Algeria, dopo sette settimane di proteste il bivio decisivo

09.04.2019 - Karim Metref

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Algeria, dopo sette settimane di proteste il bivio decisivo
(Foto di https://issafrica.s3.amazonaws.com)

Sono passate ormai sette settimane da quel venerdì 22 febbraio, quando in Algeria c’è stata la prima grande manifestazione contro la candidatura del Presidente Abdelaziz Bouteflika a un quinto mandato. Milioni di cittadini, uomini, donne e giovani sono usciti per le strade di tutto il paese. La rivendicazione iniziale era solo il rifiuto della candidatura del presidente, anziano e malato. Venerdì scorso è stata la settima settimana consecutiva di proteste. Poco per volta, tutti gli strati della società algerina hanno raggiunto il vasto movimento. Settimana dopo settimana, le rivendicazioni sono diventate sempre più radicali. Da “No 5° mandato!” si è passati a un forte e chiaro “yetnehaw gaa!”: devono andarsene tutti!  e a “Djazair Horra dimuqratiya”, Algeria libera e democratica. Tutto un programma.

Abdelaziz Bouteflika

Il Presidente contro il quale le folle sono scese in strada è Abdelaziz Bouteflika, nato nel 1937 nella città di Oujda in Marocco. Entrato insieme all’esercito delle frontiere che ha preso il potere nel 1962, subito dopo l’indipendenza. E’ stato Ministro degli Esteri sotto i due primi presidenti della giovane Repubblica algerina fino al 1979, poi è scomparso dalla scena pubblica per una ventina di anni.  (leggi qui chi è Abdelaziz Bouteflika: https://karimmetref.wordpress.com/2005/09/28/peace-reporter-boutef-per-gli-amici/) 

Arrivato  al potere nel 1999, rafforza progressivamente la sua posizione  riuscendo a mettere fuori gioco i suoi principali rivali, pezzi grossi del Fronte di liberazione (Fln), generali dell’esercito, l’opposizione politica. Alla fine degli anni 2000, lui e la sua stretta cerchia di parenti, amici e alleati controllano le maggiori istituzioni del paese: presidenza della Repubblica, partito Fln, esercito, Parlamento, sistema giudiziario, forze dell’ordine, Società Nazionale del gas e del petrolio, banche. Tutto. Nel 2009 cambia persino la Costituzione algerina e riesce a farsi eleggere per un terzo mandato.

Nel 2013 cominciano i suoi problemi di salute. Colpito da una ischemia cerebrale, resta vari mesi all’estero per delle cure e poi torna su una sedia a rotelle, non è più in grado di camminare né di parlare.  Ma il suo entourage non riesce a trovare una figura altrettanto carismatica e sa che se cade lui, cadono tutti. Lo tengono al suo posto fino alla fine e lo ripropongono per un quarto mandato, in elezioni truffa, come tutte le precedenti, vinte ancora prima del voto.

Il quarto mandato è un disastro totale, il clan al potere sente la fine vicina e accelera il saccheggio delle ricchezze del paese. La corruzione è alle stelle, rabbia e disordine ovunque.

Le origini della protesta

La ricandidatura di un Bouteflika ormai ridotto a uno stato quasi vegetativo per un quinto mandato scatena le proteste, che cominciano prima sul web, poi in piazza, per poi coinvolgere tutte le regioni, tutte le generazioni, tutti gli strati della società algerina.

Sull’origine di queste proteste ci sono varie opinioni. E’ difficile definire con esattezza chi ha convocato questa straordinaria mobilitazione.  Si parla di un movimento spontaneo nato dalla stanchezza e dalle delusioni di fronte alla bancarotta dell’economia e alla corruzione dilagante. I giovani stanchi di vivere da poveri in un paese ricco si sarebbero mobilitati usando le nuove tecnologie.

C’è chi invece considera la protesta come una mossa venuta dall’interno stesso del sistema. Si guarda in modo particolare all’esercito e ai servizi segreti.

Tra le opinioni più diffuse sull’origine della protesta algerina, c’è anche chi parla di un ennesimo piano “Nato-Israele-petromonarchie” per un cambio di regime in Algeria sui modelli messi in atto in Siria e Libia…

Probabilmente c’è una parte di verità in ognuna di queste ipotesi. Il paese è stanco, il regime stesso è bloccato in una situazione in cui non si riesce a trovare un’alternativa valida a un uomo ormai ridotto a uno stato quasi vegetale e i rapporti internazionali nell’area si stanno inasprendo. La posizione di neutralità dell’Algeria ha fortemente innervosito l’asse Arabia Saudita-Israele-conservatori statunitensi. E quindi non è escluso che anche loro vedano di buon occhio la partita aperta con l’uscita di scena del vecchio presidente.

Il ritorno dell’esercito

L’esercito algerino è sempre stato al potere, ma dal suo arrivo nel 1999, Bouteflika ha manovrato abilmente per ridurre il potere dei generali.

A partire della terza settimana di proteste, il Generale Maggiore Gaied Salah, vice Ministro della Difesa e Capo dello Stato Maggiore dell’Esercito Nazionale Popolare (Anp), ha rotto il silenzio ed è entrato progressivamente sulla scena politica.

Dopo le dimissioni del Presidente Bouteflika si è nominato Ministro della Difesa e ha destituito l’ultimo uomo forte dei servizi segreti. Dalla settimana scorsa cerca di imporre il “governo di transizione” e limitare la libertà di manifestazione. Mano a mano che passano i giorni si profila all’orizzonte una soluzione all’egiziana.  Il paese torna sotto la morsa ferrea dell’esercito.

Ma le manifestazioni non si fermano e i partecipanti nei loro canti tengono presente il fatto che nello slogan “Se ne devono andare tutti” era compreso anche il capo dello Stato maggiore militare, uomo che ha permesso il controllo dei Bouteflika sull’istituzione militare.

Giunti al bivio

La situazione sembra ormai giunta a un bivio. O l’uomo forte dell’esercito accetta di tenersi da parte per permettere una vera transizione democratica con un’Assemblea Costituente composta dai rappresentanti delle opposizioni e da varie personalità della società civile conosciuti per la loro integrità e competenza e allora, forse si potrà entrare in una fase di uscita vera dalla crisi e di ricostruzione delle istituzioni nazionali su nuove basi.

Oppure si ostinerà a intervenire nella politica e a imporre una transizione gestita dallo stesso clan politico ampiamente ripudiato dalla popolazione, aprendo così le porte a una radicalizzazione delle proteste e all’entrata in scena di forze finora rimaste in secondo piano: salafiti, separatisti, intervento dei vari attori internazionali a sostegno delle varie parti…

La palla è in mano al Generale Gaied Salah. Speriamo che la tiri nella direzione giusta.

 

Categorie: Africa, Opinioni, Politica
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