Report da Gaza. Ancora un dattero e…

22.06.2018 - Gaza - Patrizia Cecconi

Report da Gaza. Ancora un dattero e…
(Foto di Patrizia Cecconi)
Ancora un dattero e una tazzina di caffè amaro. Tante donne, tanti bambini. E fuori, sulla strada in cui affaccia il viottolo che porta a quella che era la casa di Zakaria, due lunghe file di sedie occupate da ragazzi e uomini di tutte le età. E anche qui bambini. Bambini che vanno e vengono e si fermano un momento accanto al grande poster col viso sorridente del giovane martire e poi riprendono il loro andare e tornare.
Hamas ha messo le sue bandiere verdi più grandi ed evidenti delle altre, ma lo sanno tutti che il giovane Zakaria, 15 anni il prossimo 22 luglio, faceva semplicemente parte del popolo delle tende e la sua famiglia tutte quelle bandiere le prende solo come omaggio al suo sacrificio.
Quanti datteri ho mangiato in questi mesi, uno alla volta, tutti dello stesso tipo, mai un madjoul o altre specie, sempre i piccoli e dolcissimi datteri chiari e morbidi. Sia che il martire fosse un uomo, sia che fosse una neonata o un ragazzino o una ragazza. Una volta ho chiesto il perchè, e la risposta è stata “per restituire al sangue gli zuccheri che precipitano per il dolore e poi riprendere la forza per vivere” che nel contesto significa la forza per lottare.
Zakaria Sayed Bashbash  viveva nel campo profughi di Al Maghazi, nel distretto di Deir el Balah, zona centrale della Striscia, e quel giorno in cui il cecchino l’ha colpito  era con la sua famiglia, insieme al “popolo delle tende”,  a chiedere il rispetto delle Risoluzioni Onu che Israele ignora e calpesta. Succedeva più di settimane fa, tanto ha impiegato a morire nonostante gli sforzi incredibili dei medici.
Credevamo fosse l’ultima vittima in ordine di tempo ma mentre scriviamo arriva notizia che un altro ragazzo, anche lui ferito circa un mese fa non ce l’ha fatta, si chiamava Ghasan e ci dicono avesse 24 anni. Agonia e speranza che hanno accompagnato e stanno ancora accompagnando le vite appese a un filo di tanti feriti dalle armi dei tiratori scelti israeliani. Hanno sempre colpito dimostranti disarmati o al più armati di fionda che anche un bambino di intelligenza media e mente onesta capisce che si tratta di “un’arma” simbolica e non certo letale. Ma Israele ha potere assoluto, sui suoi valletti dell’informazione, di decretare cosa sia arma e quindi di chiamare “risposta” alle armi nemiche i suoi continui massacri. Israele è un paese al di fuori della legalità internazionale, e questa non è un’opinione ma un fatto, eppure paesi come il nostro, e ben prima dell’ultimo governo, ne sono partner in scambi culturali e commerciali e seguitano a inserirlo nella rosa dei paesi democratici e a rispettarlo o addirittura ad omaggiarlo come successo per l’ultimo Giro d’Italia che ha fornito l’unzione allo schiaffo che Trump ha dato al mondo (e non solo ai palestinesi) rispetto al tentato “furto di Gerusalemme”.
Eppure, basta avere sguardo libero per capire che il popolo di Gaza sta insegnando al mondo come sia possibile combattere contro un nemico mostruosamente più potente e seguitare a farlo utilizzando solo creatività, a volte eccezionale, fatta di così piccole cose che il nemico non riesce a neutralizzare nonostante le sue potentissime armi. Gli aquiloni con la codina accesa, i palloncini-mongolfiera ed ora addirittura i condom riempiti di elio e lasciati volare oltre la linea dell’assedio portando appesa una fiammella che non uccide nessuno ma che dice all’assediante che una fiammella può dar fuoco a un campo con molto minor dispendio di denaro di quanto fanno gli aerei israeliani che irrorano di diserbante i campi gazawi per distrugerne il raccolto. Di questo la schiera dei valletti mediatici non parla eppure ci sono documenti a profusione ed anche video che riprendono le micidiali irrorazioni di diserbanti effettuate ancora pochi giorni fa.
I genitori, gli amici, i fratelli dei ragazzi uccisi queste cose le vivono come continue ingiurie (infatti lo sono) e violenze che il mondo ignora e allora si affidano alla creatività e proseguono la loro grande marcia portando con sé le foto dei martiri.
