Nel cuore del Nguillatún: una forma di resistenza Mapuche

03.03.2020 - Collipulli IX regione, Cile - Helodie Fazzalari

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Nel cuore del Nguillatún: una forma di resistenza Mapuche
(Foto di Helodie Fazzalari)

Dagoberto è un uomo di origine Mapuche conosciuto casualmente sulla sponda del Riò Malleco, a Collipulli. E’ grazie a lui e alla sua famiglia che abbiamo ricevuto l’invito ad uno dei momenti di più alta spiritualità della cultura mapuche: il Nguillatún. L’evento dura due giorni e una notte, la comunità Antonio Panitru, della quale fa parte Dagoberto, ha invitato a sua volta altre 6 comunità per quest’occasione. Al nostro arrivo il sole sta già iniziando a calare, le famiglie arrivano una ad una sui loro furgoncini e sulle loro camionette che sventolano alta la bandiera mapuche. I bambini sono entusiasti, saltano giù dal furgone e corrono scalzi incontro ai familiari e agli amici di sempre. Attendiamo un pò Dagoberto all’entrata, in quanto per avere accesso, oltre all’invito ufficiale dobbiamo essere presentati alle varie comunità. Il rituale dei saluti è una parte fondamentale del Nguillatún, un segno di ospitalità e cordialità nei confronti di ogni partecipante.

Una volta entrati ci raduniamo intorno al fuoco della nostra capanna semi aperta. La moglie di Dagoberto ci offre la cena e non appena il cielo inizia a riempirsi di stelle e la luna ed illuminare dall’alto la collina, inizia la veglia intorno al Canelo, albero sacro della comunità mapuche. Tutta la notte si alternano balli, canti, riti e preghiere. Una pecorella bela legata con una corda ad un palo in legno al centro del campo, sa che sarà il sacrificio delle comunità per questo Nguillatún. Al mattino nello stesso luogo dove belava la pecorella, oscillano appesi dei pezzi di carne teneri e freschi che serviranno per il pranzo e la cena della giornata. Il Nguillatún è un’offerta, un sacrificio, una richiesta alla terra, ai suoi frutti e alla natura, rispettata e amata dall’uomo mapuche. Già all’alba ogni famiglia è intenta a preparare ‘la comida’ da offrite a tutte le altre comunità in segno di generosità e condivisione con tutto il popolo. Sui bracieri sfrigolano pentole contenenti cazuela, varie zuppe profumatissime, Cordero e carne di ogni tipo. Continuano i balli tradizionali intorno al Canelo, i papà prendono sottobraccio le figlie, i nipoti le nonne, i mariti le mogli. Il tutto è accompagnato da una banda tradizionale, dove al centro spadroneggia forte e chiaro il suono secco di una trutruca. Sotto il gazebo in legno al centro del campo siedono i Machi e gli Abuelos della comunità, tutti vestiti rigorosamente in abito tradizionale per l’occasione. La grande festa continua a Bajo Malleco, sotto un sole ormai alto e cocente che da la forza ad ogni membro di queste comunità di proseguire un’amara lotta su ben due fronti: quello interiore e quello esteriore. Una lotta per il territorio, per una cultura, una lotta contro un genocidio e contro la soppressione di una lingua che piano piano oggigiorno si sta riscoprendo. Il questa cornice, conosciamo Rodrigo Curipan, uomo di politica e parte attiva del recupero del territorio mapuche di Bajo Malleco.

Cos’è che muove tutto questo? Quali sono le radici storiche e politiche di questa lotta, e in che direzione sta procedendo il recupero del territorio del Bajo Malleco?

