Gaza. Dignità, violenza gratuita e inaspettata tenerezza

07.04.2019 - Patrizia Cecconi

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Gaza. Dignità, violenza gratuita e inaspettata tenerezza
(Foto di Patrizia Cecconi)

Ci sono cose che non si comprano, lo diceva anche una pubblicità divenuta felicemente virale. Una carta di credito può comprare tutto ma non i sentimenti, non la dignità.

La dignità si può perdere, ma non si può né vendere né comprare. Proprio questo veniva sintetizzato nello slogan scelto ieri, a Gaza, per la Grande Marcia del Ritorno che va avanti da un anno e non si ferma né sotto il tiro del killer israeliani che hanno fatto circa 260 martiri e decine di migliaia di feriti, né sotto le offerte che, con la mediazione egiziana e i forzieri del Qatar, Israele  sembrava aver ventilato per stroncare le proteste popolari. Proteste che Hamas sta cavalcando senza però riuscire a tenerne del tutto le redini, perché l’onda che muove i manifestanti è un’onda di popolo e non tutto il popolo gazawo si riconosce in Hamas o in altre fazioni.

Ieri abbiamo avuto riconferma di quanto sopra ad Al Bureji, uno degli otto campi profughi della Striscia di Gaza,  costantemente sotto le pericolose attenzioni dell’assediante israeliano e anche uno dei cinque accampamenti “al awda” lungo il confine. Ad Al Bureji come negli altri punti del border, ieri hanno  manifestato circa duemila persone, “lo zoccolo duro”, quello che non accetta concessioni per tacitare la protesta.  Duemila persone di tutte le età,  alcune sulle grucce o sulla sedia a rotelle, regalo dei proiettili ad espansione usati canagliescamente dall’esercito israeliano, duemila persone arrivate con tutti i mezzi, dai carretti trainati dagli asini alle Mercedes,  dai furgoni alle moto  sgangherate con 4 o 5 bambini in sella sono lì per rivendicare il loro diritto. Diritto riconosciuto dall’Onu e calpestato dallo Stato di Israele,  Stato fuorilegge ai sensi del Diritto internazionale.

Abbiamo scritto più volte su questa testata che la comunità gazawa è un esempio di resilienza fuori del comune. L’esperienza di ieri ne è un’ulteriore conferma e non lo è solo per l’atmosfera di festa che accompagnava la manifestazione dalla parte palestinese nonostante i tiratori scelti, i droni, le jeep, i proiettili, i lacrimogeni, le bombe sonore e, di conseguenza, i feriti dai proiettili e gli intossicati dal gas, ma anche per le singole storie che si possono raccogliere e per l’incredibile reazione che i gazawi hanno di fronte ad avvenimenti che altrove sembrerebbero straordinari.

Lo stesso posizionarsi, inermi, in cima alle collinette limitandosi a guardare verso la rete dell’assedio mentre i killer possono prenderli di mira e buttarli giù come sagome del tirassegno ha qualcosa di surreale. E’ quasi una sfida comunicata in forma di “linguaggio del corpo”. Alcuni si portano addirittura la sedia. Sono incredibili. Nella sua debole ragione e nella sua potente e criminale forza, Israele spesso colpisce anche queste persone e i suoi asserviti mezzi di comunicazione parlano di scontri.

Testimoni internazionali normalmente non ce ne sono. Ieri ad Al Bureji c’era soltanto chi sta scrivendo questo reportage e al pari dei manifestanti è stata intossicata, per fortuna lievemente, dai gas che Israele ha sparato a oltre 700 metri dal confine. Perché? Semplicemente perché non avendo dalla sua la ragione, usa la forza. I suoi killer hanno sparato proiettili e gas lacrimogeni contro i manifestanti, compresi i ragazzi che giocavano a pallone nella parte terminale dell’accampamento  a quasi un chilometro dal confine. Anche la zona in cui si tenevano spettacoli e conferenze è stata “beneficiata” dai gas. Eppure il servizio d’ordine della polizia locale, ovvero Hamas,  ha impedito che si creassero motivi che potessero giustificare l’aggressività dell’esercito assediante. Ma Israele non ha bisogno di motivi, l’arbitrio è la sua legge, la violenza delle armi il suo strumento. Chi vede lo sa, ma a vederlo sono pochi e poi  le lobby ebraiche, vere padrone della politica israeliana nonché di quella statunitense,  hanno lunghi tentacoli nel mondo dell’informazione mainstream e quindi l’informazione dei grandi media o non arriva o arriva filtrata.

