8 maggio, il Sudafrica sceglie il futuro. Corruzione e astensionismo minano il partito di Mandela

07.05.2019 - Lorella Beretta - Redazione Italia

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8 maggio, il Sudafrica sceglie il futuro. Corruzione e astensionismo minano il partito di Mandela
(Foto di Lorella Beretta)

Domani si vota in Sudafrica, a 25 anni dalle prime elezioni libere, quelle che proclamarono Nelson Mandela presidente del Sudafrica libero. C’erano, allora, le lunghe code della conquista dei diritti mai riconosciuti e della speranza di un futuro migliore per quella stragrande maggioranza di popolazione fino a quel momento tenuta separata. Votarono in massa l’artefice di quel sogno diventato realtà, colui che non aveva disdegnato la lotta armata ma che era stato capace di sedere per 27 anni dietro le sbarre dell’apartheid e nonostante questo dialogare con i suoi artefici fino a piegarli alla rinuncia di quel sistema fatto di tante piccole e grandi discriminazioni.

Ora il suo partito, l’African National Congress, rischia di andare sotto quel 60% considerato soglia minima, estremamente minima, di consenso, a fronte di quell’80% di elettorato nero che dovrebbe essere bacino di voto sicuro. Ma il voto black negli ultimi anni è stato eroso dallo scontento diffuso per le mancate promesse e da una formazione nuova, l’EFF, Economic Freedom fighters, che soffia proprio sulle ancora troppe diseguaglianze, soprattutto nelle township e negli sperduti agglomerati rurali.

Gli ultimi sondaggi di Ipsos danno l’ANC al 55%, quelli di settimana scorsa al 57 ma per alcuni istituti, come l’Institute for Race Relations il partito di governo crollerebbe persino a un 49 per cento. Alle elezioni politiche del 2014, aveva toccato un 62.15 che aveva già fatto tremare ulteriormente quei settori del partito da anni critici con l’allora Presidente, del partito e del paese, Jacob Zuma.

E infatti alle municipali del 2016 il misero risultato in percentuale era stato del 53.9, ma soprattutto il partito che aveva lottato per le liberazione del Sudafrica aveva perso il governo di Johannesburg e di Pretoria. I risultati verranno proclamati tre giorni dopo le votazioni, l’11 maggio e il clima di incertezza fino all’ultimo ha contagiato anche persone finora con una chiara posizione politica. La presidenza di Cyril Ramaphosa, infatti, non ha dato subito importanti inversioni di tendenza nella vita pratica delle persone e nemmeno ha gettato uno sguardo all’imminente futuro: prima combattente e militante dell’ANC, poi braccio destro di Mandela nelle trattative con Frederik De Klerk per l’uscita dall’apartheid; potente sindacalista tra gli sfruttati lavoratori delle miniere, poi in quel settore si fece strada come businessman, Ramaphosa dal febbraio 2018 aveva sostituito Zuma, colpevole di aver fiaccato il Sudafrica e il partito con nove anni di centinaia di casi di corruzione e con l’esplosione dell’indebitamento di un’economia altrimenti forte.

L’aggettivo comunemente usato sui media nazionali e internazionali e da qualunque commentatore d’aula o di strada è “disastroso”. Zuma il traditore di Mandela, il sentimento popolare urlato persino ai funerali di Tata Madiba, in un rovente dicembre del 2013. Desmund Tutu, Premio Nobel per la Pace, nel 2011 aveva persino accusato l’ANC di quegli anni di essere peggio dei governi dell’apartheid. Tutu, che ha 87 anni, e la moglie Leah hanno votato ieri, lunedì, quando si sono aperte le “votazioni speciali”: gli scrutatori si sono recati nella loro abitazione per permettere all’anziano e provato Arcivescovo di Cape Town di esprimere la propria scelta. Lui li ha ringraziati, gioviale come sempre, hanno detto gli ufficiali. Sono 700mila i sudafricani ai quali è stato riconosciuto il diritto del voto speciale. Ma è appunto domani, l’8 maggio, che si conterà la partecipazione: sono 26 milioni coloro che si sono registrati al voto, poco meno della metà della popolazione totale, il 75% degli aventi diritto al voto, dieci milioni in meno dell’elettorato attivo, e la paura è che nemmeno tutti decideranno alla fine di andare ai seggi sparsi nel paese. “Uno su tre deciderà il futuro del Sudafrica”, titola oggi The Citizen. La prima pagina del Cape Times gioca invece sul piano emotivo e sceglie come titolo “E’ nelle vostre mani”, citazione di Nelson Mandela. Insomma, votate!

