Se questa è giustizia: cronaca del processo Assange

03.03.2020 - Veronica Tarozzi

Se questa è giustizia: cronaca del processo Assange

La settimana scorsa il mondo ha assistito attonito ad una serie di udienze per il processo di estradizione negli USA del giornalista australiano Julian Assange, che ha avuto luogo in una piccola aula denominata Woolwich Crown Court – che di regale ha solo il nome – così come del resto il contiguo carcere di massima sicurezza, Her Majesty Prison Belmarsh, a sud-est di Londra, in cui Assange è rinchiuso in condizioni deplorevoli dallo scorso aprile[1].

Ebbene sì: il mondo intero ha potuto assistere, seppur indirettamente, a questo processo-farsa, il cui verdetto pare già essere stato deciso a priori, o almeno così sembrerebbe. Ci sono poi almeno due categorie di pubblico degne di nota: quella di chi ha guardato ammutolito ed è rimasta muta in quanto il caso Assange non la riguardava direttamente – o almeno così parrebbe[2] – e quella di chi, dapprima attonita di fronte al lampante abuso di potere, al calpestamento sistematico dei diritti umani fondamentali e più in generale del diritto internazionale da parte dei numerosi attori coinvolti nel caso, ha deciso di levare la propria voce[3] (come hanno fatto, tra gli altri, gli stupendi ed infaticabili Gilets Jaunes francesi).

Una cosa è certa: si tratta del caso del secolo, in quanto da solo è capace di far cadere la maschera alle presunte democrazie o farle rinascere a nuova vita. Ricordiamo che, se estradato negli USA, A. rischia fino a 175 anni di carcere per aver rivelato crimini di guerra[4]. Per questo, nonostante il caso Assange possa costituire un susseguirsi di eventi intricati di difficile lettura, l’unica cosa che bisognerebbe davvero chiedersi è: i giornalisti che espongono i crimini di guerra dovrebbero essere puniti[5]?

Nils Melzer, relatore speciale ONU contro la tortura, già lo scorso luglio si era detto “gravemente preoccupato” nel costatare che le autorità americane intendessero fare di Assange “un esempio” sia per punirlo personalmente che per scoraggiare altri che volessero imitare quanto fatto da lui e dalla sua organizzazione, WikiLeaks[6]. L’udienza della scorsa settimana per l’estradizione di A., che marca solo l’ultima tappa in ordine di tempo di una persecuzione giudiziaria che dura ormai da 10 anni, sembrerebbe sfortunatamente dargli ragione[7].

Ma veniamo alla cronaca dei fatti salienti di queste drammatiche giornate, sebbene prima, per restituirvi un’immagine eloquente delle sproporzionate misure restrittive a cui è stato sottoposto il giornalista, è doveroso informarvi del fatto che ad A., prima di cominciare il processo, sono stati requisiti i documenti utili per prepararsi per l’udienza, è stato denudato due volte per essere perquisito, ammanettato undici volte e spostato in cinque diverse celle di detenzione. Appena prima dell’inizio dell’udienza ha potuto attraversare il tunnel che collega la prigione di Belmarsh alla Woolwich Crown Court, scortato da due guardie fino alla gabbia di vetro nel retro dell’aula dove resterà rinchiuso insieme alle stesse durante i quattro giorni di udienza del processo per l’estradizione. Già perché, normalmente in quell’aula e nella prigione che la ospita, denominata “la Guantanamo europea”, si internano e processano terroristi della massima pericolosità[8]. Bisogna inoltre aggiungere che durante tutti e quattro i giorni del processo A., dietro lo spesso vetro in cui era recluso con le guardie, non riusciva né a sentire ciò che veniva detto in aula, ad interloquire agevolmente e confidenzialmente con i suoi avvocati.

 

24 febbraio, 1° giorno:

si presenta il principale dibattimento di apertura dell’Accusa e della Difesa. In particolare, l’avvocato dell’accusa, James Lewis QC (ovvero “Queen’s Counsel”, Consiglio della Regina) del Crown Prosecution Service (CPS)[9], che fa le veci degli USA nella loro richiesta di estradizione, rivolgendosi ai pochi giornalisti che sono ammessi all’udienza, chiede loro esplicitamente di smettere di dipingere il caso come una guerra politica contro il giornalismo, in quanto, come sostiene, “Julian Assange non è un giornalista” e aggiungendo inoltre che la sola ragione per cui A. è a processo è aver messo a repentaglio la vita di numerosi informatori a seguito della pubblicazione e dei war logs dell’Iraq  e dell’Afghanistan  – senza però essere in grado di produrre alcuna prova per questa accusa – e per aver spinto la sua fonte a rivelare i documenti riservati.

Ragione per cui la Difesa di A., nella persona dell’avv. Edward Fitzgerald QC, elenca una lista dettagliata delle ragioni per cui giornalisti, attivisti per i diritti umani e difensori della libertà di stampa hanno lanciato l’allarme della guerra al giornalismo[10].

