Disoccupazione giovanile: se il problema parte anche dalla scuola

02.10.2017 - Unimondo

Disoccupazione giovanile: se il problema parte anche dalla scuola
(Foto di Il Cambiamento)

Dal 2000, il livello d’istruzione della forza lavoro è cresciuto nei Paesi dell’Ocse, eppure il livello di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, è ancora molto alto. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), nel mondo i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono circa 71 milioni e per molti di loro si tratta di una situazione di lungo periodo. Colpisce soprattutto i paesi a basso reddito dove, anche quando il lavoro c’è, vale comunque poco in termini di retribuzione, condannando i giovani a una vita di povertà continua. Tra le cause, di natura politica, sociale ed economica, si riscontra in molti paesi anche una cesura profonda tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro, in continua evoluzione: basti pensare che secondo l’International Commission on Financing Global Education Opportunity (o Commissione Educazione), lo scorso anno circa il 40% dei datori di lavoro in tutto il mondo ha trovato difficoltà nel reclutare persone in possesso delle competenze di cui avevano bisogno.

Un problema che si riscontra anche in Italia dove è facile, soprattutto di questi tempi, imbattersi in giovani disoccupati che si sono pentiti del proprio percorso di studi. E i dati del rapporto dell’Ocse sull’educazione, “Education at glance 2017”, ci confermano questa tendenza negativa: secondo il report, infatti, i laureati non solo sono pochi, ma lo sono in discipline poco spendibili sul mercato. I dati ci mostrano innanzitutto che solo il 18% degli italiani tra i 25 e i 64 anni è laureato, percentuale che rappresenta la metà della media Ocse. Di questi, il 30% è laureato in discipline umanistiche, percentuale che risulta la più alta tra tutti i Paesi esaminati. Peccato che, sebbene assolutamente legittima, questa scelta non venga premiata dal mondo del lavoro: i tassi di occupazione più bassi, infatti, sono proprio quelli associati alle discipline umanistiche, mentre i più alti sono nelle cosiddette discipline STEM, ovvero Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. “Riflettono la domanda di un’economia sempre più improntata all’innovazione – spiegano i ricercatori – Globalizzazione, progresso tecnologico e invecchiamento della popolazione influenzano infatti la domanda di competenze”.

I laureati italiani, insomma, sono pochi e con un curriculum poco spendibile, tanto che il tasso di occupazione è del 67%, 17 punti sotto la media europea, e la disoccupazione sfiora il 14%, più del doppio rispetto alla Ue. Sono soprattutto le donne ad avvertire gli effetti di titoli di studio poco legati ai bisogni emergenti dell’economia: secondo il report, rappresentano il 71% dei neolaureati in Lettere e il 63% di quelli in Scienze politiche, Sociologia o Scienze della comunicazione, mentre sono una minoranza tra i neolaureati in Ingegneria (31%) e in Tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (21%). Un divario dato da numerosi fattori, soprattutto socioculturali, come l’idea radicata fin dall’infanzia che le STEM siano più adatte agli uomini, riscontrabile sia nei ragazzi – che tendono a creare in questi ambienti dinamiche sessiste scoraggianti – sia nelle ragazze stesse.

Ma i divari, sempre secondo il rapporto Ocse, continuano anche a livello geografico dove il tasso di istruzione più alto risulta essere nel Lazio, il 23 %, seguito da Umbria ed Emilia. Col 13% di Puglia e Sicilia, il sud resta in fondo alla classifica, registrando anche la più alta concentrazione di Neet. L’acronimo inglese significa “not (engaged) in education, employment or training”, e si tratta appunto di quei giovani che non sono impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione: in Italia sono il 26%, quasi il doppio della media Ocse (peggio di noi soltanto la Turchia, con il 28%), mentre al sud registrerebbero una percentuale del 34,2%, più del doppio rispetto al nord (16,9%).

Quali soluzioni dunque? Se programmi come l’alternanza scuola-lavoro o Garanzia-Giovani sono stati bene accolti, è anche vero che le cronache hanno spesso parlato di stage con offerte poco qualificanti, ritardi nei pagamenti e una burocrazia complicata. In più non va dimenticato che anche chi sceglie le discipline STEM non ha sempre vita facile nel nostro paese: le analisi del Centro Studi Confindustria-IlSole24Ore riportate da Antonio Calabrò su Huffington Post parlano di circa 260mila persone tra i 15 e i 39 anni, in gran parte con alto titolo di studio, che hanno deciso di emigrare all’estero per cercare nuove e migliori opportunità di lavoro e di vita. E’ la cosiddetta “fuga dei talenti”, risorse non valorizzate con grande perdita in termini di crescita e ricchezza per il nostro paese. Si parla infatti di 43 miliardi (14 miliardi solo nel 2015) di investimenti pubblici e privati in formazione “bruciati”, di cui beneficeranno quei paesi in cui i nostri giovani sono andati a lavorare e vivere. Investire sull’innovazione e sulla formazione è perciò quello che viene consigliato a tutti i paesi dal rapporto Ocse. Con un occhio particolare all’orientamento formativo e all’istruzione femminile.

“E’ necessario creare e mantenere aperto il dialogo fra scuola e lavorospiega ad esempio Giorgio Ambrogioni, presidente della Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità (Cida) – La scelta di un percorso universitario non può essere lasciata al caso, o affidata a tradizioni familiari non sempre collegate alle reali esigenze del mercato. Manca l’orientamento agli studi universitari, non c’è un ‘luogo’ dove domanda ed offerta di preparazione e competenze scolastiche possano confrontarsi. Di fronte all’emergenza della bassa occupazione giovanile, occorre un grande investimento nella formazione professionale, coinvolgendo istituzioni, aziende, enti di formazione e parti sociali”.

Categorie: Economia, Europa, Opinioni
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