Un “autunno caldo” per i Balcani?

15.09.2016 - Gianmarco Pisa

Un “autunno caldo” per i Balcani?
Il Monumento alla Fratellanza e all’Unità nel centro di Pristina (Foto di Gianmarco Pisa)

Nell’approssimarsi della nuova missione in loco del progetto PRO.ME.T.E.O. (Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities) per Corpi Civili di Pace in Kosovo, progetto sostenuto dal Comune di Napoli, una traccia di analisi sulle tensioni e i conflitti nella regione, i prossimi eventi e le prospettive della pace.

La riapertura della stagione politica dopo la pausa estiva, che convenzionalmente potremmo far coincidere con la ripresa dei lavori del complesso delle istituzioni comunitarie, il 12 settembre, coincide anche con l’apertura di un mese-chiave, a cavallo tra settembre ed ottobre, nello spazio post-jugoslavo. Il rinnovato interesse della regione, alla luce della dinamica intrinseca delle relazioni trans-balcaniche e in relazione al potenziale che essa riveste per l’allargamento europeo e per il futuro stesso dell’Unione Europea, è scandito anche dalla preoccupante riapertura di focolai di tensione che vedono le linee di maggiore tensione tra Banja Luka e Sarajevo, in Bosnia, tra Belgrado e Zagabria, ed in Kosovo.

Intervistato dall’independent.mk, portale di informazione macedone in lingua inglese, il professore di studi per la sicurezza Stojan Slaveski ha di recente confermato che «tensioni, conflitti e incidenti sono possibili nella regione; tuttavia ritengo che la situazione sia comunque lontana da quello che abbiamo conosciuto in passato. Assisteremo a conflitti, scontri politici e religiosi, radicalizzazione, crisi dei rifugiati. Tutto questo deriva dalla mancata integrazione dei Balcani nell’Unione Europea. Tutt’oggi, le aree più problematiche restano il Kosovo, il Sandzak (il Sangiaccato, nel Sud della Serbia) e chiaramente la Bosnia Erzegovina».

Qui, lungo l’asse tra Sarajevo e Banja Luka, la data da “cerchiare in rosso” sul calendario è rappresentata dal prossimo 25 settembre, giornata del referendum popolare nella Repubblica Serba di Bosnia che chiamerà i cittadini serbo-bosniaci a confermare (e di conseguenza “istituzionalizzare”) la ricorrenza nazionale del 9 gennaio come “Giornata della Republika Srpska”: la Repubblica dei Serbi di Bosnia è infatti stata proclamata ufficialmente, in risposta alla Dichiarazione di Sovranità prodotta unilateralmente dal Parlamento Bosniaco il precedente 15 ottobre contro la rappresentanza parlamentare serbo-bosniaca, il 9 gennaio 1992. Scelta, quella del referendum serbo-bosniaco, che ha diviso il “Peace Implementation Council” (la Russia non ha aderito alla presa di posizione del PIC per la revoca del referendum), scosso la comunità internazionale (che teme ripercussioni sulla stabilità delle istituzioni bosniache pur formalmente non intaccate dalla proposta referendaria) e costretto ad una delicata mediazione la “Belgrado ufficiale”, che ha dichiarato di non sostenere il referendum e, in ogni caso, di non volere esercitare alcuna ingerenza negli affari interni della Republika Srspka.

È atteso, d’altro canto, nello stesso frangente tra settembre ed ottobre, un nuovo passaggio diplomatico molto importante per la Serbia, la quale, dopo la riunione del comitato sull’implementazione degli Accordi di Stabilizzazione e Associazione all’Unione Europea (ASA), sarà chiamata a presentare, il 30 settembre, il proprio rapporto (il “progress report”) sui progressi compiuti nel corso del 2016. Si tratta di una tappa importante nel percorso di avvicinamento alla UE da parte della Serbia, che conta di aprire, di qui alla fine dell’anno, cinque nuovi capitoli per l’adesione: 5 (appalti pubblici), 20 (impresa), 25 e 26 (scienza e istruzione), 29 (unione doganale). Ennesima tappa del percorso di avvicinamento: dovranno essere soddisfatti, a consuntivo, sia i quattro criteri di Copenaghen, sia i 35 aspetti (“capitoli”) dei quali si compone l’acquisizione del cosiddetto “acquis comunitario”. L’ultimo dei 35, che in genere prende la forma di un “varie ed eventuali”, per l’adesione della Serbia ha invece tutt’altro nome: Kosovo.

E qui si apre un nuovo fronte di contraddizioni, portate a evidenza dall’ultima decisione del Parlamento Europeo (dello scorso 5 settembre), che ha approvato l’avvio del negoziato per l’abolizione dei visti per i kosovari verso l’Unione Europea (rimarcando che, dal 2010, il Kosovo è di fatto “isolato”, essendo rimasto l’unico territorio dei Balcani i cui cittadini ancora devono richiedere un visto per viaggiare nell’UE). Tale negoziato è subordinato tuttavia alla ratifica dell’accordo di demarcazione della linea di confine con il Montenegro, alla prosecuzione dei negoziati per la normalizzazione delle relazioni con le autorità serbe ed alla effettiva implementazione della “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, vera e propria architrave degli Accordi tra Belgrado e Pristina del 19 aprile 2013, tuttora fermi e molto osteggiati da diversi settori, sia dell’opinione pubblica, sia del quadro politico, del Kosovo.

Da oggi potrebbe forse aprirsi, anche su questo fronte, uno scenario inedito: è stato infatti finalmente insediato il comitato pilota (“steering committee”), presentato a Bruxelles lo scorso 6 settembre, per la realizzazione della “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, come riferito dalla stampa. Potrebbe essere un punto di svolta: un percorso che «cambierà il Kosovo per sempre e in meglio, tanto che le cose non saranno più le stesse». Un Kosovo migliore, di tutti e per tutti: rispettoso del diritto e della giustizia internazionale, capace di riconoscere e soddisfare “tutti i diritti umani per tutti” i suoi cittadini e le sue cittadine, rinnovato nelle sue strutture economiche e nelle possibilità di benessere, lavoro, inclusione sociale per tutti e tutte. Non c’è che augurarselo.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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