Iran deal: quello che era vietato all’Iran, ma consentito al Brasile

29.07.2018 - Angelo Baracca

Iran deal: quello che era vietato all’Iran, ma consentito al Brasile
Lula ispeziona impianto di arricchimento nel 2007

Il cinico principio dei “due pesi e due misure” è stato da sempre alla base della politica e dei rapporti internazionali. Non ne è esente la questione dell’Iran, inasprita strumentalmente da Trump, in evidente combutta con Israele, ed anche con l’Arabia Saudita. Quello che quasi nessuno sa è che quello che da anni si vuole fieramente proibire all’Iran – il processo di arricchimento dell’uranio per centrifugazione – è stato invece concesso, ovviamente senza sollevare tanto scalpore, al Brasile1. Con una certa differenza, perché l’Iran è comunque ancora lontano dal potere realizzare la bomba, mentre il Brasile sotto la dittatura (1964-1984) c’era andato molto vicino.

Ma andiamo con ordine, sia pure per sommi capi.

In primo luogo è il caso di ricordare – perché comprensibilmente pochi lo sanno – che fu Washington a promuovere in Iran un ambizioso programma nucleare negli anni ’60 sotto lo Scià … essendo gli USA notoriamente sostenitori di regimi democratici (infatti nel 1953 la CIA aveva promosso il colpo di stato che aveva rovesciato il governo di Mossadeq il quale, guarda caso, voleva nazionalizzare il petrolio: la CIA lo ha ammesso solo dopo 60 anni, nel 2014, desecretando una serie di documenti).

Omettendo qui per brevità mezzo secolo di storia, nel 2002 venne alla luce un programma segreto della Repubblica Islamica per produrre materiale nucleare, assistito dalla rete clandestina di A.H. Kahn (il “padre” della bomba pachistana che fu aiutato da cani e porci), ma anche dalla Cina, dalla Corea del Nord e dall’Ucraina. Senza entrare in dettagli vale la pena di ricordare, per memoria storica, che il 21 ottobre 2003 Francia, Germania e Gran Bretagna sottoscrissero a Teheran un accordo con il quale, a fronte dell’impegno dell’Iran a sviluppare solo tecnologia nucleare civile, si impegnavano a cooperare per la realizzazione di una Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente: sappiamo bene che questo progetto è poi scomparso dall’agenda politica. In altre parole, l’Iran è una minaccia nucleare, Israele no!

Così, dopo 9 anni di estenuanti negoziati e innumerevoli rinvii, nel luglio del 2015 i Paesi del 5+1 e l’Iran raggiunsero a Vienna un accordo definitivo sul programma nucleare della Repubblica Islamica.

Ed ecco invece in breve che cosa è accaduto nel frattempo in Brasile. Come ho accennato, durante la giunta militare il Brasile giunse probabilmente a progettare due testate atomiche2. Il programma militare venne interrotto con la fine del governo militare: negli anni ’80 il Brasile ha sviluppato un programma di cooperazione nucleare con l’Argentina, nel 1994 ha ratificato il Trattato di Tlatelolco (Nuclear Free Zone in America Latina), nel 1996 ha aderito al Nuclear Suppliers Group, ed infine nel 1998 ha ratificato il TNP.

Intanto il Brasile ha sviluppato il processo di arricchimento per centrifugazione nell’impianto di Resende (le cui centrifughe si pensa siano basate su un miglioramento di quelle che erano, forse, state fornite durante la giunta militare dalla Germania). Ma il Brasile, a differenza dell’Iran, si è rifiutato di firmare l’Additional Protocol per ispezioni più approfondite, lamentando che queste sono troppo rigide e si applicano senza motivo ai centri universitari e di ricerca, e possono facilitare la pirateria tecnologica. Vi sono state altre mosse ambigue. Ma nessuno ha battuto ciglio!

L’impianto di Resende avrebbe dovuto entrare in funzione nel gennaio 2006, ma il Presidente Lula intervenne per posticipare l’avvio ufficiale, proprio per la concomitanza con l’aggravamento della questione iraniana, che quindi era più che evidente! Il primo modulo è entrato in funzione nell’aprile 2006.

Ufficialmente il Brasile intende arricchire l’uranio al 3,5 %, come richiesto dalle sue centrali (Angra 2, e Angra 3 in costruzione), ma non è chiara, come per l’Iran, la giustificazione commerciale per la realizzazione di un processo così costoso e complesso: tanto più da quando, nel marzo 2006, Lula sospese la decisione di procedere alla costruzione di nuove centrali nucleari, dichiarando che “non sono una priorità per il governo”, che intende sviluppare fonti di energia non nucleare.

Gli Usa hanno fatto comunque una scelta chiara, il cui contrasto con le posizioni verso l’Iran appare eclatante, includendo il Brasile nella lista del Nuclear Suppliers Group dei paesi che hanno impianti di arricchimento e riprocessamento completi. Il Brasile votò unitamente agli Usa e all’Europa per rinviare il caso dell’Iran al Consiglio di Sicurezza.

Commentava Feldman nell’articolo citato sull’Annuario del SIPRI del 2010: che, anche se il Brasile “sembra avere solide credenziali di non proliferazione dopo la rivelazione del suo programma militare parallelo, alcune sue posizioni e decisioni sollevano preoccupazioni sulla proliferazione potenziale del suo programma. […] Il programma nucleare del Brasile sarà sempre inquinato dal coinvolgimento dei militari e potrebbe suscitare interrogativi per l’ininterrotto livello di tale coinvolgimento. […] Non è chiaro se, e quali salvaguardie verranno poste sulle [sue] esportazioni di uranio”3. È certo che il Brasile è tra i threshold states, poiché possiede le conoscenze tecniche, le strutture e i materiali di base per realizzare bombe nucleari qualora il panorama interno o internazionale cambiasse.

Ma … chissenefrega?

1 Segnalo che avevo già scritto 9 anni fa un articolo su questo argomento su Pressenza: Il paravento dell’Iran: scacco a Obama? E alle prospettive di disarmo nucleare?, 27 settembre 2009, https://www.pressenza.com/it/2009/09/il-paravento-dellxiranx-scacco-a-obamax-e-alle-prospettive-di-disarmo-nuclearex/.

2 Un’ottima rassegna è fornita da Y. Feldman, Brazil, nell’Annuario SIPRI (Stockholm Interna-

tional Peace Research Institute) del 2010.

3 Y. Feldman, cit, p. 11.

Categorie: Internazionale, Medio Oriente, Opinioni, Pace e Disarmo, Sud America
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