GAZA Marcia delle donne per il diritto al ritorno

04.07.2018 - Patrizia Cecconi

GAZA Marcia delle donne per il diritto al ritorno

Decine di migliaia di donne hanno riempito il confine a est di Gaza riversandosi nel punto di raccolta di Malaqa, vicino Shujahia, nome quasi impronunciabile eppure rimasto nell’orecchio di chi ha seguito l’orrendo massacro del 2014 che ironicamente Israele decise di chiamare “margine protettivo”.

L’appuntamento era alle 17 ma alle 16 già una gran massa di donne di tutte le età, con e senza bambini al seguito, si dirigeva verso il border in località Malaqa.

A Shujiahia aviazione e carri armati, in quella maledetta estate di 4 anni fa, si accanirono con particolare ferocia distruggendo ovunque e facendo un altissimo numero di morti e di feriti. Ma Shujaiahia ha ripreso a vivere e di bambini al di sotto dei 4 anni, cioè quelli che non hanno disturbi post traumatici dovuti all’orrore e al terrore di quei 50 giorni di bombardamento israeliano ce ne sono tanti. Perché qui è così, la vita si riprende tutti gli spazi che periodicamente Israele distrugge.

Quella di oggi è una sorta di “specifica” della grande marcia del ritorno iniziata il 30 marzo ed è specifica delle donne. Gli uomini ci sono, ma prevalentemente come esecutori di servizi, vale a dire ci sono come fotografi, addetti alla tv, tecnici

ed anche come venditori di generi di ristoro che si integrano sempre, perfettamente, nelle diverse manifestazioni. Chi vende il pane di Gerusalemme, o almeno qualcosa che lo ricorda, chi frutta spremuta al momento, chi gelati.

Poi c’è anche qualche rappresentante del comitato organizzatore della grande marcia che è qui, nell’ampio spazio dedicato ai discorsi, a portare il suo saluto alternandosi alle tante donne che prendono parola dal palco. Un migliaio di donne sono anche qui, più o meno attente, ad ascoltare discorsi che ripetono il loro stesso sentire e danno forza alla loro volontà di esserci come autentiche protagoniste.

Mentre ci dirigiamo verso il cuore della manifestazione si sentono ripetuti colpi secchi, alcuni in rapidissima successione, tipo mitraglia. Ma no, non è pensabile che anche ora, in questa situazione che più pacifica non si può, i killers professionisti con la stella di Davide sulla divisa sparino!
Intanto sfilano i cartelli. Alcuni portano la scritta anche in lingua ebraica in modo che il loro messaggio, ripreso dai droni israeliani oltre che dai media locali, sia ben chiaro.

In uno degli striscioni si legge una frase che tradotta in italiano suona più o meno così: “volevate fermarci ma non avete capito che noi siamo dure”. C’è sempre quel filo di ironia che è una caratteristica che accompagna la grande marcia fin dal primo giorno.

I colpi secchi non cessano e realmente stridono con l’atmosfera di sereno entusiasmo che si legge sulle facce delle tante partecipanti grandi e piccole.

Oggi sono qui senza neanche le mie “guardie del corpo”, ma la mia amica Mai, una donna che si occupa a livello professionale di comunicazione mediatica, mi sorride, come solo loro sanno fare, e mi dice con estrema naturalezza che sono proprio spari e che anche oggi è una giornata molto pericolosa perché “loro (gli snipers) sono fatti così, sparano perché noi siamo palestinesi e spararci è quasi un hobby”.  Abituarsi a questa violazione continua del rispetto alla vita altrui è terribile, ma in fondo è quello che da decenni hanno fatto e cercano di fare i nostri media quando il responsabile di questa violazione è Israele.

Ci avviciniamo alle dune per mescolarci alle centinaia di donne che guardano il confine da lontano

Mai cerca di convincermi che è bene non andare avanti e fermarci lì, sulle dune, a guardare lo snodarsi dal lungo corteo fitto di donne che scandiscono slogan contro l’assedio, contro il piano Bibi-Trump, contro la rapina di Gerusalemme, e per il rispetto della Risoluzione Onu 194, cioè il diritto al ritorno che è il punto focale della grande marcia.