Ad aumentare la confusione ci sono le 48 sigle delle altrettante formazioni politiche che si presentano, alcuni tra le più fantasiose e originali. L’ex presidente Thabo Mbeki ha lanciato un appello alla nazione e ha giocato sul piano emozionale la carta delle lunghe file di quel 27 aprile 1994, quando i sudafricani neri votarono per la prima volta. In particolare, in un video Mbeki si è rivolto ai giovani,  che hanno già dato segnale di disinteresse. E in fin dei conti loro sono quelli che più scontano la disoccupazione, la violenza, i livelli qualitativi dell’istruzione andati sempre più peggiorando. Ai giovani, dati in fuga, si rivolgono gli anziani dirigenti dell’ANC, ma forse maggior appeal lo esercita l’EFF e in particolare il suo leader, Julius Malema, classe 1981, espulso dalla Lega giovanile dell’ANC nel 2012 da Zuma, a causa della sua intemperanza che lo aveva portato agli onori delle cronache per le canzoni che invitavano a sparare ai bianchi – Shoot the boer! Kill the boer! – o per una vita all’insegna dello spreco e della sregolatezza, con un fatto mai perdonatogli che lo avrebbe visto cibarsi di sushi direttamente dal corpo di una bella modella alla festa del suo amico, il tycoon Kenny Kunene. Di fronte al Comitato nazionale del partito, Malema aveva negato, mentre dal sodale arrivavano conferme. Nel 2013 Malema diede vita al suo partito, i combattenti per la libertà economica, che siedono in Parlamento con le tute e i baschetti rossi con i quali marciano per le strade delle townships come delle metropoli sudafricane. Complice lo stile di rottura e le proposte di case, istruzione e servizi gratuiti, il demagogico Malema ora fa paura all’ANC, ma anche alla DA, il finora primo partito di opposizione: Democratic Alliance è la formazione cosiddetta dei bianchi, votata anche da molti colored, forte soprattutto nel Western Cape, unica regione a non essere governata dall’African National Congress. I bianchi sono quasi il 10% della popolazione e i colored qualche decimale in meno, in base all’ultimo censimento nazionale del 2011. La DA ha provato a togliersi di dosso questa etichetta e, per cercare di allargare il proprio bacino elettorale alla classe media nera, ha nominato un presidente nero, giovane e bello, Mmusi Maimane, nato e cresciuto nella popolare Soweto, sposato con una donna bianca, giovane e bella, entrambi cattolici e infatti conosciuta in chiesa. Troppo tardi e troppo poco, soprattutto con Malema che batte la grancassa della protesta degli ultimi.

