Turchia, diritti umani in grave pericolo

19.07.2016 - Amnesty International

Turchia, diritti umani in grave pericolo
Manifestazionhe in Piazza Taksim, giugno 2013 (Foto di Fleshstorm)

Amnesty International ha lanciato l’allarme sul pericolo per la situazione dei diritti umani all’indomani del sanguinoso tentativo di colpo di stato del 15 luglio, a seguito del quale sono morte almeno 208 persone e sono stati eseguiti quasi 8.000 arresti. Inoltre diversi esponenti governativi hanno proposto la reintroduzione della pena di morte per punire i responsabili del fallito colpo di stato.

Amnesty International sta indagando sulle notizie di detenuti sottoposti a maltrattamenti ad Ankara e Istanbul, ai quali verrebbe negato l’accesso agli avvocati.

“L’elevato numero di arresti e di rimozioni dall’incarico è allarmante e stiamo monitorando attentamente la situazione. Il tentativo di colpo di stato ha scatenato un impressionante livello di violenza. I responsabili di uccisioni illegali e di altre violazioni dei diritti umani devono essere portati di fronte alla giustizia, ma la repressione contro il dissenso e la minaccia di ripristinare la pena di morte sono un’altra cosa rispetto alla giustizia” ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa e l’Asia centrale di Amnesty International.

“Sollecitiamo le autorità turche a esercitare moderazione e a rispettare lo stato di diritto nello svolgimento delle necessarie indagini, a garantire processi equi a tutti i detenuti e a rilasciare tutti coloro contro i quali non vi sono prove concrete di aver preso parte ad azioni criminali. Un arretramento nel campo dei diritti umani è l’ultima cosa di cui la Turchia ha bisogno” ha aggiunto Dalhuisen.

In assenza di numeri esatti, le autorità turche hanno riferito che venerdì notte 208 persone sono state uccise e oltre 1.400 ferite a Istanbul e Ankara. Tra le persone uccise figurano 24 “complottisti”, alcuni dei quali sarebbero stati linciati dopo che avevano cercato di arrendersi. Tra le vittime, figurano anche civili scesi in strada a fronteggiare carri armati ed elicotteri in risposta all’appello a protestare rivolto dal presidente Erdogan.

Nei giorni successivi al fallito colpo di stato, le autorità turche hanno avviato rapide purghe all’interno dell’esercito, del potere giudiziario e dell’amministrazione civile del ministero dell’Interno: 7.543 “complottisti” arrestati, 318 dei quali posti in detenzione preventiva; 7.000 poliziotti sospesi, 2.700 giudici e procuratori rimossi dall’incarico (appena meno di un quinto del personale della magistratura), 450 dei quali arrestati.

Le dichiarazioni del presidente Erdogan e di rappresentanti del governo circa il ripristino della pena di morte e il suo uso retroattivo per punire i responsabili del tentato colpo di stato sono particolarmente inquietanti: un passo del genere violerebbe le convenzioni sui diritti umani di cui la Turchia è parte, oltre che le stesse garanzie costituzionali del paese.

“Gli arresti di massa e le rimozioni dall’incarico costituiscono sviluppi preoccupanti in un contesto di crescente intolleranza verso il dissenso pacifico da parte del governo turco. Il rischio è che il giro di vite si estenda ai giornalisti e agli attivisti della società civile. Negli ultimi mesi attivisti politici, giornalisti e altre voci critiche sono stati frequentemente presi di mira e mezzi d’informazione sono stati chiusi” ha commentato Dalhuisen.

“Ora è più importante che mai che il governo turco rispetti i diritti umani e lo stato di diritto, esattamente come i promotori del colpo di stato non hanno fatto” ha concluso Dalhuisen.

Categorie: Comunicati Stampa, Diritti Umani, Medio Oriente
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