La voce dei senza voce. Racconti dei migranti del Centroamerica

20.12.2019 - Claudio Rossetti Conti

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

La voce dei senza voce. Racconti dei migranti del Centroamerica
Il treno La Bestia passa accanto alla casa rifugio.

Quest’anno la Casa del peregrino migrante di Huichapan, di cui si è parlato nello scorso articolo, ha aperto le braccia a circa 10.000 migranti, offrendo quella stessa empatia e solidarietà con cui è stata costruita. Bambini, giovani madri, ragazzini e adulti denunciano con la loro presenza l’ingiustizia di questo mondo.

Dopo essersi scrollati di dosso il freddo e le intemperie del viaggio i centroamericani ripartono il giorno successivo verso i propri destini. Molti hanno paura di salire nuovamente sul dorso della “Bestia”, ossia quei treni merci che tagliano da sud a nord il Messico, ma spesso la loro paradossale condizione di “illegalità” umana li costringe a scegliere certi mezzi di trasporto piuttosto che altri.

“Ci leghiamo al treno per evitare di cadere addormentati sulle rotaie; alcuni hanno perso braccia e gambe, altri sono morti. Dobbiamo stare attenti ai nostri zaini affinché non si impiglino nei ganci dei vagoni, quando aspettiamo il momento giusto per potere salire e non ci trascinino” racconta una giovane coppia di salvadoregni diretta nuovamente verso gli Stati Uniti per ricongiungersi con la figlia, strappata dalle braccia della madre dalla polizia migratoria statunitense. “Da anni vivevamo negli Stati Uniti; mia figlia è nata lì,” mi dice la madre di ventiquattro anni davanti alla Bestia. “Una mattina mio marito andò a lavorare e io rimasi a casa con nostra figlia. Dopo qualche ora bussarono alla porta, dissero di essere agenti della immigrazione in borghese; mi chiesero i documenti e mi rimpatriarono per la mia situazione di illegalità. Mi tolsero mia figlia di pochi anni dalle braccia dicendomi che l’avrebbero tenuta in custodia loro. Si rifiutarono di affidarla ai miei parenti legalmente residenti nel loro paese. Dopo essere stata rimpatriata dissero a mio marito che avrei dovuto ritornare negli Stati Uniti per contestare il caso e dimostrare l’illegalità del procedimento della polizia. Mio marito tornò in Salvador per me. Due mesi dopo ripartimmo per gli Stati Uniti; arrivati in Chiapas la polizia federale strappò davanti ai miei occhi il permesso speciale che mi avevano dato, dicendo che avremmo fatto meglio a dimenticarci di nostra figlia e tornare in Salvador.”

“Siamo riusciti a sfuggire ai sequestri delle maras (organizzazioni internazionali di bande criminali) e la Guardia nacional (istituzione che funge da polizia nazionale fondata il 26 marzo di quest’anno dall’attuale presidente messicano Lopez Obrador) ci ha sparato lungo il cammino” continua il padre della bambina.

Nella Casa del peregrino più di una volta si è tentato di curare ferite da arma da fuoco. “A volte sono le stesse guardie di sicurezza del treno che ci sparano, a volte invece ci obbligano a pagare per poter salire” mi racconta un signore honduregno fuori dalla cucina del rifugio. “Guarda i miei polsi” dice rimboccandosi le maniche della felpa. “Dopo essere scappato da un gruppo di centroamericani che avevano cercato di  uccidermi, chiesi aiuto a un agente della polizia federale dicendo che mi avevano rubato lo zaino con i documenti, il cellulare e i soldi. Pensavo di essere al sicuro; mi fece entrare nella volante, prese una radio walkie talkie dicendo di aver trovato un migrante. Mi consegnò al cartello Nuevas generaciones, che gli diede dei soldi e se ne andò. Mi ammanettarono minacciandomi di morte; volevano che la mia famiglia pagasse un riscatto in cambio della mia vita. Di notte mi ruppi la base del pollice e riuscii a sfilarmi le manette.” Mi mostra le ferite attorno ai polsi e uno al metacarpo. “Per mostrarmi la loro determinazione mi ferirono con un machete sulla natica: è per questo che cammino a fatica. Voglio denunciare alle organizzazioni per i diritti umani quello che sto vivendo e avvisare la mia famiglia che sto bene”.

