Guerra in Siria: geopolitica e media

05.03.2020 - Swiss Propaganda Research - Pressenza Berlin

Quest'articolo è disponibile anche in: Tedesco

Guerra in Siria: geopolitica e media
(Foto di Swiss Propaganda Research)

Cosa c’è in gioco nella guerra in Siria? Contrariamente a quanto riportato dai media occidentali, il conflitto in Siria non è una guerra civile, perché gli iniziatori, i finanziatori e gran parte dei combattenti antigovernativi provengono dall’estero. Né è una guerra religiosa, perché la Siria era ed è uno dei paesi più laici della regione e l’esercito siriano – come i suoi diretti avversari – è prevalentemente sunnita.

La guerra in Siria non è nemmeno una lotta per i gasdotti, come alcuni critici sospettavano, perché i progetti di gasdotti presumibilmente concorrenti non esistevano nella forma in cui erano stati fatti circolare.

La guerra in Siria è invece una guerra di conquista e di cambio di regime, che si è sviluppata in uno conflitto geopolitico tra gli Stati della Nato – soprattutto USA, Gran Bretagna e Francia – da un lato e Iran, Russia e Cina dall’altro.

In effetti, a partire dagli anni Quaranta, gli Stati Uniti hanno ripetutamente tentato di installare un governo filoccidentale in Siria, per esempio nel 1949, 1956, 1957, dopo il 1980 e dopo il 2003 – fino ad oggi senza successo. Questo rende la Siria l’ultimo paese del Mediterraneo indipendente dalla NATO dopo la guerra in Libia.

Nel corso della “primavera araba” del 2011, la NATO e i suoi alleati, in particolare Israele e gli Stati del Golfo, ci hanno quindi riprovato. A tal fine, le proteste motivate politicamente ed economicamente in Siria dovevano essere utilizzate e trasformate rapidamente in un conflitto armato.

La strategia originale della NATO del 2011 – come durante la guerra in Afghanistan negli anni Ottanta – era quella di conquistare la Siria principalmente attraverso le milizie islamiste (“ribelli”) ritratte positivamente. Questo non ha avuto successo, tuttavia, perché alle milizie mancava una forza aerea e missili antiaerei. Dal 2013 in poi sono stati inscenati diversi attacchi con gas velenosi per poter dispiegare le forze aeree della NATO nell’ambito di un “intervento umanitario” – simile a quanto avvenuto in Libia e Jugoslavia in precedenza. Tuttavia, anche questo non ha avuto successo, soprattutto perché Russia e Cina hanno bloccato un mandato dell’ONU.

Dal 2014, quindi, sono state create sotto copertura altre milizie islamiste (“terroriste”) con connotazioni negative, grazie ai partner della NATO Turchia e Giordania, fornite di armi e veicoli tramite triangolazioni e finanziate indirettamente dalle esportazioni di petrolio attraverso il terminal turco di Ceyhan.

Syrienkrieg: Geopolitik und Medien

ISIS: Vie di approvvigionamento e di esportazione attraverso i partner NATO Turchia e Giordania (ISW / Atlantico, 2015)

La propaganda mediatica di atrocità e i misteriosi “attacchi terroristici” in Europa e negli USA hanno ora offerto l’opportunità di intervenire in Siria con l’aviazione della NATO a partire dal 2015 anche senza un mandato ONU – apparentemente per combattere i “terroristi”, ma di fatto ancora una volta per conquistare la Siria. Questo piano è tuttavia fallito, anche perché la Russia ha colto la presenza dei “terroristi” nell’autunno del 2015 come un’occasione per intervenire direttamente e attaccare sia i “terroristi” che parti dei “ribelli” della NATO, oltre a controllare gran parte dello spazio aereo siriano. Alla fine del 2016, l’esercito siriano è riuscito a riconquistare la città di Aleppo.

Dal 2016 la NATO è poi tornata a rappresentare positivamente le milizie, ora a guida curda (la SDF), per continuare ad avere a disposizione forze di terra inattaccabili e conquistare il territorio dei “terroristi” precedentemente appoggiati, prima che la Siria e la Russia potessero farlo da sole.