E non che gli ultimi abbiano torto: proprio due giorni fa, sulle cronache dall’Eastern Cape si leggeva di una scuola elementare costruita nel 1985 e da allora ancora senza un solo bagno per gli alunni, con i tetti che crollano a ogni pioggia e la mancanza di una recinzione che metta in sicurezza l’esistenza dei piccoli. Ma forse è peggiore il dato sulla preparazione degli insegnanti: il 79% di quelli di matematica di grade 6, la prima media, hanno conoscenze inferiori al livello delle nozioni che dovrebbero trasmettere. I dati sono quelli ufficiali del Ministero dell’Istruzione. Tuttavia il Sudafrica non è lo Zimbabwe, non è il Mozambico, non è nessuno degli altri paesi africani. La disoccupazione è al 27%, mentre sale a quasi il 40 tra i giovani. Un quarto della popolazione vive in estrema povertà e oltre il 50% ha un reddito mensile corrispondente a circa 100 euro. Ma i comparti agricoli e manifatturiero continuano a registrare segni positivi, anche se il PIL va peggio rispetto alle previsioni. A mettere fortemente in crisi la crescita annunciata sono stati i nuovi scandali legati agli anni di mancanza di rispetto delle regole nella cosa pubblica e i drammatici black out causati dalla pessima gestione del colosso dell’energia, Eskom, e dalla mancata manutenzione degli impianti di produzione e delle reti di distribuzione della corrente. Come avvenuto spesso negli ultimi anni, singoli cittadini e aziende hanno dovuto adeguare i loro ritmi alle tabelle che quotidianamente comunicavano se e quando ci sarebbe stata l’elettricità. Due notizie di ieri dicono quanto questo argomento sia sentito e delicato: una riguarda le 400 organizzazioni che hanno promosso una class action contro Eskom. L’altra dice della mancata iniezione di liquidità attese da parte della Cina, fortemente interessata a entrare in questo mercato, ma evidentemente ora preoccupata dal futuro dell’azienda e del paese.

Ma tra i dati peggiori, che gettano nelle tenebre il Sudafrica, c’è quello della criminalità, che si consuma soprattutto nelle comunità povere: nel 2018 ci sono stati oltre 20 mila omicidi e le violenze sessuali denunciate sono state 40 mila. Vittime sono donne, uomini, giovanissimi e persino bambini. Un piaga ripetutamente dichiarata tale ufficialmente, ma che occupa poco spazio nell’agenda. In questo momento la preoccupazione principale sono le riforme – parola magica ormai diffusa anche qui – attese nel dopo Zuma, soprattutto in campo economico. Un’attesa interna, ma condivisa dai principali investitori internazionali, che hanno forti interessi nel paese sicuramente più stabile e avanzato d’Africa. E proprio per questo sempre più privilegiata porta d’ingresso nel continente per ogni straniero interessato al continente. E infatti non a caso a metà aprile l’Economist è uscito con un inequivocabile endorsement a Ramaphosa, ritratto in copertina in tutto il suo sorriso splendente. Titolo: la migliore scommessa del Sudafrica. Dentro uno speciale con diversi articoli che richiamano le responsabilità “che nei nove anni di mandato – si legge – ha sistematicamente depredato il paese”: la disoccupazione ma anche la paura della polizia sudafricana, l’inefficienza del colosso energetico statale di garantire energia, la corruzione, e l’80% dei bambini di 10 anni incapaci di leggere o capire una semplice frase. “Per fermare la decomposizione del Sudafrica, votate Ramaphosa, l’uomo voluto da Mandela”, scrive il settimanale economico britannico perdendo quell’aplomb che gli viene di solito riconosciuto.

Un capitolo diventato decisivo soprattutto nel confronto politico è quello della redistribuzione delle terre: fu una delle promesse di Ramaphosa al discorso di insediamento, ma a marzo la Commissione incaricata di attuare la nuova legge, che autorizza espropri senza risarcimenti, ha rinviato ogni attuazione alla prossima legislatura. Va precisato che le terre interessate dalla riforma non sono quelle dei piccoli e medi proprietari bianchi, bensì quelle incolte dello Stato e dei latifondisti o delle grandi società private. E va precisato anche che l’argomento è meno sentito dai sudafricani di quanto non lo siano l’occupazione, una migliore istruzione per i poveri, abitazioni dignitose al posto delle baracche di latta, assistenza sanitaria per tutti.

Quello per cui Nelson Mandela aveva lottato, fuori e dentro il carcere, e quello che una volta Presidente aveva promesso. Prima di essere tradito, assieme al suo popolo, dai suoi successori. In un paese con ancora troppe diseguaglianze. In un partito dilaniato dalle guerre intestine, come mai accaduto in 107 anni di storia e di lotta e in 25 anni di democrazia.

 

Categorie: Africa, Opinioni, Politica
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