Tanzania: requiem per la democrazia?

23.03.2016 - Leopoldo Salmaso

Tanzania: requiem per la democrazia?

La politica tanzaniana sta attraversando il suo periodo peggiore dai tempi fulgidi dell’indipendenza ottenuta pacificamente da Nyerere (1961). Lui, il Maestro e Padre della Patria, guidò la nazione per 24 anni con l’unico Partito della Rivoluzione (CCM) e poi si ritirò preparando la strada al multipartitismo che entrò in vigore con le elezioni del 1995. Nyerere aveva sostenuto con la regina Elisabetta che il suo CCM, grazie a un autentico pluralismo interno, garantiva ai tanzaniani più democrazia di quanta non ne garantisse il bipartitismo al popolo inglese. Forse allora. Di certo il CCM è degenerato al punto che ora la gente storpia la sigla in “Arraffa Subito la Tua Parte”, e la prevaricazione sugli altri partiti è sempre più degenerata con intimidazioni estese e violenze, fino a uccisioni molto sospette.

Il culmine si è raggiunto con le ultime elezioni politiche (ottobre 2015), dove il CCM ha vinto sulla terraferma con brogli e violenze, ma è stato costretto ad annullare le elezioni nelle isole (Zanzibar e Pemba), dove il principale avversario (CUF) aveva fornito prove di brogli e violenze simili.

Domenica scorsa si sono ripetute le elezioni a Zanzibar, dove gli Zombi e i Ninja (così vengono chiamate le bande che tutti collegano al CCM) avevano moltiplicato le violenze e le intimidazioni e dove i brogli non sono stati necessari per la semplice ragione che il CUF non aveva visto alternativa se non boicottare il voto. La situazione era anche peggiore a Pemba, tradizionale roccaforte del CUF, dove una poderosa militarizzazione aveva intimidito forse anche più delle bande irregolari. La polizia continua a negare che esistano bande organizzate e invita i cittadini a fare denunce circostanziate, ma sono pochi quelli che osano parlare con qualche reporter ritenuto affidabile e solo sotto pseudonimi.

Il culmine della tensione si è raggiunto sabato pomeriggio, quando un gran numero di agenzie di stampa e di difesa dei diritti umani ha lanciato appelli congiunti denunciando la scomparsa della giornalista Salma Said, reporter del giornale Mwananchi (Il Cittadino) e corrispondente per la Deutsche Welle, nonché moglie di Ali Salim Khamis, deputato del CUF dal 2005. Il Coordinatore della THRD (Coalizione Tanzaniana per la Difesa dei Diritti Civili) ha dichiarato che Salma era stata fatta rientrare da Zanzibar per aver ricevuto ripetute minacce a causa dei suoi articoli e che era stata sequestrata da ignoti mentre si dirigeva verso i taxi all’uscita dall’aeroporto di Dar es Salaam.

Domenica mattina, verso le 11,30, Salma è riapparsa e ha dichiarato di essere stata rilasciata con gli occhi bendati dopo essere stata sequestrata, rinchiusa in una stanza poco lontano, ripetutamente picchiata e presa a calci da uomini incappucciati, fino a essere stremata e respirare a fatica. “Uscivano e poco dopo rientravano per cominciare daccapo. Avevo male dappertutto, ma dovevo restare calma e fare quello che volevano”. Ha aggiunto che i suoi sequestratori non parlavano quasi mai, se non per dirle che non doveva scrivere sulle elezioni a Zanzibar. “Quando mi hanno liberata mi trascinavo a fatica per il dolore, finché una donna mi ha vista e mi ha aiutata a prendere un taxi fino a un ospedale”.

Va detto che, al momento di scrivere questo articolo (mercoledì mattina), molti particolari della vicenda non collimano e non si può non rilevare una sproporzione fra il clamore subito sollevato sabato pomeriggio e la pochezza dei riscontri oggettivi, soprattutto sul ritrovamento della giornalista e da parte dell’ospedale…

Comunque sia, il Presidente Magufuli, eletto lo scorso ottobre grazie ai voti del CCM, ma anche a dispetto delle sue manovre, ha davanti a sé delle sfide forse più ardue di quelle che dovette affrontare Nyerere nel 1961, perché allora i termini della questione erano relativamente semplici, almeno in termini di “amici e nemici”. Per Magufuli, invece, vale più che mai l’invocazione “dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.

Categorie: Africa, Opinioni, Politica
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