Anche oggi sono l’unica internazionale il che porta su di me l’attenzione di diversi media locali che mi intervistano chiedendomi anche loro, come i loro colleghi di venerdì scorso, di mandare un messaggio da Gaza al mondo. Mi fa sorridere ma con il pianto nel cuore questa loro ingenuità.  Davvero loro credono che il mio messaggio possa arrivare al mondo, perdippiù partendo da Gaza!?  Io il messaggio lo mando, è sempre lo stesso “state insegnando dignità e resistenza a tutti i popoli, in particolare quelli oppressi, ma non solo a loro”. Aggiungo che la contraddizione tra le due parti del confine è anche fisicamente visibile: di qua si sfila in modo pacifico rivendicando il rispetto e l’applicazione dei propri diritti, e di là si spara per impedire addirittura che quei diritti vengano rivendicati.

Di qua le bimbe addirittura con gli abiti eleganti e di là solo le armi pronte a stroncare ogni protesta pacifica.

Finita una delle interviste, torniamo verso le dune dove un’immagine presa al volo dà il senso della normalità gazawa tra gli spari e i crimini diversi degli assedianti: uno scooter “formato famiglia” che porta un padre e due bambini in giro per la manifestazione.

Sparano troppo e anche sulle dune si può essere usati come sagoma da chi sa che può uccidere senza pagarne il prezzo. Si torna nella zona dei discorsi. C’è uno striscione caduto a terra. “Credo” sia caduto a terra. Ci passano sopra grandi e piccoli. Sullo striscione ci sono molti ritratti con il nome scritto in arabo

Guardando bene si vede che ogni ritratto ha schizzi di rosso. Simulano il sangue di cui sono sporchi. Uno dei personaggi ha la benda sull’occhio, un altro è una vecchia donna con l’aria un po’ grossolana. Ora è chiaro: sono i persecutori del popolo palestinese che si sono avvicendanti da oltre settant’anni. Golda Meir, Moshe Dayan, ma anche Olmert e altri fino a Netanyahu. Sono lì, per terra, e calpestarli è considerato un piccolo sfogo. Mi invitano a passarci sopra, non ho problemi a farlo. So che i tanti amanti della pace a senso unico non approverebbero, pronti a considerare più grave questo segno di disprezzo che non l’eliminazione extra-giudiziale di centinaia di vite predicata e praticata da padri e madri dello “stato ebraico”. E ci fermiamo a questo perché sul piano del diritto ci sembra addirittura più grave dei tanti massacri impuniti. Ebbene sì, una passeggiata su quel tappeto di criminali ce la farò anch’io.

Gli spari continuano. Le ambulanze cominciano a correre. Sono tante, addirittura s’incrociano tra quelle che vanno a prendere le donne ferite e quelle che le portano negli ospedali quando le ferite sono gravi.

Ci chiedono di non fotografare i feriti. Non lo facciamo.

Intanto si cominciano a lanciare i palloncini. Tanti, a gruppi colorati. Tutti con fiammella in appendice. I ministri israeliani non sanno più come fare a bloccarli e quindi propongono come fosse novità quello che hanno sempre fatto: uccisioni di massa dei palestinesi. I media valletti di Israele fanno e seguiteranno a fare l’eco al pianto israeliano di chi si finge vittima e dimenticheranno che quelle fiammelle sono la sola voce capace di attraversare la linea dell’assedio per dire al mondo che Israele viola il Diritto internazionale e che le vittime di queste violazioni sono i palestinesi e non certo gli israeliani.

Ma si sa, quando la memoria è corta o l’onestà intellettuale è sotto la soglia della decenza si invertono causa ed effetto e il gioco è fatto. A fine serata, mentre scriviamo questo report, arriva notizia che gli snipers hanno fatto bene il loro sporco lavoro anche oggi.  Mentre i bambini chiedevano foto felici di essere qui, a poca distanza le loro madri, sorelle, zie venivano prese di mira.

Si contano 134 feriti tra cui anche qualche uomo, giornalisti palestinesi ancora convinti che la pettorina con la scritta PRESS sia una garanzia e non un target.

Ma  le donne di ogni età che seguitano a chiedere che vengano pubblicate le loro foto sono il messaggio più sintetico ma più immediato che scavalca i confini e gli spari.

Ripetono con un solo gesto “noi siamo qui. E qui noi resteremo.….come un muro sui vostri petti – come dicono i versi di Tawfiq Zyad – e canteremo le nostre canzoni…”

La grande marcia continua e le donne palestinesi oggi lo hanno ripetuto al mondo, anche quello che ha difficoltà d’ascolto. La grande marcia, popolare e determinata, continua!

Gaza, 3 luglio 2018

Categorie: Fotoreportages, Internazionale, Medio Oriente, Questioni internazionali
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