“Nel 1883 venne occupato questo territorio mapuche e la maggior parte dei sopravvissuti fu relegata in territori molto ridotti. Nel 1931 la nostra comunità, unita ad altre comunità porta avanti per la prima volta la domanda della disoccupazione delle terre antiche. Dal 1932 inizia tutto un processo di rivendicazione della terra antica e di parte di quelli che erano stati Los Títulos de Merced. Lo Título de Merced dal 1998 al 2000 viene recuperato grazie ad un processo di mobilitazione al quale hanno preso parte diverse comunità della regione. Questo processo di recupero partì nell’anno 1964 in maniera diretta. Questo a che vedere con il periodo che va dal 1970 al 1973 nel quale è stata fatta la riforma agraria dal governo di Salvator Allende. In un periodo posteriore a questo ci fu la controriforma e la maggior parte della gente fu espulsa nuovamente dagli stessi territori. Molti mapuche credettero che attraverso la Legge indigena potessero riottenere i loro territori usurpati. Nel 93, una volta risolto il tema della dittatura, una volta che si è passati in democrazia, i mapuche accettano la Legge indigena. Dunque dal 93 al 98 tutta la mobilizzazione mapuche è stata basata sulla convinzione che questa Legge avrebbe risolto il problema. Ma chi credette a questa cosa commise un grave errore. La Legge avrebbe ridato i terreni ma al tempo stesso avrebbe detto come sarebbero stati restituiti. In quesa situazione viene creata la CONADI, un organicismo che venne istituito per far si che fosse rispettato il diritto mapuche a livello nazionale. Si creano le comunità e che non sono i Lof tradizionali, ma sono la creazione giuridica dello Stato sulla struttura mapuche.

La maggior parte di noi è cresciuta sapendo di appartenere ad un’organizzazione politica mapuche a se stante, e quella che ha imposto lo Stato a partire dal 1993 con la Legge indigena è a noi aliena. Dal 93 al 2000 è stata recuperata la prima terra, da li in avanti è cambiata la forma di portare avanti la lotta. Molti mapuche iniziarono a capire che la Legge indigena si era trasformata in una minaccia e non era un mezzo per risolvere il tema della terra antica. C’è un problema non sono istituzionale ma di giurisdizione. Alla domanda se lo Stato è legittimato a stare in territorio mapuche, io risponderei No. Se mi chiedi se sul piano legale lo Stato è legittimato ad occupare il territorio mapuche, la risposta è Si. Nel trattato del 1825 c’erano 2 accordi fondamentali: nessuno avrebbe dovuto attraversare la frontiera, da ambo le parti; e nessuno avrebbe dovuto comprare terreno da una parte e dall’altra. Lo Stato non solo occupò la terra mapuche, ma iniziò a venderla ancor prima di occupare il territorio. A quel punto iniziarono ad arrivare i notai, gli interpreti e i rappresentanti delle autorità. Tutti insieme si misero d’accordo per dire che il terreno che stava comprando l’usuraio o il singolo individuo, non era nel territorio indigeno ma faceva parte dello Stato. Era illegale che il notaio validasse una vendita di un’indigeno ad un non indigeno, però questo avvenne comunque. Il Governo che aveva il compito di supervisore affinché il notariato non commettesse questi abusi, si fece complice. L’occupazione della terra mapuche è avvenuta tramite l’inganno.

Oggi ci sono due istituzioni: quella mapuche e quella dello Stato cileno. Non può accadere in alcun modo che il mapuche accetti l’istituzionalità cilena, perché ciò significherebbe accettare la regola di non essere mapuche e questo segnica dimenticare che ci sono stati tolti dei territori, una cultura e una lingua. Questo non può accadere perché io faccio parte della della nuova dirigenza mapuche, ma esiste anche la dirigenza antica che ci ha dato questo ruolo per difendere tutti coloro che sono morti. E’ un processo lungo di vecchia data quello che porta al confronto di oggigiorno con lo Stato cileno. Questo non è un qualcosa scritto solamente sulla carta, ma è un qualcosa che ha significato la morte di molte famiglie mapuche. Stiamo parlando di un’epoca nella quale non c’era il giornalismo a favore della nostra comunità. Qualcuno, non di origine mapuche, che aveva una coscienza, ha scritto dei documenti. E’ il caso di alcuni avvocati che hanno scritto dei testi che sono come delle prove scientifiche e nei quali è possibile verificare tutto ciò che sosteniamo noi mapuche.

