Intervista a Susi Snyder, Don’t Bank on the Bomb

16.08.2019 - Tony Robinson

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese

Intervista a Susi Snyder, Don’t Bank on the Bomb

Il 6 giugno abbiamo presentato in anteprima a New York il nostro ultimo documentario, “L’inizio della fine delle armi nucleari”.  Per questo film abbiamo intervistato 14 persone, tutte esperte nei loro campi, che hanno saputo darci un’idea della storia e del processo che ha portato al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, e degli attuali sforzi per stigmatizzarle e trasformare il divieto in eliminazione.  Nell’ambito del nostro impegno a mettere queste informazioni a disposizione di tutti, pubblichiamo le versioni integrali di queste interviste, insieme alle loro trascrizioni, nella speranza che queste informazioni possano essere utili ai futuri registi, attivisti e storici che desiderino ascoltare le potenti testimonianze qui registrate.

Questa intervista è stata rilasciata da Susi Snyder, project manager di PAX No Nukes e coordinatrice della ricerca e della campagna Don’t Bank on the Bomb, l’11 dicembre 2018 presso il suo ufficio di Utrecht, Paesi Bassi.

Trascrizione

Mi parli del suo passato nel campo del disarmo nucleare

Ho lavorato sulle armi nucleari per più della metà della mia vita e ci ho lavorato perché le armi nucleari per me sono il peggior problema di cui sono stato informata. Sono il male peggiore che abbia mai incontrato e la ragione per cui l’ho sentito così è perché si tratta in realtà di una questione di diritti umani.

Ho incontrato alcune persone le cui famiglie sono state costrette dagli Stati Uniti a sfollare con la forza per i test nucleari. Così tutta questa nazione, che ha un trattato con il governo degli Stati Uniti, si è ritirata dalla sua patria territoriale con una pistola puntata contro, per lasciare che Stati Uniti facessero esplodere bombe nucleari. Sono rimasta inorridita e ho detto: “Beh, è una cosa molto brutta. Come possiamo permettere che questa bruttissima cosa vada avanti?”

Credo nel buono che c’è nelle persone. Credo che, data l’opportunità, le persone sceglieranno di fare la cosa giusta. Così ho pensato, beh, lasciatemi trovare un modo per aiutare le persone a vederlo da sé e scegliere di fare qualcosa d’altro, di diverso dalle armi nucleari.

Lavorare con le popolazioni indigene mi ha aiutato a trovare un modo per affrontare questo problema, dove sentivo di poter dare il mio contributo, e sentivo anche di non essere l’unica a fare qualcosa per la pace e la giustizia. E ho sentito che potevamo davvero fare la differenza, perché questi principi fondamentali dei diritti umani sono alle nostre radici.

Questo l’ha portata alla Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà

Stavo lavorando con questa organizzazione chiamata Shundahai Network, guidata da un leader tradizionale della nazione Shoshone; dopo diversi anni ho deciso di tornare a New York e scoprire dove segnalare questo problema per diffonderlo a livello globale. Così ho iniziato a lavorare con la Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà (WILPF), che mi ha dato la possibilità di esprimere anche il mio forte femminismo e di analizzare realmente la questione del disarmo da una prospettiva globale, di confrontarmi con i decisori dell’ONU, una cosa diversa dalla partecipazione a livello locale in Nevada o a livello nazionale a Washington. E mi ha dato l’opportunità di esplorare opportunità per ciò che era possibile.

Sono stata alla WILPF per quasi un decennio e abbiamo visto accadere grandi cose durante quel periodo, compresa la Convenzione sulle bombe a grappolo e alcuni progressi reali sul concetto di disarmo umanitario. È stato davvero emozionante!

Ci racconti la sua esperienza con ICAN

Ognuno ha la sua storia su come si è arrivati al Trattato di Proibizione. Per ricapitolare, penso che stia nel cambiamento del modo in cui vediamo le armi nucleari e questo si è riflesso nei documenti internazionali dopo che l’allora presidente della comunità internazionale della Croce Rossa, Jacob Kellenberger, si è rivolto al nucleo diplomatico a Ginevra all’inizio del 2010, credo.

