Il 27 ottobre 1962 Vassili Arkhipov salvò il mondo dall’olocausto nucleare, 21 anni prima di Stanislav Petrov

26.10.2018 - Angelo Baracca

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Il 27 ottobre 1962 Vassili Arkhipov salvò il mondo dall’olocausto nucleare, 21 anni prima di Stanislav Petrov
(Foto di US Navy)

Accade che certi personaggi vengano elevati ad “icone” di imprese memorabili nella storia dell’umanità, ma a volte questo porta a delle semplificazioni, in particolare a dimenticare altri personaggi che non sono stati meno importanti e significativi: ristabilire un’equità storica è importante non solo per riconoscere la presenza di altri meriti, ma anche perché dimostra che le “eccezioni” possono essere più comuni di quanto non si pensi.

Stanislav Petrov ha senza dubbio tutti i meriti per avere salvato nel 1983 il mondo da una guerra nucleare, e non è certo il caso di stabilire gerarchie su un problema di tale portata, ma il suo gesto avrebbe potuto essere superfluo se 21 anni prima la guerra nucleare non fosse stata evitata da un atto non meno significativo di un suo commilitone, Vassili Alexandrovich Arkhipov (1926-1998), secondo ufficiale del sommergibile nucleare sovietico B-59. Il suo gesto coraggioso non è certo stato dimenticato1, ma sembra passato nel dimenticatoio rispetto a quello di Petrov, forse perché non venne alla luce mentre Vassili era in vita.

Il racconto che faremo si intreccia con informazioni che mi sembrano necessarie per la piena comprensione della situazione.

È il 26 ottobre del 1962, il culmine della crisi dei missili nucleari che l’Unione Sovietica sta schierando a Cuba. La tensione è alle stelle, la Terza Guerra Mondiale può esplodere da un momento all’altro.

Nel 1962 gli arsenali nucleari delle due maggiori potenze hanno raggiunto una consistenza e potenza tali che potrebbero incenerire il Pianeta: gli Stati Uniti hanno circa 30.000 testate, e l’Unione Sovietica circa 5.000, tutte per lo più molto più potenti di quelle esplose nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki (anche se ovviamente molto meno perfezionate di quelle odierne). D’altra parte, dopo lo shock del lancio nel 1957 del primo satellite artificiale sovietico, lo Sputnik – che ha incrinato il mito dell’invulnerabilità degli USA e reso quasi parossistico il timore che Mosca possa effettuare un primo colpo nucleare – è partita la corsa a realizzare missili nucleari, e nel 1957-58 sia gli USA2, con l’Atlas, sia l’URSS, con l’R-7 (SS-6), realizzano missili balistici intercontinentali in grado di colpire direttamente il territorio dell’avversario: ma l’URSS ne ha solo una ventina con questa gittata. Comunque, tutto è in regola per un possibile Armageddon nucleare. Bisogna dire che il rischio concreto di ricorso alle armi nucleari si era già presentato durante la Guerra di Corea del 1950-1953, nella quale il generale MacArthur avrebbe voluto utilizzare armi atomiche ma fortunatamente fu destituito dal Presidente Truman, che non era certo una “colomba” (infatti approvò l’uso del micidiale napalm sui civili e su intere città).

Nei primi anni Sessanta la situazione internazionale è molto tesa. Nel gennaio 1959 Che Guevara e Fidel Castro entrano trionfalmente all’Avana decretando il trionfo della Rivoluzione nell’isola che Washington ha sempre considerato una propria appendice. Gli USA fanno di tutto per rovesciarla, arrivando a organizzare nell’aprile 1961 l’invasione dei controrivoluzionari cubani alla Baia dei Porci, dove però subiscono un umiliante sconfitta3! Intanto Cuba ha stabilito stretti rapporti con l’Unione Sovietica. Nel luglio 1962 il leader sovietico Nikita Kruscěv decide di collocare segretamente missili nucleari sul territorio cubano, proprio a ridosso degli USA, anche come un deterrente per le future interferenze di Washington.

Ma il 14 ottobre un aereo spia americano U2 fotografa le prove che l’Unione Sovietica sta costruendo a Cuba delle rampe di lancio per missili nucleari. E comincia la più grave crisi dall’inizio della Guerra Fredda : per tredici, lunghi, giorni URSS e USA si fronteggiano, arrivando vicini alla guerra.

