Dopo Sigonella si aprirà una nuova fase nel movimento per la pace?

14.01.2020 - Toni Casano

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Dopo Sigonella si aprirà una nuova fase nel movimento per la pace?

Con la manifestazione regionale di domenica 12 gennaio si è conclusa a Sigonella  la settimana siciliana di incontri e di mobilitazioni contro la guerra e i pericoli di una sua escalation, a seguito della crisi USA\IRAN. Il giorno prima, per la cronaca,  si era tenuto a Palermo un presidio organizzato davanti al Consolato americano che ha raccolto la presenza di ampie rappresentanze dei movimenti cittadini – dai Centri sociali all’Associazionismo democratico, sia laico che cattolico – che si sono espressi per la liberazione da tutti i territori, da Sud al Nord, delle basi militari americane.

Anche il corteo che si è tenuto nella cittadina della Sicilia orientale, scioltosi dinanzi alla base militare, ha avuto come obiettivo politico la richiesta dell’immediata chiusura del sito (da dove pare sia partito il drone che ha colpito Soleimani), in uno con gli altri presidi siciliani poco distanti: la stazione-MUOS  in quel di Niscemi,  strategicamente decisiva nella gestione dei potenziali teatri di guerra basata sui sistemi bellici ad alta tecnologia e il porto nucleare di Augusta, che rappresenta, come dicono da Catania, “un avamposto militare strategico per militarizzare e controllare il Mediterraneo”.

La manifestazione di Sigonella si è stretta idealmente in un grande abbraccio con la piazza di Torino occupata dai NoTav, erigendo un muro resistenziale comune contro l’arroganza del potere. Apriva il corteo uno striscione di solidarietà dedicato all’attivista Nicoletta Dosio, recentemente “ospitata”  nelle patrie galere per essersi opposta al saccheggio dell’alta velocità in Val di Susa e a Turi Vaccaro, il generoso pacifista siciliano oppositore all’istallazione della stazione radio Muos. In sostanza, Chiomonte chiama Niscemi, uniti contro l’altra guerra del capitale che minaccia non solo ambiente e paesaggio, ma l’esistenza sociale stessa. Insomma la “sughereta” – una delle poche riserve naturali dell’isola – e il territorio valligiano, due ecosistemi fondamentali a rischio di devastazione per tutte le forme vive che li animano. In questo quadro si sente forte il profondo legame evocato nella sua lettera agli oppressi  da Nicoletta verso Turi  “geograficamente lontano, ma vicino nella bellezza e nella verità delle ragioni che ci accomunano”.

Sul versante interno il movimento pacifista ha messo in mora il governo nazionale, affinché disponga – nel più breve tempo possibile – il ritiro dei soldati da tutte le missioni internazionali. Un programma ambizioso che confida nella prospettiva di una crescita del movimento, sia sotto l’aspetto della critica politica sia sotto l’aspetto della partecipazione di massa che richiede un’opera di sensibilizzazione ed informazione sulla guerra permanente. A tal fine dal movimento No Muos giunge la proposta di organizzare a Niscemi una grande manifestazione nazionale sabato 11 aprile, per la quale sarebbe necessario avviare da subito un vasto dibattito che possa sancire la nascita di un’importante coalizione sociale per la pace anche nel nostro paese.

Intanto registriamo che già questa settimana sono stati indetti due appuntamenti: domani a Palermo si terrà la II Assemblea contro la guerra in Iran e nel Mediterraneo, promossa dalla Consulta per la Pace, la Nonviolenza, i diritti umani ed il disarmo, presso la Fonderia Oretea alle ore 17,30, (all’ordine del giorno sono stati inseriti i seguenti punti: giornata internazionale contro la guerra;  appello nazionale della Rete per la Pace; iniziative cittadine); a Catania, venerdì 17 gennaio alle 16,30 presso la Facoltà di Scienze Politiche, in via Vittorio Emanuele 49 (aula “21 marzo”, 2° piano), è stato convocato un incontro cittadino il cui dibattito verterà sulla complessità tematica della guerra, intesa come problema in sé e “non la soluzione delle contraddizioni esistenti”. In questo senso il movimento catanese si richiama alla vicenda curda e alla Confederazione dei popoli mesopotamici del Nord-Est siriano: “Quelle popolazioni – scrivono nel documento di convocazione – che si battono per una convivenza interetnica e hanno combattuto il fondamentalismo (a partire da quello dell’ISIS) e che sono state tradite e lasciate sole di fronte all’invasione del Rojava in Siria da parte del sanguinario sultano turco Erdogan”.

La guerra, dunque, come condizione esistenziale permanente – ad alta densità bellica, ma a limitato raggio geografico – dove il quadro mutevole delle alleanze è assoggettato agli interessi dei maggiori stati-azionisti del capitale globale e in primo luogo degli interessi USA che dell’impero dominante sono il braccio armato, rivendicando una golden share  sugli altri, ma alimentando contestualmente, in modo esponenziale, la competizione interstatuale su un piano globalizzato sempre meno condiviso. Basti considerare “la guerra dei dazi” e, soprattutto, la “questione climatica”, dove tutti i protocolli sembrano divenuti carta straccia, in nome del libero mercato … o meglio della legge del più forte.

 

 

Categorie: Opinioni, Pace e Disarmo
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