Tomás Hirsch, avanzando verso una società meno violenta

26.07.2018 - Santiago del Cile - Pía Figueroa

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Tomás Hirsch, avanzando verso una società meno violenta
(Foto di Domenico Musella)

Abbiamo intervistato Tomás Hirsch, deputato umanista del Frente Amplio, riguardo al progetto di legge presentato di recente al Congresso, che punisce l’incitamento alla violenza e all’odio e il negazionismo.

Pressenza: Da chi è stato presentato questo progetto di legge?

Tomás Hirsch: Dai sette parlamentari dell’opposizione della Commissione Diritti Umani e dai tre della Commissione Costituzione, Legislazione e Giustizia. Il progetto dovrà passare da entrambe le commissioni, dunque ci sono buone probabilità che venga esaminato rapidamente.

Pressenza: Qual è il vostro obiettivo?

T.H.: Costruire una società meno violenta. Questa è l’idea di fondo. Come si avanza verso una società meno violenta, o nonviolenta? Attualmente esistono numerose leggi che puniscono la violenza, che sia fisica,  religiosa, razziale e culturale. Quasi tutto il Codice Penale punisce gli atti di violenza, ma la forma di violenza che consiste nell’incitare altri a commettere atti violenti in Cile non costituisce un reato.

Quando, per esempio, qualcuno esorta a picchiare i migranti o ad aggredire i mapuches. L’incitamento ha a che vedere con dichiarazioni, parole o atti che spingono altri ad agire in modo violento ed è questo che si vuole punire con questa legge. E’ in relazione con qualcosa che come umanisti abbiamo sempre detto, ossia che accettiamo tutti, tranne quelli che incitano alla violenza, che fanno apologia della violenza e la giustificano. Una delle forme più attive di giustificarla è quella di spingere altri ad agire in modo violento. Questo è l’incitamento.

Un altro caso è quello dei mandanti, per esempio del reato di lesa umanità. Sono quelli che pianificano le azioni. Probabilmente Hitler non uccise nessuno e non aprì mai il gas nei campi di concentramento e Humberto Gordon Rubio (un generale dell’esercito cileno che fu membro della Giunta militare e direttore della Centrale Nazionale di Intelligence, N.d.T.) sosteneva di non aver mai ammazzato nemmeno un uccellino. Furono loro però a pianificare e ordinare l’esecuzione di azioni che portarono a genocidi o reati di lesa umanità.

Questo tipo di comportamento costituisce un reato, ma la violenza quotidiana no. Con questa legge l’incitamento alla violenza e all’odio verrà punito, giacché si esercita violenza anche spingendo altri a commetterla.

Il progetto include inoltre un elemento che ci è sembrato fondamentale, la sanzione del negazionismo, che consiste nel negare, ignorare o distorcere fatti storici ormai ampiamente provati.

Per esempio le violazioni dei diritti umani in Cile sono state dimostrate a livello giuridico dai rapporti Rettig e Valech, dunque il fatto che qui è diritti umani sono stati violati è un dato reale. Se qualcuno lo negherà, come è successo di recente addirittura con un parlamentare, verrà sanzionato da questa legge.

In Germania, il paese che ha avviato i progetti di condanna del negazionismo in relazione al nazismo, non si può sostenere che il genocidio o l’olocausto non siano avvenuti. Ci sono eventi storici che lo confermano. Si tratta di reati storici. In Cile abbiamo i reati di lesa umanità commessi durante la dittatura e lo sterminio dei popoli originari, i mapuches e gli altri.

Pressenza: Considerare il negazionismo un reato può produrre un importante cambiamento culturale. Citavi documenti sui diritti umani con validità giuridica e storica, riconosciuti  a livello nazionale, come il rapporto della Commissione Valech e i due rapporti della Commissione Rettig, ma quale documento simile si potrebbe usare nel caso dei popoli originari e in particolare dei mapuches? Esiste una storia “ufficiale” che si possa consultare, o versioni storiche?

T.H.: Esistono documenti firmati verso il 1870, i cosiddetti  Parlamenti, che dichiararono la pace con i popoli  originari; uno dei più importanti si chiama il Parlamento di Quilín. Parteciparono a questo Parlamento circa  200 capi e autorità mapuches da una parte e dall’altra le autorità cilene.

Poi però l’accordo venne tradito e cominciò la strage dei mapuches, che è ben documentata. Si sa dove avvennero i massacri, quante persone furono uccise ecc… Sono dati ufficiali. Non so se in questo caso si può parlare esattamente di negazionismo, ma sono comunque fatti storici e da allora si parla della Pacificazione dell’Araucania.

La Pacificazione in senso stretto ha a che vedere con i Parlamenti, ma alla fine si è tradotta in un massacro grazie a cui migliaia di ettari vennero sottratti alle comunità mapuches.

