“Mal di frontiera”: denuncia e speranza lungo la rotta balcanica

23.12.2019 - Anna Polo

“Mal di frontiera”: denuncia e speranza lungo la rotta balcanica
(Foto di Ricardo Fernández)

Domenica 22 dicembre, serata intensa e coinvolgente all’Arci Scuotivento di Monza per parlare di rotta balcanica attraverso video, racconti, testimonianze di volontari e giornalisti e progetti concreti portati avanti da No Name Kitchen, un’organizzazione di volontari che opera in Grecia, Montenegro, Serbia e Bosnia per supportare le persone che non hanno accesso a cibi sani e cure mediche.

Dopo un ottimo aperitivo balcanico-mediorientale, si comincia con un gioco a quiz, “Chi vuol essere migrante?”, trasposizione ironico-drammatica del famoso programma “Chi vuol essere milionario?”. Le due giovani volontarie Valentina Angotti e Matilda Zacco coinvolgono il pubblico presentando una serie di domande con diverse possibilità di risposta. La realtà che emerge è spaventosa: 77 muri già costruiti o in costruzione in tutto il mondo, 91% di respingimenti violenti lungo la rotta balcanica, un’azione illegale compiuta con particolare brutalità dalla polizia croata, differenze abissali nella possibilità di movimento a seconda del passaporto che si possiede – i due estremi sono rappresentati dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Afghanistan.

Valentina si concentra poi sulla rotta balcanica, un percorso di cui si parla poco, che cambia spesso a seconda delle politiche migratorie più o meno repressive dei vari Stati, ma che in sostanza si può sintetizzare in un dato terribile: migliaia di persone (6.000 secondo Frontex, che però tiene conto solo dei migranti registrati nei campi ufficiali e dunque in realtà molte di più) intrappolate in situazioni disumane, soprattutto ora con la neve, sottoposte a una violenza sistematica, sia fisica che psicologica, da parte soprattutto della polizia croata e impossibilitate a presentare una domanda d’asilo a cui pure avrebbero diritto. Per i migranti economici poi è ancora peggio, visto che non esistono vie legali per entrare in Europa.

Paolo Fuoli presenta quindi il documentario “The Game”, realizzato nel 2018 dal Collettivo Checkmate con l’appoggio dell’Osservatorio Caucaso Balcani e di The Submarine per raccontare attraverso testimonianze e immagini la condizioni dei migranti che tentano di continuo di passare la frontiera tra Bosnia e Croazia (quello che loro stessi definiscono un “gioco”) e vengono respinti con brutalità. Ferite, fratture, telefoni rotti per impedire di trovare la strada per la frontiera e soprattutto un senso di disperazione e impotenza e una domanda che aleggia di continuo: perché noi che veniamo da paesi insicuri come il Pakistan o l’Afghanistan non possiamo spostarci per migliorare la nostra condizione e chi è nato in Europa può farlo senza problemi? Un contrasto e un’ingiustizia resi ancora più stridenti dal confronto con l’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, secondo cui “la dignità umana è inviolabile e deve essere rispettata e tutelata”, o con la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Ci sono anche storie a “lieto fine”, raccontate dai protagonisti che dopo lunghe peripezie sono riusciti ad arrivare in Francia, Belgio o Italia e testimonianze incoraggianti come quella della giovane donna bosniaca che afferma: “C’è gente che ha bisogno dei confini. Io no.” Paolo sintetizza in un’espressione di enorme efficacia l’impulso che lo ha spinto a girare e poi far conoscere questo documentario: è il “mal di frontiera” che prende chi vede cosa succede lungo la rotta balcanica, non può dimenticarlo e sente il dovere di raccontarlo.