Ha parlato delle armi nucleari come bombe, come armi. Ha parlato dell’impatto che hanno. Ha parlato della catastrofe umanitaria che non poteva essere evitata nemmeno con un’arma minuscola. Credo che questo abbia ispirato un po’ di attività. Ha ispirato molte discussioni non ufficiali che hanno portato all’inserimento di un linguaggio, nel documento finale del TNP 2010, che riconosce le conseguenze umanitarie delle armi nucleari. E questo si è rafforzato e l’attenzione si è spostata dagli strumenti per la sicurezza e la stabilità a “gli esseri umani sono distrutti dalle armi nucleari”, sia immediatamente dall’esplosione e dalla palla di fuoco che incenerisce il corpo, sia, a lungo termine, dall’impatto delle radiazioni ionizzanti che ci divorerebbero dall’interno. Le armi nucleari sono catastrofiche per l’umanità e catastrofiche per la vita sul pianeta. La gente ha iniziato a parlarne, e all’interno di ICAN abbiamo deciso di focalizzarci su ciò che queste armi fanno alla gente. È così che abbiamo ottenuto il trattato.

Quali sono state le tappe dal 2010 in poi?

Nel 2010 abbiamo avuto questo documento finale del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Quasi tutti i paesi partecipano al TNP ed è quasi universale, ma presenta alcune carenze. Alcuni possono avere armi nucleari, purché alla fine se ne liberino, e tutti gli altri no. E l’obiettivo è quello di mantenere un equilibrio, dove c’è comunicazione sulle

conseguenze umanitarie, che ci ha portato a una dichiarazione nel Comitato preparatorio del TNP 2012, una riunione presieduta dagli svizzeri e alla quale hanno partecipato una dozzina di governi, che hanno detto: “Un momento! Qualsiasi uso di armi nucleari ha conseguenze umanitarie catastrofiche”.

Ci sono un paio di parole chiave. “Catastrofico”, perché le armi nucleari sono catastrofiche. E “qualsiasi uso”. Ciò ha cominciato a delegittimare l’arma come strumento di sicurezza e a porre l’accento sull’arma come arma. Questo ha portato a ulteriori discussioni e la Norvegia ha detto: “Beh, nel TNP 2010 abbiamo concordato che tutti i paesi avrebbero fatto del loro meglio per il disarmo nucleare. Facciamo qualcosa! Facciamo qualcosa! Sottolineiamo le conseguenze”.

E la Norvegia ha deciso di tenere per la prima volta nella storia delle armi nucleari la prima conferenza intergovernativa sull’impatto umanitario delle armi nucleari. Era il marzo 2013; a Oslo faceva freddo, ma c’è stato un caloroso benvenuto da parte della comunità globale. Penso che abbiano partecipato 130 governi.

Eravamo molto eccitati. E alla fine della conferenza il governo messicano ha detto: “Faremo la prossima conferenza all’incirca nell’anniversario del Trattato di Tlatelolco”. Quello che festeggiamo come San Valentino nell’emisfero occidentale! È la nostra lettera d’amore per il disarmo, questo primo trattato che ha vietato le armi nucleari in un’area popolata.

E così il Messico ha ospitato la conferenza di Nayarit e l’ha dichiarata il punto di non ritorno. In seguito, ha quasi lasciato l’Austria senza la possibilità di ospitare la conferenza, ma lo hanno fatto comunque. L’Austria ha tenuto la terza conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, che ha riconosciuto che non c’è modo di affrontarlo e che dobbiamo fare qualcosa al riguardo.

In quella conferenza, il governo austriaco si è impegnato a collaborare con chiunque fosse disposto a fare tutto il possibile per stigmatizzare, vietare ed eliminare le armi nucleari, non necessariamente in quest’ordine e presto altri governi hanno deciso di aderire. E sempre più governi hanno aderito alla promessa, e poi questo ha portato a…..

Era prima della conferenza di revisione del TNP del 2015, che si è conclusa senza un documento finale, ma ha riaffermato gli accordi raggiunti nel 2010. E poi cosa fare? Non c’è niente all’orizzonte. Così, all’Assemblea Generale svoltasi più tardi quell’anno, i governi hanno detto: “Bene, facciamo qualche progresso”. E così hanno deciso di formare un gruppo di lavoro aperto. È stato un modo molto complicato di dire che avremmo tenuto molte riunioni in cui parlare di ciò che si può fare per eliminare le armi nucleari.

