“Duque non viene a Cauca perché sa che lo smaschereremo”. Intervista a Oscar Bonilla, delegato dei popoli originari in Colombia

01.04.2019 - Mariano Quiroga

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

“Duque non viene a Cauca perché sa che lo smaschereremo”. Intervista a Oscar Bonilla, delegato dei popoli originari in Colombia
 Abbiamo la possibilità di parlare con un delegato della Minga del Cauca, Oscar Bonilla. E’ bello poter parlare con qualcuno che non ci dà informazioni manipolate, ma ci dice davvero cosa sta succedendo dal luogo dei fatti. Allora raccontaci cos’è questa Minga, cosa esige la gente.
Al momento, questo è il risultato di una situazione che si sta vivendo nel nostro paese, riguardo alle politiche statali che minacciano direttamente i territori degli indigeni, dei contadini e degli afro. Si è consolidato un processo di mobilitazione sociale che abbiamo chiamato Minga sociale per la difesa della vita, della pace e della giustizia. Questo è il nome che abbiamo dato alla Minga e che ha avuto inizio il primo marzo di quest’anno. Siamo attualmente mobilitati in vari luoghi livello nazionale, in particolare nei dipartimenti di Huila, Caldas, Putumayo, Nariño, ci sono anche diverse organizzazioni mobilitata nel dipartimento di Valle. Quanto alle organizzazioni indigene, il Consiglio Indigeno di Caldas, il Consiglio Indigeno Regionale di Huila, il Consiglio Indigeno Regionale di Cauca, i compagni contadini, le organizzazioni di Cauca hanno aderito a questa mobilitazione e alcuni settori sociali del paese. Siamo quindi in un processo di rifiuto di tutte le politiche che questo governo sta attuando, che non è una novità, ma è una politica di repressione, di sterminio dei leader sociali. In questo momento, a livello nazionale, ci sono 45 leader sociali indigeni che sono stati assassinati  dall’agosto 2018 fino a oggi.
Ci sono moltissime minacce e attentati contro i leader sociali e i leader indigeni in questo paese. Allo stesso modo respingiamo tutte le politiche estrattive, tutte le politiche minerarie, la questione dell’energia idroelettrica, tutto ciò che ha a che fare con gli idrocarburi e che riguarda direttamente i territori degli indigeni, dei contadini e della popolazione afro. La mobilitazione è principalmente in questo senso, ma ovviamente nel quadro dei diritti che noi popoli indigeni, contadini e settori sociali, abbiamo nel paese e che sono stati violati dall’attuale governo.
Stavi parlando di un minga per la pace, Cauca è senza dubbio uno dei luoghi dove ci sono state più vittime di questo fenomeno di cui stavi parlando, della persecuzione di leader sociali, dei leader indigeni ed è probabile che molti pensino “ma se la pace è già stata firmata in Colombia, come può essere che tutto questo continui ad accadere? Come può essere che l’accordo non venga rispettato?”
Il precedente governo del presidente Juan Manuel Santos, che ha passato otto anni nel governo, ha fatto progressi in un processo di dialogo di pace con uno dei più antichi movimenti di guerriglia dell’America Latina, le FARC, e dopo un lungo processo di dialogo, è stato raggiunto un accordo. Tali accordi sono stati firmati e si può dire che questo governo, nonostante abbia la stessa linea di destra del governo precedente,  è veramente un governo di estrema destra e va contro tutto ciò che è stato concordato. Perché i guerriglieri si sono smobilitati, quasi novemila persone hanno consegnato le loro armi, più di tredicimila si sono arresi. Noi delle organizzazioni sociali e indigene, l’abbiamo sostenuto perché siamo stati i più colpiti dalla guerra. Dopo tutto ciò, ci si aspettava che ci sarebbe stato un processo di attuazione di tali accordi. Ma il tempo è passato e anche questi accordi hanno fatto parte della sua campagna elettorale e questo governo ha promesso di porvi fine, di ridurli in polvere. I settori più radicali affermano che questi accordi cercano di concedere l’impunità ai leader della guerriglia, il che non è vero, perché nel processo di pace è stato istituito un quadro di giustizia di transizione, che è appena iniziato, quindi non sono ancora stati chiamati o sono appena entrati in questo processo di rendere conto al popolo colombiano, di dire la verità, affinché si faccia giustizia, ci sia un risarcimento. Ma ancora questo processo non ha avuto luogo perché la Giurisdizione speciale per la pace, il JEP, è appena entrato in funzione, è appena entrato in questo processo e l’hanno attaccato con forza. L’accordo non è stato attuato, ci sono sei punti di attuazione per la maggior parte dei quali non si è potuto avanzare. Ovviamente, la situazione postbellica è molto diversa da quella di prima, perché prima c’era un gruppo armato forte, che aveva un riconoscimento politico, in questo modo sono stati creati alcuni gruppi dissidenti. Questo ha generato ogni tipo di violenza in questo paese e si è combinato con il traffico di droga, che purtroppo persiste ancora e che ora ha a che fare con la questione del mancato rispetto degli accordi, a causa di quanto è stato concordato in merito allo sradicamento o alla sostituzione volontaria delle colture illecite. E questo è un problema che questo governo ha cambiato completamente la politica precedente, che parlava della sostituzione volontaria mentre questo governo parla in termini di sradicamento con la questione delle fumigazioni. Quindi, l’intera situazione si è complicata e questo porta ancora una volta a riattivare le mobilitazioni e i conflitti armati in tutto il paese.
