I plutocrati sopprimono la democrazia in Brasile

19.04.2016 - Mariano Quiroga

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

I plutocrati sopprimono la democrazia in Brasile
Manifestanti contro l’incriminazione hanno seguito su uno schermo gigante la sessione (Foto di Valdir Silveira)

Molta gente è ancora confusa e crede che la richiesta di incriminazione contro Dilma Rousseff abbia qualcosa a che fare con la corruzione o con qualche crimine che la presidente del Brasile possa aver commesso.

Certo è che ascoltando le ragioni addotte dai deputati che votavano a favore dell’”impeachment” si arrivava alla conclusione che Dilma doveva aver rubato tutto il possibile, dato che è una dittatrice doveva aver chiuso tutti i mezzi di comunicazione avversari, perseguitato i rivali politici, complottato affinché nessuna famiglia brasiliana si mantenesse unita, firmato un patto con il diavolo e mangiato neonati a cena ogni sera. Alcuni, di fatto, non le hanno perdonato di essere sopravvissuta ai suoi torturatori durante la dittatura.

Il fatto è che la composizione del Congresso dovrebbe farci arrossire tutti, e dico tutti perché il congresso brasiliano non è diverso dai congressi che ha saputo darsi l’umanità tutta. Una banda di avari, fanatici, sordidi. Come deve stare male una società per vedersi rappresentata da gente con questa direzione, per non dire altro!

Nelle attuali istituzioni le élite sono sovrarappresentate, l’1% che gestisce il potere sulla Terra compone la maggioranza dei governi o vi inserisce le proprie marionette (che aspirano a far parte dell’1%).

Ne “I contrasti brasiliani”, nota pubblicata sulla rivista argentina Pagina 12, Emir Sader descriveva l’attuale congresso brasiliano come “il peggiore che il paese abbia avuto in democrazia”, e proseguiva con la sua descrizione: “controllato dalle lobby degli armamenti, delle religioni fondamentaliste, dell’agribusiness, dei piani sanitari privati, dei media privati, dell’istruzione privata”.

Gli interessi dei privati da un lato e i privati degli interessi dall’altro che difendono la democrazia nelle strade di tutte le grandi città del Brasile. Centinaia di migliaia circondavano il Congresso a Brasilia e molte altre centinaia di migliaia inondavano la domenica di responsabilità civica.

Perché nonostante la politica si sia occupata di spostare le classi popolari dal suo seno e la democrazia si sia trasformata nell’imposizione, senza necessità di armi, delle élite, la classe lavoratrice ha reagito davanti a questo affronto. Sono quelli che hanno votato per Dilma poco più di un anno e mezzo fa, che avevano visto come possibile recuperare la dignità ed emergere dalla miseria, che hanno riconosciuto in Lula e in Dilma il primo governo, dopo molto tempo, che era come loro, che sentiva come loro, che vegliava su di loro.

Può non essere troppo, quando si aspira a un mondo veramente umano dove siano abolite le disuguaglianze e si affronti la violenza in profondità. Ma ho chiaro che se è finita, tra le altre cose, è perché dall’altra parte si articola e resiste l’antiumanesimo, che dilaga sul pianeta e che è riuscito a sgonfiare in NostrAmerica i processi di emancipazione.

Questo popolo che si è svegliato e ha riempito le strade di Copacabana, l’Avenida Paulista, le spiagge di Bahia, deve organizzarsi, deve trovare una strada per combattere la mancanza di democrazia reale, l’assenza di rappresentanza delle donne, dei neri, delle classi lavoratrici, delle minoranze sessuali, dei contadini, di coloro che credono nella laicità e nel pubblico. Devono scaternarsi di nuovo, non dare tregua, non mollare l’intenzione di fermare la demoralizzazione, e devono ribellarsi allo stabilito.

E’ questo percorso di lotta che deve elevare l’emergente, capace di occupare i luoghi di decisione e di sradicare le meschinità e la rapacità corporativista monopolista.

Riposa in pace, democrazia latinoamericana. Proprio lo stesso giorno in cui nasceva l’@unasur. Quanta tristezza!

Che l’impotenza si trasformi in ribellione

  • Mariano Quiroga (@MaruchoQuiroga) 18 aprile 2016

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

Categorie: Opinioni, Politica, Sud America
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