Le immagini e i racconti a tratti strazianti del documentario lasciano un senso di rabbia, indignazione e impotenza che per fortuna viene attenuato dall’intervento di Matilda, che racconta le attività e i progetti di No Name Kitchen sui temi della salute, del cibo e del primo soccorso e soprattutto il Progetto Salute If you do mind, nato nell’estate di quest’anno per mettere in contatto chi ha bisogno di cure mediche che vanno al di là del primo soccorso con persone disposte a dare un aiuto. I volontari sul campo identificano chi ha necessità mediche e definiscono nel dettaglio i suoi bisogni e i costi. A quel punto si cercano donatori pronti non solo a farsi carico delle spese mediche, ma anche ad accompagnare le persone nel loro viaggio con messaggi in Facebook e Whatsapp. Si crea così una connessione che supera il muro dell’invisibilità: i migranti non sono più una massa anonima senza volto e senza nome, ma persone reali con cui si stabilisce un rapporto diretto. Il contribuito dato non finisce in un calderone anonimo e generico, ma diventa un apporto specifico per una persona concreta. La raccolta di donazioni ha già permesso di mettere in contatto duecento persone e il lavoro continua. Matilda presenta tre casi che hanno ancora bisogno di ricevere cure mediche, tutti di giovanissimi di paesi diversi con problemi di infezioni e dolori a causa dei pestaggi subiti e mostra immagini incoraggianti dei casi risolti.

Il giornalista Christian Elia di Q Code Magazine ripercorre il modo in cui i media hanno trattato il tema della rotta balcanica: dalla “presa di coscienza” del 2015 dovuta all’immagine del piccolo Alan Kurdi annegato sulla costa turca, alla breve apertura di una finestra mediatica e fisica presto richiusa, al sostanziale silenzio poi piombato su una rotta che ci mette davanti alla nostra ipocrisia. Lo scorso novembre si è celebrato con tanta retorica il trentennale della caduta del Muro di Berlino e si sono ricordati i 137 morti nel tentativo di superarlo. Nel Mediterraneo annega in pochi giorni – e a volte in poche ore – un numero equivalente di migranti in fuga dall’inferno libico, ma per loro non ci sono riconoscimenti e tanto meno aiuti.  Si costruiscono muri e barriere senza dignità per rendere un inferno la vita di chi cerca di attraversarli, permettendo che nel 2019 ci sia gente che muore di freddo. Si esternalizzano a pagamento le frontiere europee, si ricattano paesi poveri e deboli come la Croazia e la Grecia perché facciano il lavoro sporco di trattenere i migranti in condizioni inumane, premiandoli quando si distinguono per brutalità e si accettano i ricatti della Turchia, a cui viene consentito di massacrare i curdi purché respinga l’”invasione” che minaccia i confini europei. Alla violenza contro i migranti si aggiunge poi in tanti paesi europei – dalla Francia, all’Italia, alla Grecia –  una sistematica criminalizzazione della solidarietà, con il rischio di pesanti condanne per chi li aiuta e li soccorre.

La scrittrice e giornalista Francesca Rolandi integra il racconto precedente ripercorrendo le diverse reazioni della società civile, in particolare in Croazia, al flusso di rifugiati che segue la rotta balcanica nel tentativo di arrivare in Europa. Nel 2015 si assiste a manifestazioni di solidarietà che via via diminuiscono fino al sostanziale silenzio attuale di fronte alla violenza crescente attuata dalla polizia, che viene però negata dalle autorità croate. La Bosnia non reagisce davanti alla polizia di un altro Stato che attraversa armata la sua frontiera (una lampante illegalità), ma bisogna ricordare che la responsabilità è anche dell’Italia e della Slovenia, visto che i respingimenti avvengono a catena.

Un giorno speriamo non troppo lontano l’Europa dovrà rispondere di queste flagranti violazioni dei diritti umani. Nel frattempo, chi si oppone a questo orrore e salva vite umane anche pagando un alto prezzo va sostenuto in tutti i modi.

Foto di Ricardo Fernández  e Stefania Zacco

 

 

 

Categorie: Europa, Migranti
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