Oggi, nel campo di al Bureji sarà portata la foto di Zakaria Bashbash, colpito alla schiena da un proiettile che gli ha perforato il colon e lo stomaco e che ha reso inutili gli sforzi dei medici dello Shifa hospital prima e del S.Joseph hospital di Gerusalemme poi. Tra le tante donne che accompagnano il lutto della famiglia c’è una zia che prende la parola per dirci che i medici e gli infermieri di Gaza sono degli eroi, stanno lavorando senza stipendio da mesi e provano a fare miracoli. Poi, aprendo il suo smartphone, mi mostra il ritratto di un ragazzo bellissimo, berretto in testa e sorriso da Hollywood, e mi dice che era il cugino di Zakaria, suo figlio. Lei è sua zia, e suo figlio è stato ucciso quattro anni fa. Anche la donna più anziana che siede a sinistra della mamma del giovane martire  prende la parola e dice che anche lei ha perduto due figli nello stesso modo.  Volgo gli occhi alla mia destra e capisco che molte delle altre donne vogliono dirmi la stessa cosa. Guardo la mia interprete, una giovane donna di una sensibilità e una perspicacia incredibili. Credo colga nei miei occhi una richiesta d’aiuto perché non so cosa dire se non le solite frasi di vicinanza affettuosa che però sento inadeguate e che mi si strozzano in gola. Lei fa un cenno con la testa a una ragazza seduta nel cerchio delle donne e un attimo dopo mi viene offerto un altro dattero. Quanti datteri hanno mangiato nella loro vita queste donne per riprendere a vivere “normalmente” dopo i tanti assassinii dei loro figli?
Approfitto della presenza del padre per spostare l’attenzione sui sogni di Zakaria e dei suoi fratelli, il più grande di 24 anni e la più piccola, Dima, di sei anni. Quest’uomo, che sì e no arriva a 45 anni, mi dice che i suoi figli sono nati nel campo come lui stesso e sua moglie e che il loro sogno primario è, e lo era anche per Zakaria, quello di una vita libera fuori dalla gabbia imposta da Israele. Solo questo, una vita libera.  Il ragazzo che oggi verrà portato alla grande marcia in foto era tra le tende, lontano qualche centinaio di metri dalla rete a sognare una vita libera, eppure per due volte hanno provato a spezzare il suo sogno, la prima con un tear gaz sulla testa che però lo aveva solo ferito, e la seconda con un proiettile che ha raggiunto lo scopo.
Chi non conosce la struttura degli accampamenti della grande marcia e, soprattutto, chi è irretito dalle cronache (da lontano) dei vari inviati che però a Gaza non ci stanno, potrà credere alle tante bugie su cui galleggia Israele. Ma la verità è che i cecchini colpiscono a qualunque distanza e lo fanno per invalidare o per uccidere e questo è nelle loro regole d’ingaggio.
Nonostante ciò sia chiaro a tutti i manifestanti, e nonostante la stanchezza per una manifestazione che va avanti da quasi tre mesi, e nonostante Hamas, facilitato in questo da Israele fin dal primo momento, ci stia mettendo il cappello, la grande marcia è una vera manifestazione di popolo e quando i genitori delle giovani vittime alla domanda “e ora cosa pensate di fare?” rispondono regolarmente come hanno risposto la mamma e il padre di Zakaria “seguitiamo ad andare e lo portiamo con noi. Non possiamo lasciarlo solo, non possiamo tradirlo” , allora si ha ulteriore conferma che questa battaglia per i palestinesi segna un momento storico.
Una cosa Israele non ha capito, né hanno capito i suoi valletti. L’abbiamo scritta tante volte ma la nostra voce non è sufficientemente forte da essere ascoltata come e dove vorremmo, comunque la ripetiamo. Israele ha tre vie di fronte a sé: o li uccide tutti, ma è abbastanza difficile che riesca a farlo, o entra finalmente nell’alveo della legalità internazionale, o non avrà pace perché neanche tutte le sue 137 atomiche, né il suo potentissimo esercito riusciranno a eliminare il suo vero nemico: l’insopprimibile richiesta di giustizia e di libertà che viene dal popolo palestinese.
Intanto sta finendo la preghiera di mezzogiorno e il popolo di Gaza comincia ad andare alla grande marcia dove già è atteso dal “popolo delle tende”, quello che staziona più o meno stabilmente lungo il confine e ricorda il nome del proprio villaggio o città d’origine con un banner sulla propria tenda.  La giornata di oggi è dedicata ai feriti. Si alzeranno in volo altri aquiloni e altri palloncini. Altre fiammelle attraverseranno la rete portando il loro messaggio: rompete l’assedio perché amiamo la vita e vogliamo la libertà, costi quel che costi. Un po’ come il ritornello di un nostro canto partigiano che si concludeva così “perché se libero un uomo muore, cosa importa di morir“.
Categorie: Diritti Umani, Medio Oriente, Opinioni, Questioni internazionali
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