Questo portò a una sorta di “corsa” alla conquista di città come Raqqa e Deir ez-Zor nel 2017 e a una divisione temporanea della Siria lungo l’Eufrate in una parte occidentale prevalentemente controllata dalla Siria e una orientale controllata da curdi e americani (vedi grafico sotto).

Così facendo, però, la NATO è entrata per la prima volta in conflitto con la Turchia, un membro essenziale per la guerra e la logistica, poiché la Turchia non accettava il territorio controllato dai curdi sul suo confine meridionale. Di conseguenza, dal 2018 in poi l’alleanza NATO si è divisa sempre di più.

La Turchia ora combatteva i curdi nella Siria settentrionale e allo stesso tempo sosteneva gli islamisti rimasti nella provincia nord-occidentale di Idlib contro l’esercito siriano, mentre gli americani si ritiravano a partire dal 2019 nei campi petroliferi della Siria orientale per avere ancora un asso politico in mano.

Mentre la Turchia sosteneva gli islamisti nel nord della Siria, Israele riforniva più o meno segretamente gli islamisti nel sud della Siria e allo stesso tempo combatteva le unità iraniane e libanesi (Hezbollah) con attacchi aerei, ma senza successo: le milizie nel sud della Siria si sono arrese nel 2018.

Alla fine, alcuni Stati della NATO hanno quindi cercato di utilizzare un confronto tra l’esercito turco e quello siriano nella provincia di Idlib come ultima possibilità di escalation. Tuttavia, la questione dei territori occupati nel nord e nell’est della Siria deve ancora essere risolta.

La Russia, da parte sua, ha cercato di allontanare la Turchia dall’alleanza NATO e, se possibile, di attirarla dalla propria parte. La Turchia di oggi, tuttavia, persegue una strategia geopolitica molto ampia, che si scontra sempre più con gli interessi russi in Medio Oriente e in Asia centrale. Nell’ambito di questa strategia, la Turchia ha utilizzato nel 2015 e nel 2020 anche la cosiddetta “arma della migrazione”. Questa può servire a destabilizzare sia la Siria (il cosiddetto spopolamento strategico) che l’Europa, oltre a costringere l’UE a fornirle sostegno finanziario, politico o militare.

Syrienkrieg: Geopolitik und Medien

Siria: La situazione nel febbraio 2020 (grafico Al Jazeera)

Che ruolo hanno avuto i media occidentali in questa guerra?

Il compito dei media vicini alla NATO era quello di descrivere la guerra contro la Siria come una “guerra civile”, i “ribelli” islamisti in positivo, i “terroristi” islamisti e il governo siriano in negativo, i presunti “attacchi con gas velenoso” in modo credibile e di conseguenza l’intervento della NATO come legittimo.

Uno strumento importante a tal fine sono stati i numerosi “centri mediatici”, “gruppi di attivisti”, “ragazze Twitter”, “osservatori” e simili sponsorizzati dall’Occidente, che hanno fornito alle agenzie e ai media occidentali le immagini e le informazioni desiderate.

Dal 2019, i media al servizio della NATO hanno anche dovuto nascondere o screditare varie fughe di notizie e informatori che hanno cominciato a documentare le consegne segrete di armi occidentali ai “ribelli” e ai “terroristi” islamisti, nonché gli “attacchi con gas velenoso” inscenati.

Ma se anche i “terroristi” in Siria sono stati palesemente formati e riforniti di armi dagli Stati della NATO, che ruolo ha avuto il misterioso “principe del terrore” Abu Bakr al-Baghdadi? Forse un ruolo simile al suo diretto predecessore, Omar al-Baghdadi: era un fantasma.

La guerra siriana è stata anche la prima guerra della storia ad essere raccontata in tempo quasi reale dai media indipendenti, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione e alle fonti dirette, influenzando così per la prima volta in modo significativo la presentazione al pubblico – un cambiamento significativo.

La pubblicazione di questo articolo è stata gentilmente concessa da Swiss Propaganda Research.

Ulteriori letture:

Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid

Categorie: Cultura e Media, Medio Oriente, Politica
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