Parliamo con più precisione di quello che sta succedendo lì nel Cauca, perché abbiamo visto come si sono mobilitati gli studenti, come si sono mobilitati gli impiegati pubblici, gli insegnanti, i contadini e ora anche le popolazioni indigene si sono unite. C’è davvero una situazione in cui lo Stato sta abbandonando tutti i settori della popolazione, come si percepisce questo nel Cauca, come lo vivete voi?
Qui, nello specifico, siamo nel dipartimento di Cauca, che a causa della sua storia inizia con dieci gruppi indigeni che si sono raggruppati nel Consiglio Indigeno Regionale di Cauca, CRIC, e da quello spazio organizzativo è stato fatto un processo di resistenza a livello storico, un’organizzazione che ha già 50 anni con cui abbiamo fatto un processo di resistenza, soprattutto in difesa della terra, del territorio e ciò ha reso possibile a molti dei settori sociali di aderire, venendo a conoscenza di questo processo e, in un modo o nell’altro, con la loro autonomia, hanno assunto le loro posizioni nel quadro della difesa dei diritti.
E’ qui che inizia la questione degli studenti, i compagni difendono il diritto all’istruzione superiore, perché oggi i governi cercano di privatizzare tutto, acqua, risorse naturali, diritti pubblici, servizi pubblici, tutto. E in questo contesto difendono l’istruzione come diritto fondamentale, che oggi in Colombia dovrebbe essere così, ma non è così, perché stiamo andando sempre più verso la privatizzazione e sta diventando una questione di istruzione privata. Questo ha portato alle mobilitazioni, i compagni hanno avuto un processo di mobilitazione molto forte, e in una certa misura sono riusciti a far sì che questo governo cedesse in parte alle loro richieste, e la mobilitazione degli studenti è riuscita a ottenere una grande quantità di risorse importanti per la questione dell’istruzione pubblica. Allo stesso modo, i contadini con la questione della sostituzione volontaria delle colture illecite, perché molti credono che in questa situazione  la gente lo faccia perché lo vuole. Qui si fa perché ci tocca farlo, non ci sono reali alternative di mercato, dei prodotti che vengono coltivati, i costi di produzione delle colture sono troppo elevati, per portare i raccolti fuori dalle zone non ci sono strade. Il costo di produzione è troppo alto, non si ripaga con i raccolti, con la vendita dei prodotti. E questo significa che le persone devono cercare delle alternative.
È molto interessante ascoltarti e scoprire una Colombia che i media argentini non ci mostrano. La Colombia viene presentata come un esempio da seguire perché c’è un governo molto consolidato, ci mostrano una Colombia di successo, ma quando si guarda con un po’ più di attenzione, si capisce che non è vero. Anche i colombiani non vedono cosa accade in realtà nei territori. Come percepisci questo modo di informare in Colombia, più preoccupato di parlare di ciò che accade in Venezuela che di raccontare la realtà del proprio paese?