La Giudice Distrettuale, Vanessa Baraitser, chiede all’accusa se il fatto di ottenere documenti riservati, pur non istigando la fonte a fornirli, risulterebbe ugualmente in un illecito. L’accusa risponde affermativamente.

La Difesa dichiara quindi che le argomentazioni dell’Accusa mettono il giornalismo in serio pericolo; propone inoltre altre ragioni per la difesa del suo assistito, quali il fatto che sotto l’amministrazione Trump A. sia diventato “il nemico da combattere”, sia  per le sue idee politiche che per il noto odio che T. nutre nei confronti dei media, desiderando fare di questo un caso esemplare; sostiene inoltre che le dichiarazioni dell’allora direttore della CIA che facevano riferimento a Wikileaks come “un’ostile agenzia di intelligence non governativa” unitamente a quelle di oggi in qualità di Segretario di Stato, laddove dichiara che A. non è coperto dal Primo emendamento della Costituzione Americana, dimostrino la chiara matrice politica alla base del procedimento di estradizione; in difesa dell’accusa ad A. di aver incoraggiato Manning a rilasciare i file riservati, Fitzgerald ricorda che M. stessa disse al cospetto della Corte Marziale degli Stati Uniti che la decisione di farlo fosse esclusivamente sua e così pure la responsabilità; Fitzgerald parla inoltre della sorveglianza continua a cui è stato sottoposto A. negli ultimi anni di permanenza all’interno dell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra e ricorda infine altri casi in cui la procedura di estradizione è stata bloccata a causa di condizioni di salute mentale estremamente precarie.

 

25 febbraio, 2° giorno:

l’avv. della Difesa, Mark Summers, spende il secondo giorno di udienza prevalentemente a confutare due delle argomentazioni principali dell’accusa, ovvero che Manning era stato aiutato da A. a nascondere la propria identità e che pubblicarono l’intera lista dei cablogrammi non censurati del Dipartimento di Stato Americano senza prendere minimamente in considerazione i danni che avrebbero potuto arrecare a terzi. La Difesa sostiene invece che siano stati due giornalisti del Guardian a rilasciare pubblicamente una password con i documenti non modificati e che proprio per scongiurare l’eventualità di arrecare danno ad alcune persone, Wikileaks creò un partenariato per il controllo responsabile dei leaks con diversi media; Summers aggiunge inoltre che A. e una sua collaboratrice tentarono di avvisare l’ambasciatore americano in UK del potenziale rischio che si stava per verificare se non avessero adottato una “procedura per la minimizzazione del danno”, ma non vennero ascoltati. Insiste inoltre dimostrando che l’intervento di A. non permise a Manning di agire nell’anonimato e che fu la stessa coscienza di M. a spingerlo a lanciare l’allarme attraverso la pubblicazione dei documenti riservati.

 

26 febbraio, 3° giorno:

Nel terzo appuntamento del processo di estradizione il dibattimento converge essenzialmente attorno a due temi principali: la Difesa sostiene che l’editore di WikiLeaks non debba essere estradato negli USA perché il Trattato di estradizione USA-UK preclude l’estradizione per “reati politici”. L’articolo 4 del trattato del 2003, che è stato ratificato nel 2007, afferma che “L’estradizione non è concessa se il reato per il quale è richiesta l’estradizione è un reato politico”.

L’Accusa sostiene invece che la giudice deve fare affidamento sul diritto nazionale britannico, piuttosto che sul trattato internazionale. Aggiunge che se anche i reati di cui Assange è accusato nella richiesta di estradizione fossero politici, l’Accusa afferma che “Non ha il permesso di far derivare alcun diritto dal Trattato di estradizione USA-UK” perché non è stato incorporato nel diritto interno. Lo stesso anno in cui è stato redatto il Trattato di estradizione, il Parlamento del Regno Unito approvò l’Extradition Act del 2003, una legge nazionale britannica che non prevede un divieto di estradizione per reati politici.

“Fitzgerald, l’avvocato della difesa, afferma che il giudice deve tenere conto dell’esenzione politica, poiché i trattati di estradizione per più di un secolo hanno presentato costantemente tale disposizione. Sostiene inoltre che la giudice deve considerare l’articolo 5 della Convenzione europea sui diritti umani e i principi della Magna Charta per stabilire che l’uso di un reato politico in questa richiesta di estradizione costituisce un procedimento irregolare.

Ma il terzo giorno vede anche un significativo intervento di Assange stesso in cui, dopo la mediazione della Difesa per sottolineare la difficoltà del proprio assistito di partecipare al processo penale nei suoi confronti, alla domanda della giudice se riuscisse a seguire, A. afferma testualmente: “Sono in grado di partecipare a questo procedimento penale tanto quanto potrei farlo di fronte ad una partita a Wimbledon. Non posso comunicare in modo significativo con i miei avvocati. Ci sono funzionari dell’ambasciata senza nome in quest’aula di tribunale. Non posso comunicare con i miei avvocati o chiedere loro chiarimenti senza che l’altra parte lo veda. I miei avvocati sono già stati spiati abbastanza. L’altra parte ha circa 100 volte più contatti al giorno con i suoi avvocati. Qual è il punto di chiedere se posso concentrarmi se non posso partecipare?”.

