Se l’opposizione finisce in Costituzione

07.09.2016 - Rocco Artifoni

Se l’opposizione finisce in Costituzione
(Foto di https://pensierilenti.wordpress.com)

Ci sono  piccoli indizi che sono rivelatori di una mentalità o addirittura di una ideologia. Se il referendum d’autunno confermasse il testo della riforma, per la prima volta verrà introdotto in Costituzione il concetto di “opposizione”. Finora si è sempre parlato di maggioranze e di minoranze (da tutelare). La riforma invece prevede lo “statuto delle opposizioni”, il cui contenuto è rinviato ai regolamenti parlamentari (art. 64, comma 2).

Anzitutto va detto che i regolamenti parlamentari vengono approvati con la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Di fatto sarà la maggioranza che sostiene il governo ad approvare lo statuto delle opposizioni (e questo potrebbe essere modificato ogni volta che cambia il governo e/o la maggioranza che lo sostiene).

Se aggiungiamo il fatto che la nuova legge elettorale assicura il premio di maggioranza al primo partito, ne consegue che paradossalmente saranno i rappresentanti della principale minoranza a stabilire lo statuto dei rappresentanti della maggioranza collocata all’opposizione.

La differenza tra “opposizione” e “minoranza” è palese. La minoranza è soltanto un dato numerico temporaneo, la cui composizione può cambiare nel tempo e volendo in relazione a ciascuna votazione. L’opposizione è la cristallizzazione atemporale di una posizione, caricandola pregiudizialmente di un senso negativo: quelli che dicono sempre “no” e che si oppongono a tutto, a prescindere dal contenuto.

Questa visione del rapporto tra maggioranza (di governo) e opposizione (al governo) riduce e svilisce la dialettica parlamentare: c’è spazio soltanto per i “pro” e i “contro”. Invece il Parlamento dovrebbe avere proprio la funzione del “parlarsi”, di spiegare le proprie ragioni e di ascoltare quelle degli altri. Il confronto, la mediazione, la disponibilità a modificare la propria posizione: questa è la filosofia parlamentare, che presuppone che nessuno abbia la verità in tasca. È il caso di ricordare che la Costituzione stabilisce che ciascun parlamentare sia rappresentativo della nazione (e non di un partito o di un gruppo di maggioranza o di opposizione).
Per queste ragioni anche il voto di fiducia al governo, di cui si tende ad abusare, risulta spesso essere una forzatura, che limita e condiziona la discussione tra i rappresentanti del popolo, come un’imposizione e un ricatto, irrispettoso della libertà delle coscienze dei parlamentari eletti.

L’introduzione in Costituzione della nozione di “opposizione” è la conseguenza dell’adozione di una democrazia che fa riferimento alle teorie di J.A. Schumpeter, secondo il quale “la vera funzione del voto è l’accettazione di una leadership”. Chi rimane escluso da questa cerchia di eletti, diventa necessariamente “opposizione”. In questa visione, in cui il cittadino ha il compito di delegare le scelte politiche attraverso l’investitura di un capo in forma plebiscitaria, la dialettica e la mediazione diventano superflue.

Il popolo sovrano non viene più chiamato ad eleggere rappresentanti capaci di ricercare le soluzioni ai problemi attraverso il più alto livello di condivisione possibile. Diventa centrale la campagna elettorale: una competizione in cui i concorrenti nel mercato della politica presentano la propria offerta ai consumatori del voto. Il leader scelto verrà poi giudicato alla prossima occasione di acquisto, cioè alle successive elezioni.
In questa prospettiva di fatto non si vota più per eleggere il Parlamento, ma per scegliere il governo. Schumpeter infatti scrive che “la funzione prima del corpo elettorale è la creazione di un governo” e che per questa ragione è preferibile utilizzare il sistema elettorale maggioritario, anziché quello proporzionale.

La nuova legge elettorale per la Camera dei Deputati (cosiddetta “Italicum”) si inserisce chiaramente in questa ideologia politica. A dimostrarlo è sufficiente rileggere un punto della nuova legge, in cui si dice: “I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma  elettorale  nel  quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”.

Anche l’eliminazione o la limitazione delle preferenze nella scheda elettorale e la tendenza a predisporre liste bloccate di candidati o almeno di capilista, si integra coerentemente in questo scenario.

Schumpeter approverebbe sicuramente, ma la Costituzione vigente si fonda sull’attività dei cittadini per la costruzione “del progresso materiale o spirituale della società” e richiede il dovere inderogabile “di solidarietà politica”. Se il compito della Repubblica è “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, in una logica di comunità pare più coerente la necessità della partecipazione e della cooperazione di tutti rispetto alla delega e alla consegna del potere nelle mani di pochi.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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