A detta dei migranti, da quando Trump ha minacciato di imporre dazi doganali ai prodotti di importazione messicani fino a che il paese non avesse risolto il problema della “migrazione illegale”, la politica migratoria si è inasprita ulteriormente, causando un aumento della corruzione alla frontiera. Il pericolo però proviene anche dagli stessi centroamericani che entrano nelle gang messicane. “I nostri stessi connazionali pattugliano i treni, ci chiedono cento dollari per proseguire il viaggio. Spesso abusano sessualmente le nostre mogli e figlie. Mostrano machete e pistole per intimorirci; alcuni di noi si sono ribellati e hanno perso la vita. Noi siamo riusciti a nasconderci nel treno, in un punto dove non ci potessero vedere” mi racconta un ragazzo guatemalteco accanto ai binari. “Siamo partiti in varie centinaia, quelli che vedi sono i sopravvissuti” continua, mostrandomi il gruppo di ventisette persone. “Durante il viaggio ci dividiamo e ciascuno prende la sua strada. A volte ci incontriamo nelle case rifugio sparse lungo il percorso. Spesso si infiltrano nei nostri gruppi informatori delle maras e dei cartelli; dobbiamo sempre stare allerta e non fidarci dei nuovi arrivati. Li riconosciamo rapidamente dai loro comportamenti: tentano di creare un legame di fiducia parlando molto e assicurando di essere delle buone guide. Capita a volte che ci vogliano regalare dei vestiti, che in realtà servono a segnalare le vittime designate ai gruppi mafiosi per cui lavorano. Alcuni di noi viaggiano con i polleros (persone che vengono assoldate come guide nei paesi di origine; un viaggio dall’Honduras fino agli Stati Uniti costa circa diecimila dollari) per evitare di incorrere in questi rischi.”

“Spesso ci chiedono perché migriamo” interviene un ragazzo honduregno di ventisette anni, seduto sui binari accanto ai suoi quattro cugini. “In Honduras c’è una dittatura, il presidente è rimasto in carica due anni oltre il suo mandato. Le tasse sono aumentate, l’educazione e la sanità sono state privatizzate, diventando un privilegio per la classe alta. Gli uomini vengono minacciati dalle maras salvadoregne perché entrino nelle loro organizzazioni criminali; quando ci rifiutiamo ci picchiano e minacciano le nostre famiglie. Molti bambini lavorano come halcones, ossia sentinelle delle maras, pattugliando le strade con walkie talkie per segnalare persone da sequestrare. L’unico posto sicuro sono le nostre case. E’ per questa situazione insostenibile che decidiamo di rischiare le nostre vite mettendoci in viaggio; sappiamo in quanti partiamo, ma non sappiamo in quanti arriveremo. Ci affidiamo unicamente a Dio. Fortunatamente abbiamo incontrato anche gente di buon cuore, che ci aiuta dandoci qualche soldo, un pasto caldo, buoni consigli e occasionalmente un tetto sotto cui dormire. Ieri  notte ad esempio stavamo dormendo in un parco; mi sveglio poco prima dell’alba e osservo una donna che per due volte si avvicina a noi per poi andarsene. Pensava che fossi un criminale; la terza volta decide di parlarci e ci chiede se avevamo fame. E stato così che la signora ci ha offerto una tazza di caffè e dei tamales caldi. Anche i rifugi sono un grande aiuto per noi migranti; ci possiamo lavare e spesso ci offrono dei vestiti, zaini e scarpe con cui proseguire il nostro cammino.” Esempi di luci nell’oscurità, speranza di un mondo migliore.

Categorie: America Centrale, Migranti, Nord America
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