L’economia secondo Piketty. Quando il capitale ci fa del male

01.12.2014 - Damiano Mazzotti

L’economia secondo Piketty. Quando il capitale ci fa del male
(Foto di Sue Gardner)

 

 

“Il capitale nel XXI secolo” è un saggio economico e storico di Thomas Piketty, che distilla quindici anni di ricerche e collaborazioni relative “alla dinamica storica dei redditi e dei patrimoni” in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone (Bompiani, 2014, 928 pagine, euro 22).

 

Lo studio più approfondito risulta quello relativo alla Francia, grazie ai dati molto precisi disponibili fino dal 1790. La tesi principale del libro è molto lineare: “Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche”.

Lo studio prende in esame due fonti storiche che spiegano la “dinamica della distribuzione delle ricchezze: la prima riguarda i redditi e la disuguaglianza della loro distribuzione; la seconda riguarda i patrimoni, la loro distribuzione e il rapporto tra patrimoni e redditi” (p. 35). E “la storia dei redditi e dei patrimoni è sempre una storia profondamente politica, quindi caotica e imprevedibile. Essa dipende da come ciascuna società concepisce le disuguaglianze” (p. 63). E dipende anche dalla frequenza e dall’intensità delle guerre e delle crisi finanziarie (gli esempi della Germania, del Regno Unito e anche dell’Italia sono molto indicativi). Però con un probabile calo della crescita economica e demografica nei prossimi anni, e grazie alla trasmissione ereditaria dei patrimoni, la disuguaglianza diventerà sempre più elevata in quasi tutti i paesi.

Comunque l’aumento degli anni di istruzione del cittadino medio e il conseguente “processo di diffusione delle conoscenze e delle competenze, è l’elemento cruciale, il meccanismo che consente al tempo stesso la crescita generale della produttività e la riduzione delle disuguaglianze sia all’interno di ciascun paese sia a livello mondiale” (come dimostra il caso della Cina). La Svezia è uno dei paesi dove le disuguaglianze sono più basse, grazie ai grandi investimenti nella formazione e alle scelte politiche socialdemocratiche (il coefficiente ideato da Corrado Gini risulta circa 0,20).

Del resto il mondo dovrebbe essere “entrato in una fase di convergenza tra paesi ricchi e paesi poveri” nei livelli di potere d’acquisto e di benessere (e malessere), anche se “i paesi ricchi sono ricchi due volte, sia in quanto a prodotto interno sia in quanto a capitale investito all’estero, il che consente loro di disporre di un reddito nazionale superiore al prodotto”, di solito intorno al 2 per cento, un reddito extra non trascurabile che può dare origine a rendimenti significativi (p. 111). In Cina i salari sono in rialzo, ma in paesi come l’India e il Messico, con alti tassi di natalità, i salari sono quasi fermi da molti anni. Forse l’India sarà la nazione più popolata del mondo già nel 2030.

D’altra parte secondo Piketty la crisi finanziaria del 2008 è stata determinata solo in parte dall’esagerato aumento delle disuguaglianze americane, mentre sono stati più importanti “la bassa crescita strutturale del rapporto capitale/reddito (soprattutto in Europa)” e l’enorme “espansione degli investimenti finanziari internazionali lordi” (p. 456). Inoltre le grandi disuguaglianze americane sono state più incrementate dall’avvento dei “superdirigenti”, rispetto alla casta di “superstar” (la minoranza dell’1 per cento dei grandi imprenditori o delle celebrità dello sport e dello spettacolo). Le spese del loro stile di vita superano di cento volte il reddito nazionale medio.

In definitiva si tratta di un libro meticoloso, meditato e molto documentato. Tuttavia Piketty è umile e ammette che ha beneficiato dei vantaggi dell’evoluzione informatica: “oggi, studiare la storia della distribuzione delle ricchezze è molto più facile che nel passato. Il libro rispecchia in gran parte l’evoluzione delle condizioni di lavoro del ricercatore” (p. 42).

 

Thomas Piketty è un economista francese specializzato nello studio delle diseguaglianze. Per approfondimenti: http://piketty.pse.ens.fr/en. Il suo lavoro è ispirato da questa considerazione: le distinzioni sociali devono fondarsi sull’utilità comune (Dichiarazione dei diritti dell’uomo, 1789).

 

Nota Pikettiana – “Essere economisti universitari in Francia ha un grande vantaggio: gli economisti sono considerati relativamente poco importanti sia dal mondo intellettuale e accademico, sia dalle élite politiche e finanziarie. Il che obbliga gli economisti a rinunciare alla loro diffidenza per le altre discipline e alla loro assurda presunzione di un rigore scientifico superiore, anche in considerazione del fatto che, chi più chi meno, non sanno un bel niente di niente” (p. 59). Nel migliore dei casi conoscono molto bene una piccola nicchia teorica che può spiegare come funziona una piccolissima fetta della realtà.

