di Eduardo Gudynas

Sta lentamente diventando evidente che l’attuale estrattivismo [l’economia basata sull’estrazione e l’esportazione delle risorse naturali come petrolio, gas e minerali] sta avanzando in un contesto di violenza crescente. Non è un’esagerazione: forme distinte di violenza vengono impiegate per imporre e proteggere l’estrattivismo, una situazione in cui si trova sempre più di frequente intrappolata anche la mobilitazione popolare.

Questo esito non dovrebbe sorprenderci. Sappiamo che l’avanzata dell’estrattivismo tramite imprese come i megaprogetti di miniere a cielo aperto, lo sfruttamento del petrolio in Amazzonia, o le monocolture, ha avuto enormi impatti sociali, economici, territoriali e ambientali.

Questi effetti sono di portata così grande che molte comunità locali si stanno opponendo a questo tipo di sfruttamento delle risorse naturali, il che a sua volta obbliga i promotori di queste industrie, siano essi grandi aziende o governi, a usare ancora maggiore pressione per essere in grado di imporle. In alcuni casi il risultato è violenza di bassa intensità, anche se persistente, che avviene facendo tacere i leader popolari, lanciando campagne per screditare i gruppi sociali, o criminalizzando le loro mobilitazioni.

In altri casi, i livelli di violenza raggiungono una maggiore intensità. Questo accade quando i promotori dell’estrattivismo chiedono alla polizia o ai militari di reprimere la mobilitazione popolare, lasciandosi dietro una scia di danni e di morte. Uno degli esempi più noti è il Perù, dove, durante il governo di Ollanta Humala, sono già morte 60 persone in conflitti sociali (i tre più recenti sono stati causati da proteste contro il progetto minerario di Tia Maria che ha portato alla dichiarazione di uno stato di assedio in quella regione nel maggio 2015). In altri casi si usano sicari per uccidere i leader locali, come è successo in Colombia e in Brasile.

Questi tipi di casi sono ben noti in quasi tutti i paesi Latinoamericani, ma si vanno aggiungendo altre situazioni più complesse e in gran parte paradossali. Poiché molti di coloro che sono coinvolti, come analisti, imprenditori, e specialmente governi, hanno insistito così tanto per diffondere il mito dell’estrattivismo come fonte di enorme ricchezza economica e di benessere, ci sono ampi settori che vi hanno creduto. Tra coloro che si sono convinti, ci sono quelli che hanno abbandonato le loro attività rurali per dedicarsi all’attività mineraria, comunità che hanno fatto trattati con le società petrolifere, o famiglie di agricoltori che si sono indebitate per comprare la nuova tecnologia della soia. Alcuni di loro sono riusciti a incrementare i loro redditi nei momenti in cui i prezzi delle materie prime erano alti.

Questo ha però contribuito a fomentare un altro tipo di violenza in cui alcuni gruppi ne affrontano altri, per accedere, per esempio, a un giacimento minerario. In questo modo si sono create situazioni complicate, in cui i membri di una comunità si scontrano tra di loro: quelli che vogliono più attività mineraria contro coloro che la rifiutano, o minatori che invadono i siti di altri minatori. E poi, oltre a tutto questo, ci sono azioni da parte della polizia o dalle forze private di sicurezza collegate alle grosse aziende. Tra gli esempi emblematici ci sono i terribili conflitti tra i gruppi locali attorno alla miniera di Malku Khota, o la battaglia per il controllo del giacimento aurifero di Arcopongo, entrambi in Bolivia.

