Siamo tutti profughi

03.10.2015 - Sasha Volkoff

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Tedesco, Portoghese, Greco

Siamo tutti profughi

In fondo siamo tutti profughi che cercano di tornare a un mitico paradiso perduto originale. Se insisteremo, muri, barriere e inganni non riusciranno a fermare il nostro cammino.

 

Il 2015 si sta rivelando un anno particolarmente complicato per l’Europa; dal 2007, inizio della “crisi” economica negli Stati Uniti, le difficoltà sono cominciate in tutto il mondo, ma quest’anno abbiamo vissuto un primo semestre segnato dalla tragedia greca. Se non fosse per la dure privazioni subite dai greci, sarebbe un’opera del teatro dell’assurdo, con il ricatto imposto al governo di Syriza da parte degli spietati membri della Troika. A questo punto c’è poco da aggiungere a ciò che tutto il mondo ha visto; da un paio di mesi il tema non ha più una portata mondiale e io ho la sensazione che il comportamento dei governi europei sia stato a metà tra i personaggi surrealisti di Fellini e i capi mafiosi di Francis Ford Coppola. Neanche Mastroianni e Brando avrebbero potuto fare di meglio.

Se qualcuno credeva che con la riluttante accettazione da parte di Tsipras del Memorandum della Troika si fossero concluse le grandi turbolenze, si sbagliava di grosso: è cominciato infatti il dramma dei profughi provenienti dalla Siria e da altri paesi. Di nuovo riunioni su riunioni europee del massimo livello e di nuovo – con il permesso dei poveri profughi – un comportamento dei governi che va dal “Re nudo” di  Andersen, nel migliore dei casi, al personaggio di Eli Wallach nei “Magnifici sette”, un miscuglio tra l’idiota convinto di conservare le apparenze e il miserabile senza scrupoli disposto a tutto pur di ottenere quello che vuole.

Credo si sia spiegato a sufficienza che la gente fugge dalla Siria perché là c’è una guerra e che questa guerra, iniziata poco più di quattro anni fa, è stata fomentata fin dall’inizio dalla Nato. Dunque paesi come l’Ungheria e la Croazia hanno contribuito a fomentare una guerra in Siria e ora si rifiutano di accogliere o almeno aiutare chi ne è stato danneggiato. Certo, né l’Ungheria né la Croazia hanno preso l’iniziativa di sostenere i ribelli siriani, ma esse, insieme ad altri paesi come la Spagna, la Francia, la Germania e molti altri, fanno parte di una struttura militare capeggiata dagli Stati Uniti che ha appoggiato attivamente, con armi e bombardamenti, chi ha preso le armi contro il governo di Al Assad.

Pertanto i governi europei non possono sottrarsi alle loro responsabilità al riguardo. Qualsiasi paese ha il dovere di aiutare come può i profughi e di fatto i paesi periferici si fanno carico da anni dai rifugiati in fuga dalle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, solo per menzionare i maggiori conflitti.  Nessuno tuttavia  riconosce con un pubblico ringraziamento l’impegno di nazioni dotate di meno risorse di quelle europee, che a causa della loro partecipazione alla Nato hanno una responsabilità maggiore.

Chi è un rifugiato? Non c’è un’unica risposta a questa domanda. Quella dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’organismo mondiale più grande specializzato in questo tema, sarebbe la definizione “ufficiale”, ma nell’edizione spagnola di Wikipedia ne troviamo una che la maggior parte delle persone troverebbe adeguata: “L’asilo umanitario è la pratica di certe nazioni di accettare nel proprio territorio  migranti che si sono visti obbligati ad abbandonare il loro paese di origine a causa del pericolo che correvano per motivi razziali o religiosi, per guerre civili o catastrofi naturali, ecc. I profughi sono costretti a fuggire perché il governo del paese non fornisce loro una protezione sufficiente.”

Nel nostro caso e dando una definizione più ampia, diremmo che un rifugiato è una persona che lascia il suo paese o la sua regione perché là ha il futuro chiuso e decide di provare ad aprirlo in un altro luogo. Secondo questo criterio la maggioranza degli attuali migranti si possono considerare profughi, giacché non se ne vanno per piacere, ma per obbligo.

Nel caso della mia famiglia, i miei bisnonni hanno deciso di lasciare la Russia all’inizio della guerra civile, poco dopo la rivoluzione bolscevica del 1917. I miei nonni, nati in Russia, sono cresciuti muovendosi tra vari  paesi europei o in paesi legati all’Europa. Così mia madre è nata in Serbia e mio padre in Libano, sebbene siano poi cresciuti in Germania e in Austria. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, verso il 1950, i miei nonni hanno deciso di emigrare in Argentina, con i miei genitori ancora piccoli. Io sono nato in Argentina e da una ventina d’anni mi sono trasferito in Europa. Qui, per la precisione a Barcellona, ho avuto una figlia che per la quarta generazione consecutiva nasceva in un paese diverso. Sia i miei nonni che i miei genitori ai loro tempi sono stati considerati profughi dall’ACNUR (di fatto questa organizzazione è nata per  dare risposta alla crisi migratoria posteriore alla seconda guerra mondiale) e sono stati accolti senza problemi dalla Repubblica Argentina. Insomma, io vengo da una famiglia di rifugiati che hanno ricevuto un’ottima accoglienza da parte del paese dove si sono trasferiti.

