Valpiana vs D’Arienzo Spese militari: lascia o raddoppia?

04.10.2017 - Mao Valpiana

Valpiana vs D’Arienzo  Spese militari: lascia o raddoppia?
(Foto di Franco Folini via Flickr.com)

Martedì 26 settembre 2017, la Commissione Difesa della Camera dei Deputati ha votato un provvedimento legislativo (Rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato 2016 e assestamento 2017) che prevede la necessità che l’Italia rispetti l’impegno assunto a livello internazionale in sede NATO: vale a dire quello di aumentare la spesa militare fino a raggiungere un importo pari al 2% del PIL nazionale.

Il relatore, deputato veronese del PD on. Vincenzo D’Arienzo, dice che è necessario affrontare il tema delle spese militari, che nel 2016 ammontano all’1 per cento del PIL, ma che, per rispettare gli impegni formali sottoscritti in sede NATO, dovrebbero attestarsi al 2 per cento del PIL entro il 2024.

Il partito di maggioranza e di governo vuole raddoppiare le spese militari nei prossimi sette anni: una vera follia, una previsione di spesa insostenibile.

Sulla proiezione di aumento, stando alle stime ufficiali della Difesa, si tratterebbe di altri 16 miliardi annui, che sommati ai reali 23 attuali farebbe 39 miliardi all’anno!

La Difesa in Italia costa già tantissimo, attualmente 64 milioni al giorno.

La richiesta, perentoria, che l’Italia aumenti le spese militari fino al 2% del PIL, viene direttamente dalla NATO, ed è stata ribadita da Trump nei suoi colloqui con Gentiloni, ma è un accordo politico informale e non è assolutamente vincolante. Lobiettivo emerso al summit NATO tenutosi in Galles del 2014 non ha alcun valore legale senza approvazione del Parlamento italiano.

C’è inoltre da dire che l’Italia non è allo “scarso” 1,1%, come dicono gli Usa, ma i dati dell’autorevole Istituto SIPRI (confermati dall’Osservatorio sulle spese militari Milex) dimostrano che il nostro Paese spende già l’1,4%, esattamente la media dei Paesi NATO (USA esclusi), ma spende in modo irrazionale e inefficiente.

Portare la spesa militare al 2% significherebbe dunque arrivare a quasi 40 miliardi all’anno, cioè a più di 100 milioni al giorno. Una spesa insostenibile: dove li troveremo tutti questi soldi aggiuntivi? Tagliando ancora di più pensioni, sanità, investimenti in istruzione, cultura, servizi sociali, ecc?

Diamo i numeri

La maggior parte dei Paesi europei spende molto meno del 2% : la Germania è all’1,2%, come la Spagna e l’Olanda. Ci sono Paesi come il Canada all’1%.  Solo la Grecia spende ben oltre il 2%  del Pil (obbligata dagli accordi internazionali di “salvataggio”) ma sappiamo bene in quale drammatica situazione economica si trovi il governo di Atene. Vogliamo emulare quel paese?

In Italia si spende sempre più in armamenti “tradizionali” come cacciabombardieri, missili, carri armati e navi da guerra (+85 per cento in 10 anni).

I fondi specifici per nuovi sistemi d’arma sono un’altra spesa squilibrata italiana, parliamo del 28% del totale, che è superiore addirittura alla media europea che sta al 20% e degli Stati Uniti al 25%. Questo avviene perché si comprano tantissimi armamenti a partire dagli F-35, che costano 14 miliardi senza pensare ai costi successivi necessari per la loro manutenzione. Possiamo citare anche la nuova flotta navale, circa 5,4 miliardi di euro o gli 800 nuovi carri armati per oltre 5 miliardi.

Il problema è proprio come vengono spesi i soldi per la Difesa e nel caso italiano ci sono dei grossi squilibri. La grandissima parte del budget, il 60% circa, cioè 12 miliardi di euro all’anno, è destinata al personale. C’è un numero eccessivo di personale, soprattutto ufficiali e sottufficiali, che sono più numerosi della truppa. È un’assurdità logica e operativa.

Proporzionalmente spendiamo già più di tutti: un aumento (in termini reali) di oltre il 10% della spesa per le forze armate nel 2016 rispetto al 2015, a fronte di aumenti del 3% della Germania, dello 0,6% della Francia e 0,7% della Gran Bretagna. Un incremento maggiore persino rispetto a Stati Uniti (+1,7%), Russia (+5,9%) e Cina (+5,4%).

La nostra proposta

Se il tema reale è quello di migliorare la Difesa del nostro paese, bisogna innanzitutto individuare i reali pericoli e le cause delle vere minacce: povertà, dissesto idrogeologico, fragilità strutturale, cambiamenti climatici, disoccupazione, mancanza di prevenzione, ecc.

Non è certo comprando cacciabombardieri che si combattono i fenomeni terroristici che minacciano le nostre società, non è con le navi da guerra che si affronta il fenomeno migratorio, non è certo con la presenza di blindati in giro per le nostre città che si contrasta la criminalità.

Quindi è per garantire davvero una difesa nazionale che noi proponiamo l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta, che significa spostare fondi dalle spese militari a favore della protezione civile, del servizio civile, dei corpi civili di pace e per la ricerca e lo studio della costruzione di una pace attiva.

Quello di cui abbiamo bisogno è una difesa più razionale, più efficace, più intelligente.

Se questo significa ridiscutere e rivedere il ruolo dell’Italia nella NATO, è forse giunto il momento di farlo. L’Alleanza atlantica, in un mondo che non è più quello del Novecento post seconda guerra mondiale, ha perso di significato, anche per il ruolo che oggi ha la politica estera degli Stati Uniti.

L’Italia, con una diversa politica militare, potrebbe diventare una nazione guida per fare dell’Europa un potenza di pace, ripensando anche l’esistenza dei 28 eserciti nazionali e immaginando un unico esercito europeo, strumento operativo al servizio del diritto internazionale, con funzioni di polizia per pacificare i confini est e sud del vecchio continente.

I dati citati sono tratti dagli studi del Sipri e dell’Osservatorio Mil€x

www.milex.org

Categorie: Comunicati Stampa, Opinioni, Pace e Disarmo
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