Così nel 2016 hanno organizzato molti incontri che hanno portato ad alcune raccomandazioni, e una delle principali è stata quella di avviare i negoziati su un nuovo trattato per la messa al bando delle armi nucleari. È stato molto controverso. È sempre controverso. Ma era anche estremamente logico e in quella riunione si è deciso di presentare tale raccomandazione.

E l’Assemblea Generale, quando si è riunita nello stesso anno, nel 2016, ha votato. “Inizieremo i negoziati per un nuovo trattato”, e loro lo hanno fatto! E nel 2017, sembra passata un’eternità, ma non lo era, i negoziati sono iniziati a marzo.

E abbiamo finito a luglio, ed è così che abbiamo ottenuto il trattato! Lavorando molto duramente. Comunque, non voglio sottrarre meriti. Questa è la parte governativa di quello che è successo, ma dietro le quinte, per le strade e attraverso azioni creative, la gente spingeva e spingeva e spingeva e spingeva per assicurarsi che questo accadesse.

Non erano solo un paio di persone in giacca e cravatta che dicevano: “Oh, faremo delle riunioni”. Questa è stata la forza di coloro che dicono che le armi nucleari sono sbagliate, che i governi devono fare qualcosa e che sono responsabili nei nostri confronti; così faremo in modo che facciano qualcosa. Quindi credo che nella storia c’è più di quanto abbiamo visto nelle riunioni di governo.

I Paesi Bassi sono stati l’unico Stato della NATO a partecipare ai negoziati sul Trattato di proibizione

Qui nei Paesi Bassi abbiamo deciso che volevamo affrontare la questione. La nostra organizzazione è stata una delle forze trainanti del movimento contro i missili Pershing negli anni Settanta e Ottanta. Avevamo un milione di persone per le strade di Amsterdam. Oggi, il tipo di organizzazione è un po’ diverso e lo riconosciamo, ma ci sono ancora strumenti a nostra disposizione.

Così i miei colleghi hanno messo insieme la campagna più sorprendente, che in olandese suonava “Teken tegen kernwapens”, ossia “Firma contro le armi nucleari”, perché il sistema politico olandese consente di proporre qualsiasi tema che non è stato discusso in Parlamento, se si raccolgono abbastanza firme.

Avevamo abbastanza firme. Abbiamo raccolto più di 45.000 firme per chiedere un divieto nazionale delle armi nucleari. E il Parlamento ne ha discusso e ha detto: “No, è troppo, ma incoraggeremo il governo a partecipare a qualsiasi discussione internazionale a prescindere dall’esito, senza pregiudicare”.

E a causa di quella risoluzione, di quella mozione che è stata appoggiata a stragrande maggioranza dal Parlamento, quando sono sorti i negoziati per il Trattato di Divieto, il governo non poteva dire di no. Era legato. La democrazia ha funzionato e hanno dovuto rimanere lì.

Naturalmente, alla fine non erano soddisfatti del trattato e hanno votato contro. Nei colloqui successivi, il vero motivo per cui hanno votato contro è perché stanno attualmente violando il trattato. Nei Paesi Bassi esistono armi nucleari e il trattato vieta a un paese di accettare lo stanziamento di armi nucleari sul suo territorio, quindi il governo non era pronto ad aderire a un trattato che stava violando. E avevamo altro lavoro da fare.

Dov’era e cosa faceva quando ha saputo del Premio Nobel per la Pace?

Ero seduta con il gruppo direttivo dell’ICAN e ci eravamo detti all’inizio della settimana, nella settimana dell’annuncio del Nobel: “Oh, dovremmo essere pronti nel caso in cui vinciamo il Premio Nobel”.

Sono stata una di quelli che ha detto: “No. Abbiamo preparato alcune cose l’anno scorso, ma non siamo ridicoli. Non esageriamo. Calma. Sono sicura che a riceverlo sarà una persona o un’organizzazione molto meritevole”.

