Il tempo della caccia all’iceberg

09.02.2020 - Comune-info

Il tempo della caccia all’iceberg
(Foto di Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Tra gli allarmi, quasi tutti documentati e rigorosamente attenti a non generalizzare o creare panico, non può non spiccare quello del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: è assolutamente necessario ridurre le emissioni climalteranti del 45 per cento entro il 2030, e poi arrivare alla “neutralità climatica”, cioè ridurre totalmente le emissioni di gas serra, entro il 2050. Le rilevazioni statistiche non sono state completate ma è già evidente che il decennio appena concluso è stato il più caldo della storia recente e che il livello dei mari s’è alzato tre volte più di quanto previsto dagli scienziati. Ogni anno perdiamo il 13 per cento della superficie dei ghiacciai. Intanto, cresce il business dei cosiddetti cacciatori di iceberg: le navi che individuano un blocco galleggiante e lo trainano a riva per vendere a ricchi consumatori le loro acque particolarmente pure. Anche in Italia fa sempre più caldo, l’aria contiene sempre più polveri sottili, i venti si fanno devastanti e le frane minacciano di seppellirci

I dati per l’intero 2019

Anche se le statistiche non sono state ancora elaborate per l’intero anno, cominciano ad emergere delle prime indicazioni. L’ultimo decennio è sicuramente il più caldo della storia recente, almeno se si analizzano i dati raccolti a partire dal 1880. Inoltre, il livello dei mari si è innalzato in misure tre volte superiori a quanto previsto dagli scienziati. Ma il dato più preoccupante è quello fornito dal Segretario generale della Nazioni Unite, Guterres: è assolutamente necessario ridurre le emissioni climalteranti del 45% entro il 2030 e arrivare alla “neutralità climatica” cioè ridurre totalmente le emissioni di gas serra entro il 2050.

La stessa fonte sottolinea che a partire da subito si devono ridurre tali emissioni del 7,6%  ogni anno. Dovrebbe essere chiaro a tutti, governi in prima linea, che questo obiettivo vincolante è molto difficile da raggiungere in sistemi economici che ormai da anni si sviluppano a tassi molto bassi (per mancanza di risorse e per strategie economiche inadeguate) e che se si tarda un anno a conseguire questo scopo o se qualche paese decide di non  rispettarlo, negli anni seguenti tale percentuale sarà ancora più elevata. Sempre utilizzando questa fonte – che non è certo la voce di uno scienziato senza freni o di un ambientalista catastrofista -, è importante ricordare alcuni suggerimenti ai governi dei paesi industriali  circa le cose da fare per raggiungere questi obiettivi: imporre dei prezzi alle emissioni di CO2, smettere di dare sussidi pubblici ai produttori di carburanti fossili, bloccare l’utilizzo del carbone a partire dal 2020, quotarsi per istituire il fondo da 100 miliardi per aiutare i paesi del sottosviluppo a raggiungere questi obiettivi.

Inutile ricordare che nulla di tutto ciò è stato finora fatto malgrado le sollecitazioni formulate da una Conferenza delle Parti all’altra. Possiamo solo ricordare una recente notizia proveniente dalla Germania, forse il solo paese europeo in linea con le indicazioni emerse in sede Onu. Il governo Merkel sembra  aver approvato un piano che prevede l’uscita dal carbone, e in termini molto concreti e con le relative scadenze,  messo a punto in 200 pagine con i governi regionali delle zone minerarie e ora dovrà essere approvato dal parlamento prima della pausa estiva. Entro la fine dell’anno in corso è prevista la chiusura degli impianti più obsoleti mentre gli altri saranno chiusi entro il 2038 (e forse entro il 2035).

Le recenti situazioni più gravi  e gli eventi estremi

Una attenzione particolare  è stati dedicata dai giornali di tutto il mondo al fenomeno delle “acque alte” a Venezia, poiché la città appartiene all’immaginario di moltissime popolazioni a causa degli ininterrotti flussi turistici. In questa sede ci sembra opportuno segnalare  che non si è trattato dell’evento che si ripete ormai da decenni, ma per la prima volta si sono verificate quattro maree eccezionali in una settimana e la più alta ha raggiunto i 187 centimetri.  Vengono quindi in mente i dati recentemente riportati dalla rivista “Future” relativi agli effetti dei previsti innalzamenti dei livelli dei mari, oltre a quelli già verificatisi in molte isole dell’Oceania e della Tailandia.  Secondo le fonti utilizzate, entro il 2050 oltre 300 milioni di persone potrebbero essere minacciate  e città come Venezia e Mumbai (ex Calcutta) sarebbero sommerse. Inoltre, entro il 2100 il loro numero salirebbe fino a 600 milioni , in quanto sarebbero colpite anche città come Dacca, Ho chi Min City,  Alessandria d’Egitto,  parti di New Orleans, Amsterdam, Anversa, Gent e Londra; in totale sono oltre un miliardo le persone che vivono al di sotto di un metro sul livello del mare e la Banca Mondiale ha stimato i danni in oltre mille miliardi di dollari.

