Italia, coronavirus, c’è qualcuno che deve andare al lavoro

07.04.2020 - Murat Cinar

Italia, coronavirus, c’è qualcuno che deve andare al lavoro
Alexas Photos

L’Italia sta attraversando un periodo straordinario. La maggior parte delle persone sono in clausura obbligatoria da almeno un mese. Grazie ai decreti emessi dal Primo ministro è possibile lavorare da casa per alcuni settori. Tuttavia ci sono delle persone che non possono svolgere il loro lavoro in questa modalità, dunque devono uscire di casa ogni giorno.

Il sistema dell’accoglienza per i richiedenti di rifugio è uno di questi settori.

Zaia lavora per una cooperativa come educatore sociale. Sono in totale più di 20 persone che per certi versi dipendono da lui e dalla sua collega con la quale lavora a turni, ogni giorno. Per andare al lavoro ha un permesso speciale e deve guidare la sua auto. “Dobbiamo occuparci delle pratiche burocratiche, ci impegniamo per seguire le loro visite mediche, quando è necessario accompagniamo le persone negli uffici comunali e portiamo avanti un lavoro d’informazione in merito all’emergenza sanitaria” descrive così Zaia le mansioni che assume nella gestione di tre luoghi abitativi. La sua cooperativa finora non ha preparato o comunicato un protocollo scritto e chiaro su come devono comportarsi in questa fase straordinaria ma si è limitata distribuendo i necessari presidi sanitari; guanti e mascherine, raccomandando di mantenere il distanziamento sociale. Il mondo dell’accoglienza vive con i contributi istituzionali; comuni, prefettura, ministero etc. Dunque in questo momento, secondo Zaia, c’è poca chiarezza sul futuro dal punto di vista lavorativo: “A causa del pacchetto di sicurezza emesso dall’ex ministro degli Interni, l’ultimo bando per l’accoglienza che era uscito qualche mese fa aveva già messo in grande difficoltà le cooperative. Erano previsti diversi licenziamenti oppure soluzioni come la cassa integrazione e riduzione dell’orario di lavoro. Quindi la situazione già non era molto bella, ora dovremmo fare conti eventualmente con ulteriori misure“.

Stefania è un’altra educatrice sociale, anche lei lavora presso una cooperativa che si occupa dell’accoglienza dei rifugiati e non solo. “Sono circa 90 persone che per certi versi dipendono da noi, siamo quasi in 10 e lavoriamo a turni“. Stefania sottolinea che solo gli amministratori hanno adottato il lavoro a distanza, per il resto la maggioranza continua a presentarsi sul posto di lavoro. Infatti, anche lei continua a lavorare tutti i giorni e si reca presso il posto di lavoro con l’auto di un altro collega. A lei e ai suoi colleghi sono stati distribuiti, solo una volta, dei guanti e delle mascherine. Inoltre la cooperativa per la quale lavora, ha stipulato due protocolli su come gestire l’emergenza e come dovrà essere ridimensionato il loro lavoro. Anche lei, come Zaia, specifica che in questo periodo la comunicazione con la Prefettura, dalla quale dipendono per vari motivi, è molto scarsa. “Si tratta di un settore già in grande difficoltà economica. Prima di questo periodo alcuni colleghi non hanno avuto il rinnovo del contratto, ora invece a diversi è stato chiesto di prendere le ferie oppure mettersi in malattia. So che varie cooperative hanno ridotto l’orario di lavoro, utilizzando il sistema delle rotazioni oppure stanno pensando di dichiarare fallimento“. Stefania si aspetta un cambiamento in positivo, dopo questo periodo difficile: “Si tratta di un settore non abbastanza regolamentato e di grande precariato quindi a lungo andare è inevitabile che siano prese le misure necessarie“.

Elisabetta lavora in un centro di accoglienza e si occupa di più di cinquanta persone. Si tratta di un posto che necessita fortemente la presenza del personale, anche di notte. Elisabetta si occupa di formazione e orientamento e in totale sono in 15 che lavorano con diversi turni. “Sin dall’inizio la cooperativa ha distribuito dei dispositivi sanitari sia a noi che agli ospiti. Non c’è stato un protocollo vero ma ci hanno mandato delle mail con una serie d’indicazioni su come dovremmo lavorare. Inoltre, diverse volte ci hanno fatto di persona delle raccomandazioni. Per esempio, possiamo ricevere in ufficio solo una persona alla volta“. Dove lavora Stefania non è stata fatta nessuna riduzione sull’orario di lavoro perché si tratta di un impiego essenziale, tuttavia il suo contratto è a scadenza, e lei necessita di lavorare.

Nel Paese ci sono anche altri settori che richiedono la presenza delle persone sul posto di lavoro.

Michele invece si occupa della gestione di un parcheggio multi-piano. Il suo lavoro non necessita un forte contatto con il pubblico e utilizzavano già prima dei guanti e delle maschere per via dell’alta presenza di smog. Michele sostiene che il numero del personale è stato ridotto notevolmente dall’inizio dell’emergenza sanitaria, e non è possibile gestire il suo lavoro sotto forma di smart working. La sua azienda ha sollecitato che in ufficio possono rimanere solo una persona alla volta e ha comunicato ai dipendenti via mail delle istruzioni legate alla nuova modalità lavorativa. “Noi dipendiamo molto dalla circolazione delle persone. Se non ci sono macchine in giro noi lavoriamo molto meno. Infatti alcuni colleghi sono stati obbligati a prendere le ferie, ora si parla della possibilità di avviare le pratiche per la cassa integrazione“.

Doris è l’ultima persona che ho intervistato, lavora come psicologa presso uno dei consultori dell’Asl, ad Aosta. A causa dell’emergenza sanitaria il consultorio è stato chiuso, ora svolge il suo lavoro presso un poliambulatori. Doris lavora tutti i giorni e si reca sul posto di lavoro con la sua macchina. “Alcuni colleghi sono in ferie oppure in malattia. Ora lavoro da sola. Uso molto il telefono oppure Skype per fare i colloqui. Posso vedere di persona solo coloro che hanno una forte necessità altrimenti non dovrei vedere nessuno. Ovviamente non sono facilmente gestibili tutti i casi in questo modo“. Secondo lei il suo lavoro potrebbe essere gestito anche da casa, tuttavia la sua richiesta di lavoro a distanza è stata respinta, solo gli amministratori possono. Doris afferma che non le è stato distribuito nessun presidio sanitario e finora non ha potuto vedere nessun protocollo. “A livello salariale oppure nell’orario di lavoro non ho avuto nessuna riduzione però temo che a lungo andare non sarà molto sostenibile gestire il mio lavoro in questa modalità“.

Secondo l’Eurostat, nel 2018, il 3.6% della popolazione italiana lavorava da casa, una cifra molto bassa rispetto a una serie di paesi europei. Invece secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano già nel 2019, grazie a una serie di cambiamenti legislativi, questa proporzione è cresciuta del 20%, in totale circa 570 mila persone. Si stima che, a causa dell’emergenza sanitaria circa 550 mila persone sono state obbligate a lavorare da casa. Quindi più di 1 milione di cittadini sono in smart working. Dall’altra parte ci sono diverse categorie professionali che non possono fare a meno di recarsi sul posto di lavoro tutti i giorni per offrire un servizio di qualità e continuativo a chi ne ha bisogno.

Categorie: Economia, Europa, Migranti, Salute
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