E qui si colloca il coraggioso gesto di Vassili Arkhipov.

Ma prima di procedere mi sembrano opportune alcune precisazioni ulteriori, perché immagino che pochi abbiano presente la situazione di quei primi anni di una Guerra Fredda che per miracolo non è diventata Calda, e per questo possiamo raccontarla.

Va detto infatti che i sovietici non erano i “cattivoni” che perfidamente volevano installare missili nucleari sotto la porta di casa degli USA. Non intendo certo fornire giustificazioni alle politiche dell’URSS, ma è il caso di ricordare che gli USA e la NATO stanno facendo oggi qualcosa di non molto diverso sotto la porta di casa della Russia. Ma lo avevano fatto anche allora. Nel 1959 Washington aveva schierato missili nucleari a medio raggio in Inghilterra, in Italia (in Puglia) e in Turchia: missili capaci di colpire il territorio sovietico. Non solo, come è stato rivelato solo nel 2012, 50 anni dopo il fatto, avevano segretamente schierato nel 1961 missili nucleari anche in Giappone, ad Okinawa: cosa che Kruscěv sospettava apertamente, anche se la loro gittata poteva colpire parti della Cina ma non l’Unione Sovietica. In realtà i Kennedy Tapes4 hanno rivelato che queste cose erano ignote allo stesso Presidente Kennedy, eletto nel gennaio 1961, e gli furono esposte dai suoi consiglieri proprio quando scoppiò la crisi dei missili a Cuba5. In ogni caso, nel suo discorso televisivo del 22 ottobre 1962, una settimana dopo lo scoppio della crisi, Kennedy ha l’impudenza di affermare: “I nostri missili strategici non sono mai stati trasferiti al territorio di un’altra nazione sotto un manto di segretezza e inganno”.

Credo che la situazione generale che ho succintamente delineato non sia molto nota e aiuti a collocare correttamente le vicende di quegli anni; e le analogie con la situazione internazionale che viviamo possano insegnarci qualcosa per l’oggi.

Torniamo a quel drammatico 14 ottobre 1962, quando l’aereo spia statunitense rivela le postazioni missilistiche sovietiche in allestimento a Cuba. Kennedy ordina immediatamente un blocco navale (in realtà si preferisce il temine “quarantena”, perché secondo le consuetudini del diritto internazionale un “blocco” può essere considerato un atto di guerra e comportare un’immediata risposta militare sovietica). Per tutta la durata della crisi, dal 14 al 28 ottobre, i responsabili dello Stato maggiore americano insistono perché il riluttante presidente ordini un’immediata azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventino operative. Non sanno che a Cuba, durante i giorni della crisi, si trovano già ben 140 testate nucleari di provenienza sovietica6. Se Kennedy avesse accettato sarebbe stata la guerra nucleare globale! Quante volte abbiamo corso questo rischio!

Ma un’altra cosa che il governo degli Stati Uniti non sa è che Kruscěv ha già inviato verso Cuba vari sommergibili, di scorta ai mercantili diretti verso l’isola, che sono armati di torpedini nucleari (a quel tempo i missili balistici lanciati dai sommergibili, detti SLBN, si stavano perfezionando, ma quella classe di sommergibili sovietici era precedente e aveva solo tubi di lancio di siluri). Tutti questi sommergibili hanno la consegna di decidere autonomamente l’eventuale lancio delle torpedini nucleari qualora perdano il contatto con Mosca.

Una flotta di 4 sommergibili diesel inviati dalla base dell’Artico è composta dall’ammiraglia, appunto il B-59 che qui ci riguarda (entrato in servizio nel giugno 19617), e tre altri natanti. La flotta è al comando del capitano Vassili Arkhipov, che si trova sul B-59 ma non ne è il comandante (lo è Valentin Grigorievitch Savitsky). Su ogni sommergibile l’eventuale decisione di lanciare la torpedine nucleare in dotazione (con una testata di 10 kt, poco meno di quella su Hiroshima) richiede il consenso del comandante e dell’ufficiale politico: ma sul B-59 è necessario anche il consenso del “capitano in seconda”, che è appunto Arkhipov.