Dunque il negazionismo comincia non riconoscendo che si trattava di pacificare l’Araucania, come dice il nome stesso, ma in realtà questa pacificazione fu una guerra di sterminio. Esistono molti documenti al riguardo.

Pressenza: Il campo che si apre è molto interessante. Per esempio quest’anno il Museo della Memoria e dei Diritti Umani sta portando avanti un programma molto completo rispetto ai diritti e alla memoria indigena.

T.H.: In effetti il ruolo del o dei Musei della Memoria nel mondo è molto interessante. L’idea di questi musei nasce in Germania dopo l’olocausto e man mano diventa una necessità per diversi popoli e culture.

Esistono Musei della Memoria – con diversi nomi – sull’olocausto, ma anche su molte delle dittature che si sono instaurate nel mondo. Negli Stati Unti è scoppiata una grande polemica sul genocidio delle tribù native. In qualche modo i Musei della Memoria fanno parte del rifiuto del negazionismo.

Un Museo della Memoria dà visibilità e a quel punto negare diventa difficile. Ce ne sono su temi molto diversi. L’anno scorso mi è capitato di visitare il museo realizzato a New York a Ground Zero, dove sorgevano le Torri Gemelle. Al di là dell’opinione che si può avere rispetto all’11 settembre,  è un luogo impressionante. Ci sono migliaia di oggetti e non si può certo negare che quell’evento sia accaduto.

Al contrario, per esempio in Turchia è proibito parlare del popolo curdo, nei cui confronti è avvenuto un genocidio. Là non esiste un museo della memoria  e tanto meno una legge contro il negazionismo.

Pressenza: Ossia questa terza parte del progetto di legge apre la strada a una cultura che smetta di occultare, che faccia luce su fatti finora negati.

T.H.: Immaginati che alcuni mesi fa la Chiesa Cattolica cilena negava gli abusi sessuali commessi al suo interno. Quello che la giustizia ha scoperto sono fatti sempre negati, con oltre 130 casi di religiosi molestatori. In futuro si potrebbe cercare di negare o distorcere fatti del genere, ma una legge di questo tipo impedisce il negazionismo in una situazione che per la Chiesa Cattolica è ormai strutturale. Quindi grazie a questa legge, se in futuro un cardinale o un arcivescovo dicesse che le cose non sono andate così, tu potresti denunciarlo per negazionismo di fatti dimostrati giuridicamente.

Io trovo queste tre parti molto interessanti. Quella sul negazionismo è una novità, ma è molto interessante anche punire l’incitamento all’odio e alla violenza. Da una parte noi umanisti difendiamo la libertà d’espressione e dunque qui ci sono in ballo due principi. Dev’esserci libertà d’espressione, ma qual è il limite di questo diritto?

Una delle cose che ho imparato lavorando a questo progetto di legge è che “incitare” implica un’azione verso gli altri. Se ti incito, ti sto motivando, sto generando un’azione che tu realizzerai.

Il tema fondamentale è la famosa domanda “fino a dove arriva la mia libertà?”. Noi umanisti abbiamo un principio che dice “Tratta gli altri come vuoi essere trattato” e un altro che dice “Se non danneggi nessuno, fai quello che vuoi con libertà”.

Questa legge non mi impedisce di esprimere un’opinione personale, purché non spinga altri alla violenza e all’odio. E’ diverso quando incito, esprimendo la mia opinione pubblicamente, attraverso i mezzi di comunicazione, per strada ecc… cercando di motivare altri.

É molto interessante anche quello che ci ha spinto a presentare un progetto di questo tipo. Siamo tutti d’accordo sul fatto che viviamo in una società profondamente violenta, che esercita questa  violenza in molte forme, oltre a giustificarla. La violenza economica, per esempio, viene totalmente giustificata, così come molte altre forme che si esercitano a livello sociale e individuale. Come avanzare in modo integrale verso la creazione di una cultura della nonviolenza?

Una legge da sola non basta; c’è bisogno di molte altre cose, tra cui una trasformazione personale e sociale. Credo che sia fondamentale costruire nuovi vincoli umani, nuovi sistemi di relazione, produrre una trasformazione culturale, rafforzare i vincoli sociali. Non ho il minimo dubbio che questo farà arretrare la violenza. Conoscere l’altro, stabilire un rapporto con l’altro. Uscire dalla sfiducia individualista ed entrare in relazione con gli altri. Al di là della sanzione, questo progetto punta a modificare lo sguardo, a dare valore alla nonviolenza, alla convivenza, a smettere di nascondere le cose e farsi carico collettivamente della nostra storia.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

Categorie: Diritti Umani, Interviste, Nonviolenza, Politica, Sud America
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