L’Ungheria di Orbán che affama i migranti

03.09.2018 - Ungheria - Unimondo

L’Ungheria di Orbán che affama i migranti

Di Anna Toro

E’ un’alleanza naturale quella tra il ministro dell’Interno italiano e leader della Lega, Matteo Salvini, e il premier ungherese Victor Orbán. Il loro incontro a Milano è avvenuto proprio all’indomani dell’indecente braccio di ferro tra Italia e Ue sulla pelle dei 177 migranti della Nave Diciotti, e non a caso Salvini è stato elogiato da Orbán sulla questione migratoria: “Lui è il mio eroe, sono molto curioso di conoscere la sua personalità” aveva detto prima di incontrarlo, e questo nonostante le opinioni contrastanti sul tema della distribuzione e presa in carico delle persone sbarcate tra i vari paesi Ue. In realtà sarebbe più vero il contrario, dato che è proprio Orbán “il modello” di leader attorno cui si stanno riunendo tutte le destre xenofobe e conservatrici d’Europa. Del resto, il suo enorme consenso si basa su intenti e dichiarazioni tutt’altro che velate: i migranti sono tutti “musulmani invasori”, nemici dell’Ungheria “bianca e cristiana”, così come nemiche sono tutte le ong che aiutano i migranti e la stampa di opposizione. Da qui al mancato rispetto dei basilari diritti umani la strada è breve e la creatività si scatena, fino all’ultima trovata: il rifiuto di fornire cibo ai richiedenti asilo adulti a cui è stata bocciata la domanda, ma che ancora sostano nelle “zone di transito” in attesa di ricorrere in appello. Una decisione delle autorità ungheresi contro cui è intervenuta la Corte europea dei diritti umani (Cedu) così come numerose organizzazioni tra cui Human Rights Watch e il Comitato ungherese di Helsinki.

Le denunce sono partite proprio da quest’ultimo, un gruppo di controllo dei diritti umani con sede in Ungheria che fornisce assistenza legale ai richiedenti asilo. Secondo il Comitato, infatti, le autorità non solo dall’inizio di agosto si sono rifiutate di fornire cibo a quella particolare categoria di richiedenti asilo, ma avrebbero anche negato loro il permesso di acquistarne per conto proprio, così come bloccato i tentativi di donazioni da parte di gruppi esterni. “Questo disprezzo per il benessere delle persone sa di una mossa cinica per costringere le persone a rinunciare alle loro richieste di asilo e lasciare l’Ungheria” ha commentato Lydia Gall, ricercatrice per l’Europa dell’Est e i Balcani presso Human Rights Watch. Tra coloro a cui è stato negato il cibo ci sarebbero una coppia di fratelli siriani e due famiglie afghane. Certo, ai bambini e alla donna che allattava il cibo è stato fornito, ma – ed è anche qui che il trattamento inumano sfocia nel ridicolo – è stato loro impedito di dividerlo con gli altri membri della famiglia.

L’intervento e le pressioni della Cedu sono stati immediati. Il problema è che, perché l’ordine di fornire cibo a tutti i richiedenti asilo sia rispettato, la Corte ha dovuto considerare un caso alla volta: cinque sarebbero i “provvedimenti provvisori” presi dalla Corte in agosto, ma l’elenco potrebbe allungarsi. E se alla fine tutti gli appellanti hanno ottenuto il cibo, la paura è che il problema possa ripresentarsi. “Fondamentalmente, devi andare in tribunale per ottenere una fetta di pane – ha dichiarato Lydia Gall – ciò è completamente assurdo e inumano, ma si tratta solo dell’ultima di una lunga serie di misure che il governo ha adottato per convincere le persone ad andarsene”. Se il governo ungherese parla di “calunnie” e “campagne diffamatorie”, non ha comunque smentito la notizia: l’ufficio per l’immigrazione del paese ha infatti dichiarato ai media che le autorità non sono esplicitamente obbligate a sfamare i richiedenti asilo le cui richieste vengono respinte. “Le leggi ungheresi sono chiare e stabiliscono che ogni migrante che soggiorna nella zona di transito in qualità di richiedente asilo ha diritto ed è assistito con cura – hanno detto all’agenzia di comunicazione NPR – Se, tuttavia, la domanda di un richiedente asilo viene respinta, lui o lei deve lasciare la zona di transito, le norme giuridiche pertinenti prevedono chiaramente anche questo”. Peccato che le leggi prevedano anche la possibilità di ricorrere in appello.

Secondo le nuove norme introdotte a marzo 2017, in Ungheria è possibile fare richiesta d’asilo solo dalle cosiddette “zone di transito”, in cui le persone sono detenute in campi ‘container’, situati al confine con la Serbia. Il tempo delle procedure va dai 4 ai 9 mesi, ma le probabilità che la domanda sia accettata sono in genere bassissime. E’ possibile lasciare la zona di transito solo attraversando il confine dal lato della Serbia ma, come si legge sul sito Melting Pot, “questo comporta un’interruzione dell’esame della domanda di asilo in Ungheria e quindi rende impossibile per il richiedente entrare nuovamente nel paese (salvo che il richiedente decida di registrarsi e aspettare nuovamente di accedere alla zona di transito, nel qual caso – tuttavia – le possibilità per il richiedente di ottenere una decisione positiva sulla domanda di asilo sono ancora inferiori)”. In caso di inammissibilità della domanda di asilo (in genere succede perché l’Ungheria considera la Serbia un paese sicuro) il richiedente ha tre giorni per presentare un ricorso. Se la domanda è invece rigettata, i giorni a disposizione per il ricorso sono otto. Ma come si può sopravvivere in mezzo al nulla, senza nemmeno la possibilità di acquistare cibo o di riceverlo in dono dalle associazioni? L’unica soluzione – ecco il “capolavoro” del governo ungherese – è tornare in Serbia, rinunciando così al ricorso in appello e quindi alla richiesta di asilo.

Una situazione che è la diretta conseguenza degli emendamenti introdotti nel luglio di quest’anno con l’approvazione del cosiddetto pacchetto di leggi “Stop Soros”. Il riferimento è al miliardario filantropo americano di origini ebree ungheresi, George Soros, noto per il finanziamento di organizzazioni non governative e di sviluppo in tutto il mondo, anche in Ungheria (sembra che lo stesso Orbán abbia completato gli studi grazie a una borsa di studio finanziata dalla Open Society Foundations di Soros). Dal 2015, anno in cui in Ungheria è cominciata la virulenta campagna contro i migranti, Soros viene continuamente tirato in ballo e accusato di sponsorizzare le ong e la migrazione di massa con lo scopo di “islamizzare l’Europa e distruggere la sua identità cristiana”. La nuova legge – che introduce delle tasse speciali per le ong aiutate da sponsor stranieri e punisce l’aiuto ai migranti anche con pene detentive – ha suscitato ampia condanna da parte delle istituzioni UE e del Consiglio d’Europa, così come la recente questione del cibo nelle zone di transito. “Le autorità ungheresi hanno obblighi vincolanti in base a molteplici trattati e norme sui diritti umani che vietano trattamenti inumani e degradanti di coloro che sono sotto la loro custodia e richiedono che coloro che sono detenuti siano trattati con umanità e dignità – ha dichiarato Human Rights Watch – Ciò include fornire loro cibo, acqua, igiene e necessità mediche”.

Categorie: Diritti Umani, Europa
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