Sebbene per migliaia di anni ci siano state grandi migrazioni, con nazioni intere che si spostavano da un punto del pianeta a un altro molto distante, in cui poi fondavano nuove comunità, nel XX secolo le migrazioni che coprivano grandi distanze hanno cominciato a diventare un fenomeno più frequente. Grazie ai progressi nei trasporti, dalla fine del Novecento e a partire dal 2000, muoversi per il pianeta è diventato relativamente facile. Se aggiungiamo a questo l’avanzata della globalizzazione economica e delle telecomunicazioni, l’aumento delle migrazioni è la cosa più logica e prevedibile. I governi hanno risposto a questo fenomeno crescente ponendo maggiori ostacoli alle frontiere (con l’eccezione dell’accordo di Schengen tra alcuni paesi europei, che in questo momento è in discussione). Così, mentre si facilita la circolazione del denaro per il pianeta, a vantaggio di chi ne possiede o può gestirne molto, aumentano le difficoltà per il movimento delle persone.

Oggi il grande dramma migratorio riguarda il sud-est dell’Europa. Contrariamente a quello che si può supporre, i rifugiati possono entrare con relativa facilità in Europa dalla Turchia, ma nei paesi dell’est a nord della Grecia le cose cominciano a complicarsi. L’Ungheria ha capeggiato questa ondata di rifiuto dei migranti, assecondata in modo meno esagerato ma ugualmente fermo dalla Croazia o dalla Slovenia; questi  tre paesi rappresentano il punto di passaggio verso mete agognate come la Germania e in misura minore l’Austria e la Scandinavia.

Contrariamente a ciò che è successo con la crisi politica europea in Grecia, questa volta la Germania non ha capeggiato i falchi, ma ha adottato una posizione abbastanza ragionevole. E’ chiaro che tale posizione deriva dalla necessità di mano d’opera straniera, che i profughi dell’attuale ondata potrebbero soddisfare molto bene, visto che tra loro ci sono molti professionisti qualificati. Anche così però dobbiamo ringraziare il fatto che per una volta “Frau” Merkel non si sia comportata da cancelliera di ferro. In ogni caso, se i profughi arrivassero in massa sulle coste spagnole, il paese si comporterebbe di sicuro come l’isterico presidente ungherese János Áder e la stessa cosa succederebbe con molti paesi europei dell’est e dell’ovest.

Il problema dei rifugiati siriani – a questo punto bisogna sottolineare il fatto che, se per gli europei si tratta di un problema, è difficile immaginare come lo stanno vivendo le povere vittime alla ricerca di un luogo dove sistemarsi – è attuale, ma purtroppo la risposta dei governi è antica.  Al tradizionale rifiuto dello straniero, tipico delle epoche più oscure della storia umana e oggi ancora presente in molte persone in  Europa e non solo, si unisce l’enorme distanza nella qualità della vita tra i paesi ricchi e quelli poveri. Negli ultimi trent’anni questa distanza si è ingigantita a causa delle politiche neo-liberiste applicate in quasi tutto il mondo.  Uno dei risultati di queste politiche è l’aumento della disoccupazione – esacerbato in paesi come la Spagna –  senza che si vedano soluzioni immediate. Con la crisi iniziata nel 2007 la disoccupazione è cresciuta in modo inversamente proporzionale al peggioramento del livello di vita e così il rifiuto del “concorrente” è maggiore in certe fasce della popolazione. E’ la classica guerra tra poveri, alimentata dai mezzi di comunicazione al servizio dei grandi capitali, che una volta ancora sono gli unici a trarne vantaggio, con il loro tipico sguardo a breve termine.

A questo punto, mentre penso a un finale adeguato per l’articolo, mi rendo conto che la risposta data dalla maggioranza dei governi della civile Europa è stata di un’indegnità tale che non ci sono parole per definirla. Il solo fatto di doverne scrivere già dimostra il clamoroso fallimento della supposta civiltà europea, che ha preteso di imporsi come modello al resto del mondo. Esiste ancora qualcuno in questo piccolo pianeta che non si rende conto che stiamo parlando di persone? Persone che sono nate, hanno avuto un’infanzia, sono cresciute come potevano, con sofferenze ma anche con allegria, che a volte si comportano in modo sbagliato, ma nutrono anche grandi sogni e aspirano alla felicità come tutti noi. Come abbiamo potuto credere che la felicità di alcuni si opponga a quella di altri? Non finiremo mai di crescere?

A questo punto non ci resta che fare appello alla parte migliore dell’essere umano, che nei momenti più oscuri lo ha salvato dal disastro totale, a quell’empatia con l’altro chiamata in vari momenti della storia  fratellanza, solidarietà o cameratismo. Non importa il nome che le diamo: quando le persone sono capaci di riconoscersi negli altri, tutte le barriere si rompono.  I “concorrenti” non sono più tali, se appena possono le persone aprono le loro case e mettono il meglio di sé per aiutare chi ne ha bisogno. Oggi sono i profughi, domani potranno essere altri, o magari noi stessi…

Sta già succedendo. Nell’attuale crisi dei rifugiati, mentre alcuni costruiscono muri, altri aprono le porte e i cuori. Il trionfo provvisorio sembra appartenere ai primi, ma alla fine vincono sempre gli altri, quelli che sono aiutati da qualcosa di più grande, qualcosa che ci supera come individui, ci spinge dal passato e ci risucchia verso il futuro. E questo ci umanizza, ci fa crescere internamente e ci rende persone migliori.

Quando, vari mesi fa, un attacco criminale ha ucciso vari giornalisti, molti hanno detto: “Je suis Charlie”. Oggi possiamo dire: “Io sono un profugo”, “Siamo tutti profughi.” Anche se sembriamo diversi, non lasciamoci ingannare dalle apparenze. Siamo un unico cuore che batte allo stesso ritmo.

 

Categorie: Diritti Umani, Europa, Internazionale, Opinioni, Politica
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