La libertà è come la dignità, quella che non riconosce carte di credito. Può essere persa, ma chi ce l’ha come valore assoluto non può venderla e in questo è il bello di fare giornalismo indipendente. Quindi, grazie alla mia libertà assolutamente non in vendita, decido di intervistare il padre di un martire il cui volto, stampato su un grande manifesto,  è esposto davanti alla tenda che simboleggia la volontà del ritorno. Il giovane ritratto nel manifesto si chiamava  Ahmad E. Tawil, suo padre ci dice che è stato ucciso alcuni mesi fa da un cecchino. Aveva solo 23 anni. Era bello, dice suo padre, e questo lo si vede dalla foto, era intelligente, aveva studiato come le sue 6 sorelle e i suoi 3 fratelli e sognava la libertà e una vita dignitosa. Per questo manifestava. Non era iscritto a nessun partito ed era uno dei tanti, come anche suo padre e i suoi amici intorno alla tenda, che voleva la Palestina libera e una leadership che rappresenti tutti i palestinesi.  Questo è il forte messaggio che viene mandato dalla Grande Marcia già dal suo inizio, ma ancora non sembra sia stato colto.

L’intervista al signor Ibrahim, padre di Ahmed, viene ogni tanto disturbata da qualche lacrimogeno che fa scappare molti ragazzi per sottrarsi agli effetti venefici del gas, ma che poco dopo tornano sulle loro postazioni di “presenza sfidante”.

Ai nostri piedi c’è una teiera di ferro completamente annerita dal lungo uso. E’ poggiata su un fuoco raccolto all’interno di un piccolo cerchio di pietre, un fuoco tipico dei beduini. Ci viene offerto il tè. Poi ci verrà offerto anche il caffè. E’ una consuetudine, ovunque in Palestina si offre tè e caffè, il primo spaventosamente dolce, il secondo assolutamente amaro. Anche questo sembra raccogliere le contraddizioni di questa terra, ma riprendiamo la nostra chiacchierata col signor Ibrahim, il quale ci dice che Ahmad era già stato ferito a una gamba qualche venerdì prima di essere colpito al petto. Non è il primo caso. Anche altri ragazzi sono stati ammazzati mentre erano sulle stampelle o sulla sedia a rotelle. Perché? Non certo per legittima difesa, ma forse perché la loro tenacia rappresentava un pericolo per Israele, in quanto esempio di volontà e di dignità che non si arrende.

Ibrahim è convinto infatti che suo figlio sia stato ucciso volutamente, ma lui non se ne andrà, resterà qui, nella tenda, finché Israele non sarà costretto a riconoscere il diritto al ritorno. Ci sembra un’utopia ma non glielo diciamo, in fondo sono le utopie a muovere le nostre azioni migliori! Ibrahim vive nel campo profughi di Nusseirat,  la sua famiglia  proviene da un villaggio vicino a Erez, da cui fu cacciata durante la Nakba e vuole avere assolutamente il diritto al ritorno nella sua terra, come tutti gli altri palestinesi cacciati o costretti alla fuga nel 1948. Del resto è questa la ragione che ha dato vita alla Grande Marcia. Ibrahim ci dice che conosce l’ebraico perché prima dell’assedio ha lavorato molti anni in Israele occupandosi di coltivazioni di agrumi e aggiunge che quando lavorava in Israele il suo rapporto con gli israeliani era normale. Poi Israele ha chiuso Gaza nell’assedio e questo ha portato alla condizione tragica che sta distruggendo la Striscia, ma lui vorrebbe vivere in pace anche con gli israeliani.  Non gli interessa l’esistenza dello Stato di Israele, non ha il sogno di distruggerlo, ma i palestinesi hanno il diritto a tornare nelle loro terre e Israele deve riconoscere questo diritto; è per questo che suo figlio è morto insieme ad altri 260 martiri ed è per non riconoscere questo diritto che Israele uccide i manifestanti.