 

27 febbraio, 4° ed ultimo giorno:

Assange chiede di poter lasciare la gabbia di vetro nel retro dell’aula per sedersi con la sua squadra legale, in modo da permettergli conversazioni legalmente privilegiate con i suoi avvocati durante tutto il procedimento. “Non posso comunicare in modo significativo con i miei avvocati”, dice A. “Qual è lo scopo di chiedere se posso concentrarmi se non posso partecipare?” Ma la giudice respinge la richiesta, sostenendo che A. abbia un ampio accesso ai suoi avvocati a cui può passare appunti attraverso la fessura nella barriera di vetro.

L’Accusa afferma che Assange e Wikileaks non sono “un caso politico”. Concludendo le sue argomentazioni del giorno precedente contro l’affermazione della difesa secondo cui A. non può essere estradato per un “reato politico”. Il procuratore James Lewis QC sostiene che un reato dovrebbe essere considerato “politico” solo se l’imputato stava tentando di sostituire un capo di stato.

La Difesa afferma che Assange stava chiaramente lavorando per cambiare la politica americana perché era contrario a ciò che provocava in Iraq e in Afghanistan e agiva con l’intento di rivelare i crimini di guerra. Così come i file di Guantanamo sono stati pubblicati per dimostrare che la tortura veniva perpetrata regolarmente durante la guerra al terrorismo. “Questa è l’essenza stessa del cercare di cambiare la politica di un governo”. Inoltre, le pubblicazioni hanno effettivamente cambiato la politica degli Stati Uniti: un cablogramma del Dipartimento di Stato ha mostrato che gli Stati Uniti volevano che i loro soldati avessero l’immunità per eventuali crimini commessi in Iraq e il governo iracheno rifiutò di concederla. Questo comportò un’interruzione dei negoziati e il ritiro degli USA dall’Iraq[11].

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[1]Per una breve lettura sulle responsabilità del Governo Britannico si legga qui: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-relatore_onu_sulla_tortura_nils_melzer_il_regno_unito_non_si_conforma_al_diritto_internazionale_riguardo_alla_detenzione_di_assange/82_31474/

[2]È in questi casi che torna prepotentemente in mente la celebre frase del Dott. Martin Luther King J.: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.

[3]Vi ho voluto risparmiare la categoria dei conniventi e dei collusi, in quanto meriterebbe un articolo a parte. Tra tutti, basti pensare ad una vasta fetta di rinomati mass media e relativi giornalisti, o presunti tali, che negli anni hanno infangato la reputazione di A. ed un’altrettanto vasta schiera di organizzazioni umanitarie che si sono girate dall’altra parte.

[4]In questo mio precedente articolo ne spiego alcune delle ragioni: https://www.pressenza.com/it/2020/02/consiglio-deuropa-julian-assange-deve-essere-rilasciato-e-devessere-vietata-la-sua-estradizione-negli-usa/

[5]Ecco l’eccellente articolo di Caitlin Johnstone sulla questione (ing): https://medium.com/@caityjohnstone/were-asking-one-question-in-assange-s-case-should-journalists-be-punished-for-exposing-war-f8dbf404514c

[6]La citazione di Melzer è tratta da uno dei numerosi ed impeccabili articoli che la giornalista d’inchiesta Stefania Maurizi ha dedicato al caso Assange: https://www.repubblica.it/esteri/2019/07/29/news/l_inviato_speciale_onu_contro_la_tortura_nils_melzer_gravemente_preoccupato_per_la_situazione_di_julian_assange-232292481/

[7]Per un ottimo approfondimento sul caso Assange, si legga la traduzione di Federico Nicola Pecchini dell’intervista rilasciata a fine gennaio da Melzer a Republik.ch: https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri-3/julian-assange-wikileaks-censura/

[8]È doveroso però sottolineare che questi stessi terroristi hanno dimostrato molta più umanità di tanti altri attori coinvolti nel caso Assange, ottenendo lo scorso mese la sospensione del regime di isolamento totale del giornalista, durato 10 mesi malgrado condizioni di salute mentali e fisiche gravemente compromesse.

[9]Per avere un’idea più precisa su chi componga il CPS, consiglio la lettura di un recente articolo della Maurizi: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/03/02/imputato-julian-assange-processo-al-giornalismo/5722315/

[10]Una voce tra tutte è quella della recente lettera aperta di oltre un migliaio giornalisti di tutto il mondo, tra cui vari della rete MediAttivisti e di Pressenza e naturalmente la sottoscritta: https://speak-up-for-assange.org/giornalisti-alzano-la-voce-per-julian-assange/

[11]I fatti salienti del processo di estradizione di Assange, sono stati da me selezionati e tradotti dall’inglese dal resoconto di Wikileaks alla pagina: https://defend.wikileaks.org/extradition-hearing/

Categorie: Diritti Umani, Internazionale
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