Eppure, c’è sempre stata quella speranza. E avevamo anche sentito dire che si riceve una telefonata con mezz’ora di anticipo, il che non è vero, sono solo cinque minuti! Erano le 10:30 del mattino, prima dell’annuncio delle 11. Nessuno aveva ricevuto un messaggio. E abbiamo detto: “Oh, ok, non l’abbiamo vinto”. Ero quindi presente a questa riunione con alcuni esponenti di un gruppo di esperti e di membri del Ministero degli Esteri olandese per parlare di cosa fare poi sulla questione delle armi nucleari. E, naturalmente, mentre lo stavo facendo, era la fine della riunione, stavo controllando il mio telefono, guardando le notizie, una dopo l’altra, e poi ho visto “ICAN vince il Premio Nobel per la Pace” e ho lanciato il mio telefono sul tavolo verso il mio collega del Ministero degli Affari Esteri. Ho detto: “Puoi controllarlo? Credo che abbiamo appena vinto il Premio Nobel per la Pace”. Lui mi ha guardato e il suo telefono stava squillando. Ha risposto al telefono e ha detto: “Ce l’avete fatta! Congratulazioni!”.

Poi abbiamo preso entrambi i nostri telefoni e abbiamo iniziato a chiamare, perché c’erano cose da fare per la stampa, c’erano comunicati da scrivere. Ha ricevuto un tweet dal governo olandese che si congratulava con ICAN. Uno dei pochi paesi NATO a farlo.

L’ho apprezzato molto. È stato molto bello. Poi abbiamo dovuto correre per prendere l’autobus perché eravamo in capo al mondo all’Aia. Abbiamo preso l’autobus sbagliato e c’erano telefonate frenetiche. Chiamo il mio direttore. Le troupe sono andate a casa del mio direttore per intervistarlo e abbiamo subito organizzato questa grande festa. Abbiamo anche fatto una grande festa qui nel nostro ufficio, con più troupe televisive, dato che abbiamo avuto una meravigliosa frenesia mediatica.

I titoli di copertina recitavano “Il Premio Nobel per la Pace arriva a Utrecht – solo un po’” ed era proprio così. Ed è stato grandioso perché abbiamo potuto festeggiare come una campagna di cinquecento organizzazioni in cento paesi. Quante migliaia di attivisti di ICAN hanno ricevuto un messaggio di congratulazioni dei loro insegnanti di politica delle scuole superiori o dai professori di scienze? Siamo noi come gruppo ed è una cosa molto bella. Sono molto orgogliosa di farne parte.

Ci parli di Don’t Bank on the Bomb e di come le persone possono partecipare

Ho lavorato sulle armi nucleari per, beh, più di metà della mia vita. Ed è un lavoro duro e molto debilitante. Le armi nucleari sono le peggiori armi mai create e sono spesso viste come qualcosa di cui solo gli esperti e forse alcuni politici selezionati in alcuni paesi hanno il diritto di parlare.

Penso che sia completamente sbagliato. Quindi volevo cambiare la situazione. Volevo pensare a un modo per coinvolgere tutti. E noi possiamo. Possiamo parlare con i politici, ma è importante pensare a ciò che possiamo fare personalmente. Abbiamo quindi deciso di fare alcune cose su come vengono finanziate le armi nucleari, perché la gente potrebbe non saperlo, ma le aziende private sviluppano componenti chiave per le armi nucleari e per poterlo fare hanno bisogno di finanziamenti di banche e fondi pensione. La gente trae beneficio dalla produzione di armi nucleari. È un po’ sorprendente, così abbiamo iniziato Don’t Bank on the Bomb, offrendo a tutti un modo per opporre resistenza alle armi nucleari.

Quindi, ciò che facciamo è pubblicare informazioni, gratuite e aperte a chiunque. Quali sono le società coinvolte nella produzione di armi nucleari? Quali sono le banche e i fondi pensione, i gestori patrimoniali o le compagnie di assicurazione che forniscono loro i finanziamenti di cui hanno bisogno? Di quanto si tratta?