Il Task Group Alpha

Quel fatidico 27 ottobre 1962 una squadra navale statunitense di cacciatorpediniere con una portaerei – il Task Group “ALFA” – individua in acque internazionali il sommergibile B-59 ed inizia una caccia ad oltranza per costringerlo a emergere, dove sarebbe vulnerabile e potrebbe essere spinto lontano da Cuba. Il B-59 fa parte della flotta dell’Artico e il suo sistema di ventilazione non funziona bene nell’Atlantico: la temperatura all’interno del sommergibile sale a 45-50 gradi, anche a 60 nella sala macchine, insopportabile; aumenta anche l’anidride carbonica e l’equipaggio (78 membri) non è quasi in grado di respirare. Molti uomini accusano malori, gonfiori agli arti inferiori, e altre conseguenze.

Il B- 59

I cacciatorpediniere lanciano bombe di profondità per costringere il B-59 ad emergere, ignorando che sia dotato di armamento nucleare. La tensione a bordo è alle stelle. Le bombe di profondità scuotono terribilmente lo scafo, a un certo punto viene anche a mancare la luce. È impossibile contattare Mosca e sotto la caccia degli americani il capitano Savitsky è convinto che la guerra sia scoppiata, non vuole affondare senza combattere, decide di lanciare la testata nucleare contro la portaerei: moriremo anche noi, ma affonderemo anche loro. Quasi certamente avrebbe innescato una rappresaglia degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica e Cuba, dove come si è detto si trovano già missili nucleari: ma Washington non lo sa.

L’ufficiale politico è d’accordo col capitano, ma sul B-59 è necessario anche il consenso di Arkhipov: la Terza Guerra Mondiale, nucleare, dipende dalla sua decisione. E Arkhipov si oppone, ragiona, convince il comandante. Nessuno saprà mai come fece, cosa avvenne veramente quel giorno all’interno del B-59. Forse Arkhipov aveva un ascendente speciale, che gli veniva di un episodio precedente, di cui parleremo in seguito per non spezzare la narrazione.

Il comandante Savitsky non è lontano dal vero. Quel 27 ottobre la crisi raggiunge l’apice, quando un aereo spia U-2 statunitense viene abbattuto su Cuba e un altro che vola sulla Russia viene quasi intercettato. Il generale Thomas S. Power, a capo del Comando Aereo Strategico USA, mette le sue unità in stato di allerta Defcon2 preparandole per un’immediata azione senza consultare la Casa Bianca. Intanto i mercantili sovietici si stanno avvicinando alla zona di quarantena.

Si accavallano trattative convulse. Il 25 ottobre vi è stato un appello di Papa Giovanni XXIII8. L’ex ambasciatore a Mosca Llewellyn Thompson Jr., che conosce bene Kruscěv, riesce a convincere Kennedy a patteggiare il ritiro dei missili russi da Cuba in cambio della promessa americana di non invadere mai più Cuba come aveva tentato con lo Sbarco alla Baia dei Porci.

Kennedy accetta le offerte sovietiche e si impegna come contropartita a rimuovere i missili nucleari installati in Turchia e soprattutto in Italia. Le navi sovietiche tornano indietro e il 28 ottobre Kruscěv annuncia di avere ordinato la rimozione dei missili sovietici da Cuba.

Il 27 ottobre Arkhipov ha convinto il comandante Savitsky a fare emergere il B-59: rifiuta l’assistenza dei caccia statunitensi e fa rotta verso la Russia. La sua missione è fallita, è accolto con ignominia.

Arkhipov continua a prestare servizio nella Marina sovietica, al comando di sottomarini e squadre di sottomarini, è promosso contrammiraglio nel 1975, vice ammiraglio nel 1981, prima di andare in pensione qualche anno dopo. Il suo ruolo nell’avere salvato il mondo è rimasto un segreto fino a poco prima della sua morte, avvenuta nel 1998, a 72 anni.

Arkhipov rifiutò di ubbidire al comandante del sommergibile, rifiutò di rinunciare alla possibilità di un esito pacifico, non perse il lume della ragione, rifiutò di cedere alla disperazione. Sua moglie Olga racconterà qualche anno più tardi, “Sono stata e sempre sarò fiera di mio marito. Lui è l’uomo che ha salvato il mondo”. Il 27 ottobre dovrebbe essere proclamato internazionalmente Arkhipov day.

