della prigione fossero in malattia e i numerosi appelli per il rilascio di detenuti al fine di evitare la diffusione del Covid19.

Nel loro ultimo appello del 27 marzo i medici di Doctors4Assange dichiarano: “Assange rischia fortemente di contrarre e di morire per il coronavirus (COVID-19) […]. Le ragioni dell’aumento del rischio del signor Assange includono la tortura psicologica in atto, la negligenza sanitaria a cui è stato a lungo sottoposto, la salute precaria e le malattie polmonari croniche che ne sono derivate.”

Il 3 aprile il Consiglio d’Europa della cui risoluzione vi avevo parlato qui ha riclassificato la detenzione di Julian Assange come “Allerta di livello 1” a causa delle gravi e dannose violazioni della libertà dei media, con particolare riferimento al lavoro giornalistico.

Martedì 7 aprile la Difesa in teleconferenza ha richiesto una sospensione del procedimento fino a settembre, poiché non era stata in grado di vedere l’assistito e di prendere istruzioni dallo stesso per un certo tempo e poiché le difficoltà sono destinate a protrarsi ulteriormente a causa del blocco per il Covid19. Anche questo è stato negato. Testimoni oculari affermano che Baraitser sia di nuovo entrata in tribunale con sentenze già scritte, senza apportare alle stesse alcun emendamento. E solo alla fine dell’udienza la giudice ha annunciato inoltre che non ci sarebbe stata alcuna trascrizione, poiché la sessione non era stata registrata. D’altra parte però la richiesta della Difesa di non divulgare per motivi di sicurezza il nome della partner e dei figli di Assange a seguito della domanda di rilascio su cauzione è stata rifiutata dalla Baraitser in nome di una “giustizia aperta”. Eppure, come fa notare il diplomatico Craig Murray, nessuno coltiva il proprio anonimato più della giudice Vanessa Baraitser, della quale su Internet, praticamente non v’è traccia.

Ma la cosa che rende il tutto ancora più inquietante è che poco prima dell’inizio del procedimento, un funzionario del tribunale ha annunciato che Assange non sarebbe stato presente neppure in videoconferenza, come da programma, in quanto “non stava bene”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli.

Nel frattempo, in quello stesso carcere di Belmarsh che la giudice sosteneva essere privo di rischi di contagio per Julian Assange, sono morti i primi due detenuti a seguito dell’infezione da Covid19.

Sono passati 10 lunghi anni dall’inizio del baratro in cui abbiamo permesso che sprofondasse il prigioniero politico Julian Assange e con lui i più basilari diritti umani e la democrazia stessa.

È ora di tirarlo fuori!

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1 Bisogna pur ammettere che la sua situazione è tragica da almeno un decennio, da quando cioè, si mise in piedi una persecuzione giudiziaria contro di lui in Svezia, senza alcuna prova a suffragio della stessa, ma che ciononondimeno è durata sufficientemente a lungo per restituirlo alla “giustizia” britannica, esattamente un anno fa, quando i poliziotti di Scotland Yard lo hanno trascinato di peso fuori dall’ambasciata dell’Ecuador di Londra. Che ci crediate o no, in conseguenza del caso giudiziario mantenuto allo stadio di investigazione preliminare per 9 anni, Assange è stato consegnato al carcere di massima sicurezza di Belmarsh; inizialmente con la sola ragione ufficiale di aver violato le condizioni della libertà vigilata relativa al caso chiedendo ed ottenendo l’asilo politico (anche se più che di un asilo si è trattato di una vera e propria “incarcerazione – e neppure troppo – soft”) dall’Ecuador per timore dell’estradizione negli Stati Uniti. Per ironia della sorte i timori di Assange si sono rivelati fondati in quanto effettivamente nello stesso giorno, un anno fa a far data da oggi, la Polizia Metropolitana di Londra ammette finalmente che gli Stati Uniti avevano inoltrato una richiesta di estradizione nei confronti di J.A. Da allora è incarcerato nell’attesa di un’estradizione che sembra già essere stata decisa a priori.

2 Qui ovviamente non si vuole togliere nulla alla lieta notizia della recente scarcerazione di Chelsea Manning, lungamente e giustamente agognata da chiunque abbia a cuore il rispetto dei più elementari diritti umani e della giustizia, tantopiù che M. si trovava nuovamente in carcere proprio per essersi rifiutata di testimoniare contro J.A; e neppure si vorrebbe sostenere che sia giusto per un soldato americano che faccia ciò che ha fatto M. di essere incriminato, ma si vuole sottolineare l’arbitrarietà e la sommarietà del sistema giudiziario statunitense per il significato stesso che negli USA viene attribuito all’Espionage act.

Categorie: Diritti Umani, Internazionale
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