Lo rendiamo pubblico. Non solo questo, ma riconosciamo anche che non tutti cercano di trarre profitto dalle armi nucleari. Ci sono alcuni che stanno andando molto bene, che hanno politiche molto forti che dicono “Non ci toccheranno” e “Non permetteremo che i nostri soldi entrino in qualcosa che abbia a che fare con le bombe nucleari”.

Quindi pubblichiamo anche informazioni su di loro, perché le persone hanno bisogno anche di buoni esempi. Ma la cosa migliore di Don’t Bank on the Bomb è che, se hai un conto in banca, puoi fare qualcosa per le armi nucleari. Potete parlare con la vostra banca e chiedere loro se hanno una politica di investimento. Se avete un fondo pensione, il vostro fondo pensione beneficia della produzione di armi nucleari? E se sì, perché? Avete il diritto, come consumatori, avete il potere di fare qualcosa per cambiare questa situazione. E la gente lo fa. E non appena abbiamo iniziato a pubblicare questo, la gente ha iniziato a innervosirsi. I loro investimenti sono stati esposti. Stiamo facendo chiarezza su questo. E penso che questo sia molto importante e abbiamo visto cambiamenti molto positivi.

Non è un enorme quantità di persone e dimostrazioni di massa che stanno facendo il cambiamento, è una manciata di persone che scrivono su una pagina Facebook di una banca in Svezia, per poi ottenere l’attenzione di qualcuno nel dipartimento di comunicazione che invia il messaggio: “Ehi, possiamo fare qualcosa? È una cattiva propaganda”.

E poi una persona in banca dice: “Oh, aspetta, penso che possiamo”, scrive una regola e risolve. Dieci persone possono muovere milioni e milioni di dollari, ed è un atto potente, perché continuiamo a vedere che funziona. Continuiamo a vedere fondi pensione come ABP, qui nei Paesi Bassi l’anno scorso, mentre ci stiamo preparando per il nostro prossimo passo nella campagna, loro avevano appena annunciato: “Oh, sì. Non investiremo più in produttori di armi nucleari”.

Il fondo pensione norvegese è il più grande del mondo e non investe più in armi nucleari. E citano motivi diversi. Perché è una preoccupazione umanitaria, perché sono davvero le bombe che uccidono le persone, o a causa delle pressioni dei loro clienti, o perché non è necessariamente l’investimento più redditizio. Ci sono altre aziende in cui è possibile investire e ottenere un rendimento decente, o infine dicono di voler fare la cosa giusta.

Tuttavia, ciò che abbiamo visto dall’adozione del trattato è che sempre più istituzioni finanziarie lo citano come motivo di vendita, perché le armi nucleari saranno illegali ai sensi del diritto internazionale e non vogliono correre il rischio di essere esposti finanziariamente alla produzione di qualcosa di illegale. Quindi è un ottimo strumento.

Che impatto ha avuto il Premio Nobel per la pace sul suo lavoro?

Con Don’t Bank on the Bomb abbiamo pubblicato il rapporto di quest’anno a marzo, quindi, diversi mesi dopo che è stato assegnato il premio, e il bagliore è continuato e ha aperto molte porte per noi. Abbiamo potuto avere incontri con i vicepresidenti di Citigroup e abbiamo potuto entrare nel mondo dell’alta finanza con questo: “Buongiorno, abbiamo vinto un premio Nobel. Possiamo parlare con lei?”

È stato fantastico. Non hanno ancora cambiato tutte le loro politiche, ma stanno parlando con noi. Riconoscono le preoccupazioni. Sono alla ricerca di modi per fare la cosa giusta, il che li riporta al trattato. Con l’entrata in vigore di questo trattato, quando le armi nucleari saranno completamente illegali, penseranno: “Oh, sì, anche i governi lo stanno rivendicando, beh, è il finanziamento delle armi. Anticipiamoli”.

I finanzieri vogliono essere in testa ai mercati. Quindi stanno prestando attenzione. È fantastico. Stanno aprendo le porte e prestandoci attenzione sull’argomento.