Vasili e sua moglie Olga

Alla morte di Arkhipov hanno sicuramente contribuito le radiazioni alle quali era stato esposto nell’incidente del K-19: ma questa è la storia che abbiamo posticipato per non interrompere il racconto.

Un precedente, luglio 1961, l’incidente del sommergibile K-19

Alla fine degli anni Cinquanta anche i sovietici intraprendono la costruzione di sommergibili a propulsione nucleare, il primo entra in servizio nel 1958 (il primo in assoluto, il Nautilus, era stato varato negli USA nel 1954).

Nel luglio 1961 entra in servizio il primo della cosiddetta (in occidente) “classe Hotel” azionata da 2 reattori nucleari, il suo nome è K-19. Arkhipov è stato nominato vice comandante del K-19 nel suo viaggio inaugurale, il comandante è il capitano Nikolai Zateyev. Ma molte cose non vanno. Dopo alcuni giorni di esercitazioni al largo della costa della Groenlandia, il sommergibile registra l’avaria di una delle pompe del circuito di raffreddamento del reattore nucleare, che causa la fuoriuscita di materiale radioattivo. Le comunicazioni radio sono interrotte e il comandante non riesce a contattare Mosca. Il reattore si surriscalda oltre 800oC, si rischia la fusione del nocciolo e l’affondamento. La fusione catastrofica viene evitata grazie al sacrificio di alcuni uomini dell’equipaggio che riparano il circuito esponendosi a dosi letali di radiazioni.

Ma l’incidente espone tutto l’equipaggio alle radiazioni, tra cui Arkhipov. Tutti i membri che riparano il circuito muoiono per esposizione a radiazioni entro un mese. Più di quindici marinai muoiono per le conseguenze dell’esposizione alle radiazioni nel corso dei due anni successivi. Questo incidente è stato raccontato nel 2002 nel film di Hollywood “K-19: The Widowmaker”, con Harrison Ford e Liam Neeson.

Ma anche negli Stati Uniti qualcuno evitò la guerra nucleare nel 1962, il capitano William Bassett

A questo punto mi sorge spontanea una domanda: possibile che tutti coloro che coraggiosamente ci hanno salvato dallo scoppio di una guerra nucleare – Arkhipov, Petrov – siano stati russi? Forse tutto il sistema nucleare statunitense era perfetto, a prova di errore? Macché! I casi sono stati tenuti segreti.

Lo dimostra questo, che avvenne proprio nello stesso giorno del gesto di Arkhipov, ed è emerso solo nell’ottobre del 2015 in un seminario sul disarmo che si è tenuto alle Nazioni Unite, sotto l’egida della Commissione Disarmo Nucleare, della missione cilena e dell’organizzazione “Sindaci per la Pace”. Quella notte, allo stesso modo di Arkhipov, il capitano William Bassett intuisce che nell’ordine che gli è arrivato di lanciare i missili a testata nucleare c’è qualcosa che non quadra, prende tempo, chiede chiarimenti, e così salva il mondo da una guerra nucleare. Anche la sua vicenda però è stata archiviata e immediatamente “dimenticata”, uno dei tanti segreti del Pentagono. Il capitano è morto nel 2011 portandosi la storia nella tomba.

Tuttavia, e per nostra fortuna, uno degli uomini sotto il suo comando, l’aviere John Bordne, ha deciso di rivelare la verità, dopo aver ricevuto il via libera dalla US Air Force, e sta cercando di ottenere il riconoscimento ufficiale per il suo comandante Basset e il suo coraggio. Bordne, che a 74 anni è costretto su una sedia a rotelle, ha parlato al seminario dell’ONU via Skype. E lo studioso Aaron Tovish, rappresentante dell’Organizzazione Mayors for Peace ed esperto di disarmo ha scritto una lunga ricostruzione dei fatti di quella notte sul Bulletin of Atomic Scientists9 (alla quale rimando per dettagli che qui riporto in termini semplificati).

Quella fatidica notte, che oggi potrebbe non essere più ricordata da nessuno, il capitano Bassett non presta servizio nell’Atlantico o nei Caraibi, ma nella lontanissima Okinawa vicino al Giappone.