Purtroppo, nel nostro paese ci sono conglomerati imprenditoriali che possiedono i mass media e questi conglomerati possiedono una serie di aziende e di multinazionali, hanno un grande potere economico e, in un certo senso, influenzano il governo. Semplicemente il governo non risponde alle reali esigenze del popolo colombiano, ma risponde alle pressioni di questi conglomerati imprenditoriali, a questi centri di potere economico. E lì, in quei centri ci sono i media, i cui proprietari mostrano ciò che è conveniente per loro far vedere, qui non c’è imparzialità in termini di comunicazione, ciò che non è conveniente per loro non lo passano, o lo passano in un altro modo, informando in un altro modo. Anche a livello internazionale. In questa Minga in cui siamo mobilitati gli indigeni, i contadini, loro distorcono l’informazione, dicendo che la Minga è infiltrata da gruppi armati, beh…..molte cose che non sono vere. Perché fanno vedere che queste mobilitazioni non sono giuste, che sono solo frutto del desiderio di queste organizzazioni di danneggiare il governo, ma non è così, noi siamo realmente danneggiati. Così, nel nostro paese non abbiamo dei media che comunichino veramente, che informino il popolo colombiano e all’estero della nostra realtà, di ciò che sta realmente accadendo in questo paese.
Il crimine è di nuovo in crescita, la corruzione ha una radice profonda in questo paese, è insita nelle istituzioni pubbliche, la Procura Generale, tutti gli enti pubblici sono coinvolti in questioni di corruzione, di questo si tace. E ci sono prove definitive di ciò in procura, con la questione di Odebrecht, che non coinvolge solo la Colombia, ma anche altri paesi. Sono stati oggetto di indagini e in alcuni altri paesi sono stati sanzionati, ma non qui in Colombia. Uccidono i possibili testimoni diretti di questa situazione, li uccidono in un modo o nell’altro, come se per magia si fossero avvelenati o simulando incidenti. Perché quelle persone conoscono la situazione direttamente. E gestiscono queste situazioni come se non fosse successo nulla. Tutto questo è un ingranaggio nel nostro paese che, purtroppo, inganna il popolo colombiano e a livello internazionale. Questo è ciò che sta accadendo nel nostro paese. Le organizzazioni sociali e le popolazioni indigene conoscono la situazione reale delle comunità, dei popoli e ciò che sta accadendo nel nostro paese.
Ti chiedevo a proposito dell’isolamento mediatico intorno a ciò che accade nei territori perché deve essere una delle ragioni per cui il Presidente Ivan Duque si rifiuta di venire a parlare con voi, di ascoltarvi e di mantenere un dialogo con la Minga, con i popoli originari, poiché forse ci sono molti luoghi in Colombia in cui non si sa niente di quello che sta accadendo realmente lì nel Cauca. Come potresti spiegare questa mancanza di volontà politica del Presidente riguardo a conoscere realmente ciò che sta succedendo e dare qualche tipo di risposta?
Al momento il paese sta soffrendo perché loro hanno colpito la messa in atto del processo di pace e hanno dichiarato di voler ridurre in polvere gli accordi. e questo, in un modo o nell’altro, non gli è risultato facile in alcuni luoghi e perciò hanno messo in atto un sacco di strategie, hanno vincolato situazioni. Al momento il governo sta nella situazione di non volere che questo tipo di organizzazioni come le nostre aprano un dibattito pubblico nel paese, perché quello è ciò che noi diciamo. Il Presidente ha detto che da otto giorni sta facendo degli incontri di “Costruire il Paese”, ma lì fanno entrare solo quelli che dicono loro. I Ministri vanno lì a dire quello che devono dire, nient’altro. È una situazione totalmente truccata, fanno sapere che il Presidente è stato in tutti i dipartimenti, in tutte le regioni del paese a costruire il paese, ma è una situazione completamente controllata. Invece noi lo chiamiamo a un dibattito pubblico e abbiamo organizzato già tutto per far vedere come la politica del paese che lui sta attuando, stia realmente danneggiando il popolo colombiano. Perché non si tratta solo di noi dei settori indigeni, contadini e afro, ma si tratta del paese. allora, ovviamente, non gli conviene che il paese sappia ciò che gli mettiamo davanti in quel dibattito, che il resto del paese lo sappia perché la sua politica, le sue proposte verrebbero smascherate. Inoltre in questo paese si fanno vedere come dei duri, sono di estrema destra e non conviene loro di far vedere che cedono tanto facilmente. Si mostrano duri davanti alle richieste che noi abbiamo fatto, è un paese in cui si utilizza la forza pubblica e tutto quello che hanno a portata di mano per reprimere e in quel senso lo mostrano come se fosse forza. Una grande parte degli imprenditori colombiani, in un incontro del dipartimento di Cauca con gli imprenditori, in un certo modo lo hanno appoggiato di modo che non venga a mettere la faccia davanti alla Minga, perché sanno che nel dibattito pubblico noi parleremo anche al paese e lo smaschereremo. Quello che stanno facendo è approfondire molto la crisi che oggi vive il nostro paese, vendere le nostre risorse naturali, offrire il paese alle multinazionali e, in certo qual modo, rispondere a ciò che comanda il signor Donald Trump dagli Stati Uniti. Realmente questo Presidente è un galoppino, si inginocchia di fronte alle politiche degli Stati Uniti.