Come se tutto questo non bastasse, continuano ad aggiungersi altri sviluppi. Il crollo dei prezzi delle materie prime ha fatto sì che molti si svegliassero dalle loro fantasie economiche e, appena l’ombra della povertà è ritornata, alcuni hanno trasferito le loro proteste nelle strade, mobilitandosi e chiedendo che i governi li compensino in qualche modo prima che cadano i mercati globali. Chiedono di mantenere le promesse di ricchezza e di benessere che erano state fatte loro, e talvolta ricorrono alla violenza. I governi, a loro volta, reagiscono come hanno fatto quasi sempre, rispondendo anche violentemente alla loro maniera. Questo è ciò che sta accadendo proprio adesso in Bolivia, con la mobilitazione di gruppi di cittadini e di minatori appartenenti alle cooperative che vanno da Potosì alla capitale La Paz, che ha come conseguenza varie schermaglie con la polizia. È accaduto di recente in Perù, con le mobilitazioni di minatori che estraggono oro in maniera informale o illegale in Amazzonia. In ogni situazione ci troviamo davanti a una specie di estrattivismo popolare che chiede al governo o di incrementare l’estrattivismo o di dare risarcimenti economici diretti.

Tutte queste situazioni dimostrano, in modi diversi, come l’estrattivismo produca e inasprisca la violenza. Lo Stato ha ripetutamente usato l’estrattivismo per imporre progetti che, se fossero state eseguite seriamente le analisi ambientali richieste, o se si fosse consultata la popolazione, o se si fossero calcolati i costi economici reali, non sarebbero stati mai approvati. Ci sono delle comunità che hanno resistito a questa spinta nel modo migliore che potevano, hanno patito la violenza e vivono un’esistenza quotidiana di “politiche” che prediligono la violenza. A causa di queste, anche le comunità hanno fatto ricorso alla violenza, forse perché sono state messe in un angolo, oppure perché quello è il tipo di politiche che hanno visto per decenni. Nella misura in cui più persone ora vogliono più estrattivismo, la spinta verso la violenza è diventata più potente.

La parte con la responsabilità primaria davanti a queste situazioni non sono i movimenti sociali, ma lo Stato. Questo, tuttavia, ha insistito nel presentare l’estrattivismo come una forma sicura di crescita economica e di riduzione della povertà, come attività con impatti minori e vantaggi sicuri, disprezzando coloro che alzano la voce per allarmare. Lo Stato ha seminato l’estrattivismo, e lo ha fatto intensamente e per molti anni, ricorrendo ripetutamente alla violenza. E a causa di questo ora raccoglie violenza: o la sua propria, dovuta alle sue limitazioni in termini di problemi che vanno dalla garanzia dei diritti umani, al dispiegamento riprovevole della sue forze di sicurezza, o anche quella di altri, sia per opporsi all’estrattivismo, o per desiderarne ancora di più.

Tutto questo chiarisce che l’estrattivismo di oggi è inseparabile da queste dinamiche violente. Non esiste l’estrattivismo neutrale o inoffensivo. Si tratta di progetti immersi o in una violenza diffusa o estremamente focalizzata, che va dal disturbare le ONG, o talvolta, alle dimostrazioni di tutta la forza di cui la polizia o l’esercito sono pervasi. La violenza è sempre presente, in un modo o nell’altro, e finisce per colpire soprattutto i più deboli, le comunità locali, specialmente i piccoli coltivatori diretti e i gruppi indigeni. Non c’è motivo di nascondere questi legami; al contrario, riconoscere questa relazione stretta è indispensabile per pensare a una qualche alternativa. Smantellare la spirale di violenza è possibile soltanto iniziando un serio processo di transizione per uscire dalla dipendenza dall’estrattivismo.

 

Nella foto: un’immagine delle proteste contro il progetto minerario Tia Maria. Sullo striscione c’è scritto: No a Tia Maria! La valle del Tambo non si vende, si difende. L’acqua vale più dell’oro. Proteggiamo la natura, la flora e la fauna dalla contaminazione.

Traduzione di Danica Jorden

 

Eduardo Gudynas, uno dei più autorevoli analisti e attivisti dell’ambiente, è ricercatore presso il Centro Latino Americano per l’Ecologia Sociale (CLAES).

Danica Jorden è una scrittrice e traduttrice dallo spagnolo, dal francese, dal portoghese e dall’italiano.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/sow-extractivism-reap-violence

Originale: Alainet.org

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

L’articolo originale può essere letto qui