Siti a Okinawa

Che quindi non c’entra nulla con la crisi in corso nell’Atlantico. Bordne è in servizio, agli ordini del capitano Bassett, in uno dei 4 siti di lancio di missili con testata nucleare sull’isola giapponese occupata di Okinawa: quei missili che, come abbiamo visto in precedenza, erano stati schierati in gran segreto nel 1961. Ogni sito comanda 4 missili cruise con testata nucleare Mark 28, di potenza 1,1 Mt, circa 70 volte le bombe di Hirodhima e Nagasaki, con una gittata di 1.400 miglia, capaci di raggiungere Hanoi, Pechino e Pyongyang, ma solo la base di Vladivostok in Unione Sovietica.

Un missile Cruise sulla rampa di lancio

Quella notte, in cui Bordne ha il proprio turno, il capitano Bassett si vede recapitare tre codici alfanumerici che presi insieme, uno di seguito all’altro, si traducono con il comando di lanciare i quattro missili nucleari sotto il suo comando. Nella base cade – ricorda Bordne – un silenzio carico di tensione, l’ansia cattura tutti. Il capitano Basset esprime dei dubbi, sull’inflessione della voce che non ha tradito nessuna emozione nell’ordinare la fine del mondo. E poi, solo uno dei quattro missili può colpire la regione più prossima dell’URSS, può essere scoppiata la guerra, ma perché si vogliono colpire Paesi che non sono parte dello scontro in corso davanti a Cuba? E poi, come abbiamo detto, nella crisi in corso le basi militari americane sono tutte a Defcon2, non a Defcon110. Solo Defcon1 significa “gravità nucleare”, ma nessuno ha dato l’ordine di passare da Defcon2 a 1. Bordne racconta che Bassett cerca una via di compromesso, comanda di aprire solo uno spiraglio dello sportello dell’unico missile destinato all’URSS, e di tenere gli altri tre chiusi. Uno dei sottufficiali rifiuta di obbedirgli, convinto che la guerra sia scoppiata e Bassett non abbia l’autorità di fermarla. Ma il capitano gli mette a fianco due uomini armati. Una decisione che può portarlo alla corte marziale. E nel frattempo chiama alla radio il MOC (Missile Operation Center), sostenendo di non aver ben capito i tre comandi e di aver bisogno di sentirseli ripetere. Riceve conferma degli ordini!

Sgomento generale. E rinnovata discussione: è forse possibile che ci sia stato un attacco nucleare sovietico e il passaggio a Defcon1 non sia arrivato per disturbi alle linee? E Bassett allora decide di chiamare di nuovo, ponendo questa volta una singola domanda diretta: Quando ci avete ordinato di passare a Defcon1?

A quel punto al MOC esplode il panico. Solo allora ci si rende conto che per motivi inspiegabili sono stati comunicati, uno dopo l’altro, i tre codici alfanumetici che chiedono il lancio dei quattro cruise. Frenetici – e questa volta l’ansia nella voce è palpabile – arrivano i comandi di “stand down”, fermare tutto.

Da quel momento in poi, fino al 2015, una coltre di silenzio cade sui fatti della notte del 27 ottobre 1962 a Okinawa. Sappiamo solo che il maggiore che ha inviato i tre codici di lancio è stato sottoposto a corte marziale e obbligato al pensionamento anticipato. Tutto il personale presente quella notte è stato chiamato a testimoniare, ma sotto giuramento e con l’obbligo di non riferire nulla di quel che era successo.

Ora però Bordne ha deciso di parlare, ma può solo fornire la ricostruzione dei fatti di cui è stato diretto testimone. Dunque vari esperti nucleari, insieme ai membri della Commissione Disarmo dell’Onu, chiedono al Pentagono di togliere il top-secret dai fatti di quella notte e spiegare perché il maggiore agì in quel modo. Fu tradimento? Errore? Incompetenza? E soprattutto: cosa è stato fatto perché crisi simili non avvengano più?

L’articolo del Bulletin che ho citato è preceduto da un corsivo: “Il 23 dicembre 2015 ‘Stars and Stripes’ (Stelle e Strisce), un giornale e sito web dedicati a notizie sull’esercito USA, ha pubblicato un articolo nel quale vari addetti missilistici (missileers) dell’Air Force contestano il resoconto che è al centro di questo articolo. I loro punti di vista dovrebbero essere considerati seriamente”.