Forse la comunicazione internazionale farà arrivare al popolo tutto ciò che ci stai dicendo, in primo luogo a tutti quei milioni di colombiani che vivono fuori dalla Colombia, ma speriamo anche di infiltrarci e far circolare e conoscere queste informazioni. Ricordiamo i dati dei leader sociali assassinati da questo governo.
Dal momento della firma dell’accordo di pace a oggi, 271 leader sono stati assassinati. Ovviamente, è aumentato il numero quando nel paese si è saputo chi avrebbe vinto la presidenza, allora è iniziato un aumento accelerato delle minacce, delle intimidazioni e dell’assassinio di leader sociali. E quest’anno abbiamo già 45 assassinii di soli leader indigeni, parlando solo di leader indigeni. La situazione è difficile, abbiamo un grande numero di leader indigeni assassinati, senza contare altri settori sociali. È una situazione molto complessa e, come ho detto prima, qui si parla del Venezuela. Denunciano ciò che sta accadendo in Venezuela, parlano di una limitazione dei loro diritti, delle minacce contro i leader venezuelani, l’opposizione, ma qui questo non si dice e, se si dice, non si fa nel modo corretto. Si dice che è stato ucciso perché aveva altri tipi di problemi, familiari o di tradimenti, come diceva allora il Ministro della Difesa. È una storia assurda, totalmente assurda per la realtà del nostro paese. Purtroppo, il conflitto con il gruppo armato che è stato smobilitato si sta ora intensificando.
Quali pensi che saranno i prossimi passi di questa Minga?
Al momento, ci siamo riuniti nella sede del governo, eravamo riuniti con il ministro, il commissario per la pace e altri delegati del governo a Cauca. Abbiamo fatto alcune proposte al governo, soprattutto sulla questione del territorio, perché la Minga porta delle rivendicazioni politiche, quindi la richiesta principale è la presenza del presidente della Repubblica nel luogo. Adesso stavamo toccando le questioni delle rivendicazioni, la questione del territorio, della terra affinché diano una risposta alle nostre richieste. In realtà, le risposte non soddisfano le esigenze delle organizzazioni mobilitate dalla Minga. La cosa più probabile è che ora il dialogo con il governo si sospenda e ci hanno direttamente minacciato di intervenire con l’uso della forza pubblica per sfollare i punti di concentrazione che abbiamo in questo momento. Non si tratta di una novità, ci è già successo in epoche precedenti. Quando si verifica questo tipo di situazione, le comunità che oggi si sono mobilitate sono disposte, come ha detto oggi uno dei nostri leader, “a uccidere per difendere il territorio”. La situazione è così, il governo non mostra la volontà di rispondere alle giuste richieste, perché non chiediamo cose dell’altro mondo, ma di rispettare i diritti che abbiamo noi popoli indigeni e i popoli contadini: il diritto alla terra, all’istruzione, alla salute, alla questione differenziale come popoli indigeni e queste richieste non hanno una risposta. Principalmente la questione del territorio. Probabilmente oggi ci sarà una sospensione, una rottura dei dialoghi e aspettiamo di vedere cosa succede. Spero che non si verifichino situazioni difficili. Finora abbiamo 30 feriti in diversi luoghi, negli interventi dell’ESMAD, la squadra antisommossa, e abbiamo un morto. E otto compagni che purtroppo sono caduti in un luogo in cui, a quanto pare, c’era un ordigno esplosivo ed erano guardie indigene che provenivano da un altro punto di concentrazione e sono morte. Possiamo parlare di nove morti e 30 feriti a proposito della Minga.
Abbiamo bisogno di molta solidarietà internazionale per diffondere ciò che sta accadendo in questo paese e ciò che avverrà adesso, soprattutto sulla questione dei diritti umani.

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Nocera

Categorie: Diritti Umani, Interviste, Politica, Popoli originari, Sud America
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