Continua senza soste lo scioglimento dei ghiacciai e ormai perdiamo ogni anno il 13% della loro superficie; in particolare la Groenlandia negli ultimi venti anni ha visto accelerare lo scioglimento. Inoltre non è ancora chiaro quanta acqua dolce va a finire negli oceani; alcune stime indicano che il 69% è ancora all’interno dei ghiacciai, mentre il 30% effettua percorsi sotterranei e solo l’1% è raccolta in bacini superficiali. Viceversa si stanno amplificando le attività dei cosiddetti “cacciatori di iceberg”, cioè di navi che individuano un iceberg e lo trainano a riva per vendere a ricchi consumatori le loro acque particolarmente pure.  Nel loro complesso,  i circa 12.000 eventi estremi, (uragani, cicloni, ondate di calore, siccità, alluvioni e inondazioni), in 20 anni, cioè tra il 1999 e il 2018, hanno causato 495.000 vittime umane, e perdite economiche superiori ai 3500 miliardi di dollari, secondo il Climate Risk Index calcolato dal German Watch.  Per l’Italia le vittime sono state oltre 20.000 e i danni hanno superato i 33 miliardi di dollari. Infine in Russia si è registrato un inizio inverno mai così caldo a partire dal 1886.

Alla fine dello scorso anno, in Australia, 200 incendi che sono durati oltre tre mesi, hanno causato 26 morti e distrutto oltre 2000 abitazioni, mentre le zone completamente bruciate hanno superato i 10 milioni di ettari, e le vittime tra gli animali sembra si aggirino intorno al miliardo di unità. In particolare sono state colpite le zone di protezione per i koala, almeno ottomila de 23mila esemplari hanno perso la vita nelle zone incendiate. L’ondata di calore che ha colpito il paese è stata in media superiore ai 42 gradi, con punte fino ai 47 gradi e il fumo dei roghi ha raggiunto il Cile a 12.chilometri di distanza. Purtroppo si deve registrare il fatto che nello stesso periodo l’Australia ha aperto la miniera di carbone Carmichael del gruppo Adani, è il terzo esportatore mondiale di combustibili fossili e soprattutto ha collaborato con Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita per boicottare ogni decisione in sede COP 25, contribuendo moltissimo al suo sostanziale fallimento.

Finalmente si riparla dei rottami spaziali, cioè della miriade di oggetti (satelliti non più funzionanti, motori e parti di razzi, ecc.) che è attualmente in orbita intorno alla terra e comincia a metter a rischio i prossimi lanci e la stazione internazionale (che già due volte ha dovuto spostarsi per evitare questi meteoriti creati dall’uomo). I satelliti in orbita sono 4994, dei quali 1957 sono attivi e 3037 sono ormai inutilizzabili. I detriti vengono classificati secondo le loro orbite e le loro dimensioni: tra i 750 chilometri e i 2000 chilometri di altezza, sono almeno 23.000 quelli superiori a dieci centimetri di lunghezza mentre ce ne sono almeno 500mila da uno a dieci centimetri; sono circa 150 milioni quelli di dimensioni inferiori a 1 millimetro. Sono stati effettuati alcuni tentativi di “pulizia” dei rottami spaziali, ma alcuni non sono riusciti e quindi manca ancora qualunque progetto di intervento significativo.

Nel settore delle materie prime si segnalano le attività delle prime imprese che stanno iniziando su scala industriale la raccolta e la estrazione del litio, il componente essenziale per le batterie destinate alle auto elettriche, e che è contenuto nei depositi di sale di un numero piuttosto limitato di paesi. In particole, l’estrazione è ormai in corso nel triangolo Argentina, Cile e Bolivia, nelle aree che risultano contenere circa l’85% della preziosa materia prima. Restano invece irrisolti due problemi cruciali: se le auto elettriche dovessero realmente raggiungere i livelli di produzione finora indicati, i giacimenti di litio esistenti in natura sarebbero sufficienti per la produzione delle necessarie batterie? E ancora, tenendo conto dell’esigenza di ricaricare continuamente le loro batterie, siamo realmente sicuri che tali auto siano rispettose delle esigenze del clima del pianeta?