Alla luce di tutto ciò, noi oggi stiamo andando avanti seguendo una linea bel precisa. Noi vogliamo che lo Stato possa risolvere il nostro problema, ma per farlo deve accettare che esiste un’istituzione pienamente vigente che loro hanno creduto fosse morta nel 1883. Una realtà che hanno creato di coprire con il folclorismo. Lo Stato cileno non parla di chi ha restino all’invasione cilena. Sono cose che non vogliono fare presenti, perché questo significherebbe rendere pubblica la storia stessa dello Stato cileno, fatta di abusi, genocidi e violazioni dei diritti umani. La maggior parte di noi discende da questo. I metodi per ingannare la popolazione mapuche che sono stati utilizzati qui nella zona di Malleco sono gli stessi che vennero usati nella zona dell’Alto Bio Bio e in tutti gli altri territori. Dunque è difficile parlare con uno Stato che nega la sua stessa forma di operare. Lo stato ha deciso che può usare la violenza per occupare i nostri terreni, e che i mapuche devono abbassare la testa e accettare questa situazione. Questo non può accadere, perché non posso raccontare questo tipo di storia a mio figlio, perché mio padre non mi ha raccontato la storia che si legge nei libri a scuola. Quella non è la verità.

Qualcuno si chiede: perché un mapuche non può diventare Presidente della Repubblica? Questo di illegittimo non ha nulla ma andrebbe contro noi stessi. Significherebbe validare la presenza di quelle istituzioni dello Stato che occupano il territorio mapuche.

Molti si chiedono se i mapuche usano la violenza. Quando entrano alle 6 del mattino in casa, commettono degli assassini, arrestano ingiustamente, allora la risposta è: si usiamo la valenza per difenderci. Oggi a tutti piace dire che noi mapuche abbiamo delle opportunità nella nuova Costituzione politica alla quale si sta lavorando. Questo non è affatto vero. E’ impossibile che noi mapuche potremo andare li a proporre le nostre condizioni, senza una ristrutturazione dello Stato che occupa un territorio che non è suo.

Prima del 18 ottobre, l’Operación Huracán e il caso di Camilo Catrillanca mostravano quale fosse la forma d’azione attuata dallo Stato, la sua tattica politica, istituzionale e militare. Il 18 ottobre ci ha sorpreso perché non pensavamo che il cileno comune, che si informava dai giornali nazionali, potesse finalmente rendersi conto di come agisce lo Stato e potesse reagire. Sicuramente ciò ha sorpreso tutti, ma in particolare noi Mapuche perché la gente ha iniziato ad inalzare la nostra bandiera. Ciò significa che la gente si è resa conto che la violenza attuata oggigiorno contro il popolo cileno, è la stessa attuata per anni e anni contro il nostro popolo mapuche. Io direi che oggi a differenza di un tempo, esiste molta gente non mapuche che comprende, non simpatizza, ma capisce che la lotta mapuche è legittima, probabilmente non sa quanto sia illegale l’occupazione del territorio, ma quanto meno è riconosciuta.

Il processo di recupero che oggi stiamo portando avanti nel Bajo Malleco è come una linea che unisce più comunità. La resistenza secondo noi è un concetto molto ampio, che ha a che vedere con come sopportiamo la presenza dello Stato nel nostro territorio. E’ come tolleriamo oggigiorno la violenza dello Stato e al tempo stesso come andiamo avanti culturalmente, spiritualmente ed economicamente. Questo Nguillatún è una forma di resistenza. Facciamo occupazione perché chi ha legittimità e il diritto du questa terra, siamo noi mapuche. Quando lo Stato inizia a vedere questo, è li che si innesca il processo di repressione contro le comunità indigene. Non è un caso che noi viviamo con le ronde della polizia permanenti. Questo Nguillatún si sta facendo in maniera indipendente, senza alcun accordo con la forestale, E’ la comunità di Antonio Panitru che ha organizzato tutto questo, e lo fa da 3 anni in forma totalmente indipendente. Qui non c’è né il ricorso dello Stato né l’accordo con l’impresa forestale per occupare questo spazio. Tutto ciò viene portato avanti secondo la nostra linea di pensiero, ovvero che la nostra lotta, giusta e legittima, non può avere un’altra forma all’infuori di questa”.

Categorie: Popoli originari, Sud America
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