L’articolo in questione di Stars and Stripes11 in realtà riporta giudizi contrastanti che solo in parte e genericamente contestano la plausibilità del resoconto di Bordne, ma non la sostanza poiché gli intervistati non erano presenti direttamente quella notte. Bordne in interviste successive ha dichiarato che altri due suoi commilitoni ricordano la vicenda di quella notte come lui l’ha raccontata. Il fatto molto strano è che in Internet non mi sembra che si riesca a trovare nessun altro aggiornamento sulla questione successivo al 2015! Nessuna smentita ufficiale, il che mi porta a pensare che questa vicenda sia realmente avvenuta.

L’articolo del Bulletin afferma che il National Security Archives della George Washington University ha inoltrato una richiesta formale di verifica della storia ufficiale del Gruppo Missilistico di allora, e una richiesta in base al Freedom of Information Act dei verbali di tutti i procedimenti relativi di corti marziali: “ma senza una pressione pubblica richieste come queste richiedono in generale anni prima che il governo risponda”.

Chissà se sapremo mai che cosa accadde quella notte! Chissà se si sono verificate altre situazioni analoghe nel corso della Guerra Fredda. È più che plausibile che vi siano state.

Per ora noi concludiamo che il russo Vassili Arkhipov e lo statunitense William Bassett sono eroi dell’umanità al pari di Stanislav Petrov; magari anche altri che non conosciamo e forse non sapremo mai: ci piace dire con Vittorio Arrigoni “Non hanno rinunciato a rimanere umani”.

2 Vale la pena di ricordare che alla resa della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale gli USA avevano prelevato Wernher von Braun con tutto il suo team, con la cosiddetta Operazione Paperclip, ed egli aveva sviluppato i missili balistici. D’altra parte, l’urss aveva in questo campo un vantaggio temporale, che risaliva a un interesse dalla prima metà del secolo (il primo missile militare sovietico fu sperimentato nel 1933).

3 Gli USA non si sono mai rassegnati, la CIA ha effettuato ben 638 tentativi di far fuori Fidel!

4 E. May e P. D. Zelikow., The Kennedy Tapes: Inside the White House During the Cuban Missile Crisis, Cambridge, Belknap, 1997.

5 Molti particolari interessanti e poco noti sono riassunti nell’articolo molto ben fatto, in inglese, di M. Ray, Arkhipov Day: Celebrate the Man Who Saved the World, Telesur, 25 ottobre 2014, https://www.telesurtv.net/english/opinion/Arkhipov-Day-Celebrate-the-Man-Who-Saved-the-World-20141025-0018.html.

6 Robert McNamara, Segretario della Difesa durante il Governo Kennedy, dichiarò di avere appreso la notizia direttamente da Fidel Castro, 40 anni dopo in un convegno a L’Avana.

7 Era una classe di sommergibili denotata in Occidente “Foxtrot”, i più grandi sommergibili sovietici a propulsione convenzionale, prima dell’introduzione della propulsione nucleare.

8 Dettagli interessanti sono riportati in: “La crisi dei missili a Cuba”, http://www.agenziainterscambiocuba.it/wp-content/uploads/2015/07/Crisi-dei-missili-di-Cuba11.pdf.

9 A. Tovish, The Okinawa missiles of October, Bulletin of the Atomic Scientists, 25 ottobre 2015, https://thebulletin.org/2015/10/the-okinawa-missiles-of-october/.

10 Il termine DEFCON (acronimo per la locuzione dell’inglese DEFense readiness CONdition, in italiano “condizione di prontezza difensiva”), indica il livello dello stato di allarme utilizzata dalle forze armate degli Stati Uniti d’America. Classifica 5 livelli di rischio, dal più alto Defcon1 (attacco in corso), al più basso Defcon5 (rischio basso). Durante la crisi dei missili a Cuba il Presidente Kennedy portò il Defcon a 2, ossia dichiarazione di guerra contro l’Unione Sovietica e inizio del combattimento qualora le navi sovietiche che trasportavano i missili avessero tentato di forzare il blocco.

11 T. J. Tritten, Cold War missileers refute Okinawa near-launch, Star and Stripes, 23 dicembre 2015, https://www.stripes.com/news/special-reports/features/cold-war-missileers-refute-okinawa-near-launch-1.385439.

Categorie: Nord America, Pace e Disarmo
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