Ibrahim ripete che si può vivere con gli israeliani, ma nel rispetto dei palestinesi e dei loro diritti. Vorrei fargli qualche domanda più precisa rispetto a questo punto ma proprio Israele me lo impedisce. Arrivano i lacrimogeni. Siamo a circa 700 metri dalla rete, siamo oltre le collinette di sabbia, eppure Israele ci riempie dei suoi micidiali gas. Purtroppo ne respiro un po’ anch’io, roba di due secondi ma bastano per farmi bruciare maledettamente gli occhi e stringermi la gola. Alzo la kefia che porto al collo a coprirmi naso e bocca ma ormai il gas è entrato. Tossisco, sento il bisogno di vomitare, gli occhi bruciano. I miei due accompagnatori-interpreti-protettori mi spingono con gentilezza verso la tenda dei soccorsi, la stessa dove un’ora prima avevo preso un paio di foto mentre delle infermiere aiutavano dei bambini che avevano inspirato i malefici gas. Stavolta tocca a me. Sono tutti gentilissimi. Le infermiere mi spruzzano del liquido in faccia e mi mettono delle gocce negli occhi. Vogliono darmi il ventolin ma non mi serve, dico che è tutto ok, tra qualche minuto starò benissimo. Mi tengono comunque sotto la tenda per un po’. Quando il bruciore accecante si calma e posso riaprire gli occhi faccio appena in tempo a vedere una bambina che mi sta prendendo la mano, mi dà un papavero, mi dice qualcosa con tono dolce che però non capisco e va via.

Non ho ancora smesso di sorridere che arrivano altre bambine, anche loro mi danno dei fiori raccolti là intorno e mi dicono qualcosa. I miei interpreti dicono che mi stanno ringraziando. Ma di che? Io non ho fatto niente e il gas degli assedianti me lo sarei risparmiato volentieri, infatti stavo in zona protetta, cioè in quella che doveva essere zona protetta. Già, ma Israele è un paese fuorilegge, non riconosce zone protette, è un paese in senso proprio  “fuori-legge” e quindi fa quel che vuole e seguiterà a farlo finché ciò gli verrà concesso dal potere delle lobby ebraiche che realmente lo governano.

Comunque ho avuto il mio momento di involontario eroismo e mi sono guadagnata fiori, abbracci e parole gentili da un gruppo di bambine, le cure molto sollecite delle infermiere, il tè di qualcuno che non ho visto perché me lo ha dato quando non riuscivo ancora a vedere dicendomi che mi avrebbe fatto molto bene. Le bambine mi chiedono una foto, ma sì certo, la faccio volentieri, ancora un po’ e mi danno una medaglia al valore, ma perché tanta attenzione? Non mi è successo niente. Ma certo, Akram mi dice: “Perché sei l’unica straniera che sta qui e ti ringraziano per questo”. Roger aggiunge: “Stai rischiando insieme a noi  per raccontare la verità, non c’è nessun altro e per loro la tua presenza è molto importante”.

Certo, tutto è relativo. Quindi una cosa da niente si trasforma in una cosa importante solo perché qui non c’è nessuno. In fondo io sto qui, in mezzo a manifestanti pacifici che il mondo asservito al sionismo definisce violenti, e mi prendo, sebbene contro la mia volontà, il gas tossico solo per raccontare che oggi la marcia aveva come tema “la vittoria della dignità” e che la Grande Marcia è del popolo palestinese di Gaza e non delle fazioni politiche che provano a metterci il cappello.  Ma sì, il giornalismo indipendente in fondo ha una buona dose di empatia e le bambine devono averlo capito.

La manifestazione si è chiusa con 83 feriti ospedalizzati, nessun martire per fortuna, ma 83 persone ferite semplicemente perché chiedono ciò che gli spetta non sono una cosa da poco, sono un crimine. Un crimine che pochi possono conoscere perché la voce dell’informazione indipendente non ha megafoni sufficientemente potenti , al contrario delle veline israeliane che deformano o nascondono la realtà. Comunque la marcia continua e molti dei feriti di ieri e dei precedenti venerdì seguiteranno a tornare, pur se sulle stampelle, proprio perché la dignità è fuori dalle leggi del mercato.

Categorie: Diritti Umani, Fotoreportages, Medio Oriente
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