È stato un anno difficile per le armi nucleari sotto molti aspetti. Ci sono stati molti rischi. Il problema è stato sotto gli occhi dell’opinione pubblica come non succedeva da molto tempo. Penso che il Premio Nobel significhi che la nostra soluzione al problema delle armi nucleari –  vietarle ed eliminarle –  sia vista e trattata come una soluzione onesta e non solo come la folle idea di un gruppo di persone. Ora è un trattato, ora è un’opzione, è qualcosa con cui possiamo andare avanti. Quindi è servito molto.

In che modo le disposizioni del trattato aiutano le popolazioni indigene?

Il processo di produzione di armi nucleari è costituito da produzione, test e sviluppo. Quando si tratta di testare le armi, lo si è fatto soprattutto sulle terre delle popolazioni indigene. Le terre degli indifesi sono state usate deliberatamente. Allo stesso modo, i componenti chiave, i componenti tossici, sono sempre stati prodotti in comunità di colore e in aree in cui le persone erano considerate politicamente irrilevanti, non così importanti.

E così, il trattato riconosce che le armi nucleari hanno avuto un impatto sproporzionato su alcune comunità e impedito alle persone di raggiungere i loro pieni diritti umani.

Sono davvero soddisfatta del contenuto del trattato sull’assistenza alle vittime e sul riconoscimento dei diritti umani, perché offre a coloro che sono stati direttamente interessati la possibilità di chiedere un risarcimento ai governi, di chiedere aiuto alla comunità internazionale.

L’anno scorso sono andata sul sito del test di Trinity. Fanno un open day. E….. Lavoro con le armi nucleari da molto tempo, mi interessa molto; volevo vedere il primo posto dove una bomba è esplosa, e così ho fatto. Quando stavamo lasciando quel posto, io e il mio amico abbiamo visto alcune persone fuori con dei manifesti. Si trattava di un gruppo comunitario di persone colpite fisicamente dalla prima esplosione di un’arma nucleare.

Ci siamo fermati, abbiamo parlato con loro e abbiamo chiesto loro di raccontare le loro storie. Le persone sono state sfollate, hanno avuto malattie a lungo termine, hanno perso membri della famiglia, hanno subito orribili aborti, malformazioni nei bambini, tutte queste cose che sappiamo possono essere direttamente collegate alle esplosioni di armi nucleari. E io ho detto: “Beh, sapete di questo trattato di proibizione? Conoscete ICAN?”. Hanno risposto: “Certo che si! Ci vediamo riflessi nel trattato. Consideriamo il trattato come un modo per aiutarci a ottenere tutti i nostri diritti umani, che finora ci sono stati negati”. Per me è stato incredibile.

Qual è la sua ispirazione?

Mi sento sinceramente e costantemente ispirata dalle persone con cui lavoro, perché chi sceglie di spendere le proprie energie sul tema delle armi nucleari non cerca fama o fortuna, ma tenta di migliorare il mondo per se stesso e per le generazioni future. Guardano avanti, e lo fanno con creatività, fiducia, dedizione e una determinazione feroce a fare la cosa giusta e a fare del bene.

A volte commettiamo degli errori, ma impariamo da essi. Quindi sono veramente ispirata dalla comunità di persone con cui lavoro, dai miei colleghi e anche dalla loro creatività e compassione.

Lei è una persona ottimista?

Sì, beh, ho avuto un figlio e questo ha cambiato il modo in cui vedo il futuro. Mi ha reso davvero un po’ più pessimista di quanto non lo fossi, perché ora ho una connessione fisica con la prossima generazione. In un certo senso, prima ero molto teorica, ma sono comunque ottimista sul fatto che alla fine vincerà la buona natura delle persone.

È incredibile. Quando parli con un essere umano, anche con qualcuno che difende le armi nucleari in pubblico, io gli parlo a livello personale, a livello umano, e gli dico: “È davvero la cosa giusta da fare?”

Direi che il 98% delle volte sarà d’accordo con te, in privato, sul fatto che le armi nucleari sono folli. Quindi si tratta di trovare il modo di costruire la fiducia per poterlo dire pubblicamente.

So che il bene può trionfare, perché se non lo fa, allora siamo tutti condannati. E sarebbe un disastro. Quindi sono una specie di ottimista. Sono molto fiduciosa.

Categorie: Interviste, Pace e Disarmo
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