Nota manageriale – Gli alti stipendi di molti dirigenti delle multinazionali dipendono quasi sempre dal fatto “che sono gli stessi alti dirigenti in larga misura a fissare le proprie retribuzioni, a volte senza alcun contegno, e spesso senza un chiaro rapporto con la produttività individuale, molto difficile da stimare nell’ambito di aziende di grandi dimensioni” (p. 48). D’altra parte “una quota di quello che chiamiamo “reddito da capitale” corrisponde a volte, almeno in parte, a una retribuzione da lavoro “imprenditoriale”, e dovrebbe quindi essere valutata come le altre forme di lavoro” (p. 70). Naturalmente per chi possiede solo la facoltà di lavorare, “è difficile accettare che i detentori del capitale – che lo sono a volte per motivi ereditari, almeno in parte – possano appropriarsi di una quota significativa delle ricchezze prodotte senza lavorare” (in genere la quota varia dal 25 al 75 per cento della ricchezza prodotta).

Nota storica – Intorno al 1910 in tutti i paesi studiati il dieci per cento più ricco deteneva il 90 per cento del patrimonio nazionale e l’1 per cento dei più ricchi ne deteneva più del 50 per cento. In alcuni paesi come la Francia “l’1 per cento delle professioni meglio pagate consente un tenore di vita dieci volte superiore a quello popolare o cinque volte il reddito medio” (nota a p. 634).

Nota sui redditi da capitale – La proprietà del capitale è molto concentrata in tutti i paesi e “la disuguaglianza dei patrimoni – e dei redditi da capitale che ne derivano – è sempre molto più accentuata della disuguaglianza dei salari e dei redditi da lavoro” (p. 69).

Nota sull’inflazione – Oggi in Europa “ci troviamo in una situazione paradossale: il paese che nel XX secolo ha più massicciamente utilizzato l’inflazione per liberarsi dai debiti, vale a dire la Germania, non vuole sentir parlare di un rialzo dei prezzi superiore al 2 per cento annuo” (p. 218). Una certa dose di inflazione può rappresentare una tassa positiva sulla ricchezza non investita e un tasso di inflazione intorno al 2 per cento “non costituisce assolutamente un ostacolo al fatto che i patrimoni più importanti ottengano rendimenti reali molto alti”(p. 704). Uno studio molto trasparente sui patrimoni gestiti dalle università americane dimostra che le rendite derivanti dai grandi patrimoni si aggirano tra il 6 e il 10 per cento (il periodo esaminato va dal 1980 al 2012).

Nota parigina – “Durante la belle époche l’1 per cento degli ereditieri parigini più ricchi dispone di un patrimonio che gli consente di finanziare un tenore di vita ottanta-cento volte superiore a quello consentito dal salario medio dell’epoca, reinvestendo una piccola parte della rendita in modo da aumentare il livello del patrimonio ricevuto” (p. 569). Oggigiorno la Francia ospita la maggior parte dei plurimilionari più ricchi a livello europeo (fonte Crédit Suisse, nota a p. 677). La Francia si classifica al terzo posto nel mondo, dopo Stati Uniti e Giappone (segue il Regno Unito).

Nota petrolifera – A livello teorico, “la rendita petrolifera può, in una certa misura, permettere davvero di comprare il resto del pianeta, e di vivere poi con le rendite del capitale via via incamerato (p. 718). Il capitale funziona con la stessa logica in diverse forme geografiche e storiche: “terriero, petrolifero, finanziario, professionale, immobiliare”.

Nota americana – In genere gli abitanti degli Stati Uniti sopportano dei livelli di disuguaglianza estremi, poiché per quasi “il 50 per cento degli americani meno pagati, queste disuguaglianze passano in secondo piano, per la semplice ragione che quel 50 per cento è nato in un paese meno ricco e si colloca su una linea nettamente ascendente” (p. 858). Nel 2012 il patrimonio medio dei 535 membri del Congresso americano ha superato i 15 milioni di dollari (nota a p. 812).

Nota socialdemocratica – I profitti dovrebbero finanziare soprattutto gli investimenti e non il tenore di vita degli azionisti: “I profitti di oggi sono gli investimenti di domani e l’occupazione di dopodomani” (Helmut Schmidt, cancelliere tedesco dal 1974 al 1982).

Nota sul debito pubblico – Oggi quasi tutti i paesi europei pagano “molti più interessi sul debito pubblico”, rispetto a quanto investono nell’istruzione. Il debito sta costando troppo caro alle finanze pubbliche e “occorre ridurre al più presto il debito: idealmente, mediante un prelievo progressivo e eccezionale sul capitale privato, al riparo dell’inflazione. Anche se sono decisioni che devono essere prese da un Parlamento sovrano, dopo un regolare dibattito democratico”. In Italia dal 1970 al 2010 “il carico medio degli interessi sul debito raggiunge il livello astronomico di 7 punti di Pil” (nota a p. 910).

Categorie: Economia, Europa, Nord America
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