Cosa succede in Italia?

Il 2019 si chiude con il mese di dicembre più caldo dal 1800, e che ha raggiunto un 1,9 gradi centigradi in più rispetto al periodo 1981-2010. L’anno nel suo complesso è il quarto più caldo dall’inizio delle rilevazione’ in quarto è preceduto dagli anni 2014, 2015 e 20 18. Quindi, almeno in Italia, negli ultimi anni si è ampiamente superata quella temperatura massima di 1,5 gradi, indicata dagli scienziati dell’IPCC come il livello massimo da non superare, se si vuole avere il tempo di realizzare gli obiettivi in materia di riduzione delle emissioni di gas climalteranti. E’ stato anche registrato un record di aumento della velocità dei venti, oltre cento chilometri all’ora, che in particolare hanno causato molti danni nelle regioni meridionali.

L’altro fenomeno in aumento è l’inquinamento dell’aria, al nord lo smog per periodi di cinque o sei giorni continuativi  ha caratterizzato ampi territori, mentre le grandi città hanno visto aumentare la presenza di polveri sottili, in parte dovute al traffico, che però rappresenta solo il 30% della Pm10, ma anche al riscaldamento degli edifici, malgrado sia vietato superare i 19 gradi.

In Italia è finalmente emerso nelle sue reali dimensioni  il fenomeno delle frane e degli smottamenti, perché hanno cominciato a danneggiare anche autostrade e strade statali di grande importanza. La causa prima è il disboscamento ma soprattutto la mancanza di sorveglianza e manutenzione delle opere. Nel paese viadotti e gallerie sono 7317 e alcuni quotidiani hanno cominciato a pubblicare liste di opere a rischio e la televisione a fine gennaio ha fatto vedere una galleria dove finalmente si verificava lo stato dell’opera. Ovviamente si dovrebbe elaborare ed attuare un piano complessivo di interventi, però si scopre che manca una mappa ufficiale dei rischi, nonostante l’Unione Europea l’avesse già richiesta nel 2018. Due governi fa era stata effettuata una rilevazione delle opere da realizzare immediatamente: erano 10.386 casi, ma l’agenzia che li dovrebbe attuare non è ancora entrata in funzione. In più, sembra siano almeno 1600  le situazioni per le quali non è abbastanza chiaro chi sono i responsabili delle opere e quindi chi se ne dovrebbe occupare.  E intanto il numero delle frane cresce rapidamente: dalle 383.800 del 2005 si è passati alle 620.800 del 2018 e i pochi finanziamenti destinati al settore restano addirittura in parte inutilizzati.

Una notizia positiva, ma quanto lavoro da fare!

C’è anche una notizia indubbiamente positiva e che apre nuove prospettive per la salvaguardia dell’ambiente. In Olanda, alla fine di dicembre, la Corte Suprema ha condannato in via definitiva  il governo olandese a ridurre entro il 2020 le emissioni di gas ad effetto serra  di almeno il 25% rispetto al 1990. Secondo i giudici il mancato intervento costituisce una violazione degli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani.  Questa sentenza è il risultato  del lavoro della Fondazione  ambientalista “Urgenda”, che a partire dal 2013 ha esercitato crescenti pressioni per ottenere questo risultato. Altre informazioni si trovano sul sito della Fondazione e sono state riprese da L’Extra Terrestre  del 9 gennaio scorso. Tale evento costituisce un precedente prezioso per analoghe iniziative da lanciare in tutti i paesi dell’Unione ed è possibile che dei gruppi in Italia abbiano già deciso di procedere in questa direzione. Questo tipo di risultati richiede un lavoro non indifferente che può durare degli anni (sicuramente troppi se si tengono presenti i tempi molto stretti dei disastri climatici) però permettono di tenere sotto pressione i governi e di imporre attività che finora sono state assenti nella maggior parte dei paesi. Inoltre non si deve dimenticare che a livello di base e nei confronti degli enti locali è possibile imporre uno stato di emergenza climatica, che a sua volta, sempre a livello istituzionale,  impone dei comportamenti più adeguati alle attuali condizioni di danni ambientali diffusi.

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