Perù e Fujimori: il lungo cammino verso la riconciliazione

31.12.2017 - Atene - Marianella Kloka

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Perù e Fujimori: il lungo cammino verso la riconciliazione
Una recente protesta contro la grazia concessa all’"ex" presidente del Perù. (Foto di Pressenza)

Le ultime proteste del popolo peruviano contro la grazia concessa per motivi umanitari all’“ex” presidente Fujimori evidenziano la sensazione comune di trovarsi a cavallo tra la beffa e l’abuso della parola “riconciliazione” da parte di un ex presidente condannato per i suoi crimini. Le manifestazioni mostrano ciò che non è riconciliazione.  Parlare di ciò che invece costituisce una riconciliazione, dell’inquadramento in cui un dittatore o un leader crudele potrebbero invocarla e delle condizioni per cominciare a discuterne è senz’altro un compito difficile, visto che si tratta di un processo nuovo.

Una persona che ha commesso atrocità, è responsabile di sparizioni di massa o di enormi violenze ha il diritto di parlare di riconciliazione? Venire condannato a 25 anni di carcere, come è successo a Fujimori, può essere sufficiente perché la gente si riconcili con le sue azioni disastrose? E che dire di lui? 25 anni di prigione sono sufficienti per riconciliarsi con il lato oscuro della sua esistenza?

La riconciliazione può avvenire solo se entrambe le parti la desiderano. Che avvenga o no nello stesso momento, dev’essere qualcosa che entrambe vogliono. Nessun processo del genere può cominciare perché una parte impone all’altra il tempo del perdono e della riconciliazione. Se dunque l’“ex” non ha abusato della parola e del suo significato, quale potrebbe essere l’inquadramento per parlare di questo processo?

L’“ex” deve percorrere un lungo camino, su questo non ci sono dubbi. Mi chiedo se sia mai esistito nel corso della storia un dittatore o un leader crudele che abbia riconosciuto i propri crimini. Esiste un leader che abbia spiegato pubblicamente perché ha commesso tante atrocità ed esercitato tanta violenza di massa?

Ammettere i crimini senza tentare di giustificarli potrebbe essere un inizio. Nessun “interesse nazionale” potrà mai giustificare la tortura o le stragi.

E’ importante che l’”ex” stabilisca un dialogo constante con i sopravvissuti e le famiglie delle vittime. E se loro non vogliono? Allora sarà un dialogo aperto e costante solo da parte sua. Sono necessari altri progetti e altre azioni per la comunità. Se ha accumulato ricchezze durante il suo governo, dovrà trovare il modo di investirle a favore della comunità, a favore della riconciliazione. Parliamo di progetti sociali, di monumenti che ricordino il motivo per cui tali azioni non dovrebbero mai più ripetersi, di gruppi impegnati per la democrazia diretta o altre forme democratiche di prendere decisioni, per la nonviolenza, per i diritti delle minoranze, ecc.

Anche scrivere lettere ai leader crudeli di oggi può essere un modo di favorire la riconciliazione. Denunciare le forze che in tutto il mondo impongono tali leader per servire i loro interessi particolari costituisce un’altra maniera di arrivare alla riconciliazione. Scrivere un libro basato su fatti reali, un libro sui suoi ordini di esecuzioni di massa potrebbe costituire un processo di redenzione e un bene per l’umanità.

L’“ex” potrebbe fare tutto questo pur restando in carcere. Se volesse davvero capire il lato oscuro che lo ha spinto a compiere azioni così terribili, il fatto di trovarsi prigioniero non dovrebbe fermarlo.

Che cosa succederebbe se compiere alcune delle azioni citate non fosse sufficiente a convincere la gente a intraprendere lo stesso cammino di riconciliazione? Una cosa sarebbe comunque sicura: che la gente lo accetti o no, avrà comunque iniziato il suo processo di riconciliazione. Parliamo di persone che senza  alcun motivo hanno dovuto affrontare torture e perdite. Anche la gente però dovrà fare qualcosa e trovare un modo di integrare quello che è successo, se non vuole continuare ad avvelenare le generazioni future. Se anche la giustizia esigesse che ’“ex” restasse in carcere, questo non fermerebbe il veleno.

La riconciliazione è un processo lungo. A volte sono necessari anni, o tutta la vita, per considerare fatti meno barbari dell’assassinio e della tortura. La società identifica a torto la giustizia con la vera riconciliazione, lasciando delle ferite aperte e pensando di averle guarite. Nonostante la giustizia o l’amnistia, però, solo la coscienza sa se l’addio a questo spazio e a questo tempo sarà amaro o dolce.

 

Categorie: Nonviolenza, Opinioni, Politica, Sud America
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