Armi nucleari: perché ce ne importa?

07.12.2014 - Tony Robinson

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Armi nucleari: perché ce ne importa?
(Foto di ICAN Austria)

La sessione d’apertura del Forum della Società Civile organizzato dall’ICAN (International Campaign against Nuclear Weapons – Campagna Internazionale contro le Armi Nucleari) con lo slogan “Il coraggio di bandire le armi nucleari” ha visto esperti di diversi campi affermare la necessità di eliminare queste armi dalla faccia della Terra.

Werner Kerschbaum della Croce Rossa Austriaca ha illustrato a grandi linee cosa succederebbe ai servizi di emergenza di Vienna se si verificasse un’esplosione nucleare lì. In toni molto cupi ha spiegato come una bomba distruggerebbe le apparecchiature e le forniture mediche, oltre ad uccidere una quota significativa del personale medico. Essendo un centro di riferimento per i servizi di tutta la nazione alpina, una bomba nella capitale annienterebbe le possibilità di assistenza in una porzione di territorio molto estesa.

In risposta al fatto che i servizi di emergenza non sarebbero capaci di far fronte a una situazione del genere, Kerschbaum ha affermato: “Come può non importarcene delle armi nucleari?”

Paul Walker di Green Cross International, ONG creata da Mikhail Gorbaciov alla fine della guerra fredda, ha descritto l’impatto di vari tipi di armi di distruzione di massa e la difficoltà di smaltirle. Ha spiegato come le armi chimiche siano state lanciate in terra e in mare, riportando i recenti casi di pescatori morti a causa delle esalazioni di iprite dopo aver recuperato dei missili impigliati nelle loro reti. Walker ha poi proseguito parlando dell’aumento del tasso di tumori, malformazioni e mortalità infantile come effetto dello svolgimento di test nucleari.

Infine, è stato spiegato che esiste materiale fissile sufficiente a produrre 100.000 armi in 32 Paesi.

Il dottor Ira Helfand dell’organizzazione International Physicians for the Prevention of Nuclear War ha presentato lo scenario di un’ipotetica guerra nucleare “limitata” tra soli due Paesi, con l’utilizzo di 100 armi ovvero lo 0,03% dell’arsenale nucleare mondiale.

Secondo il suo modello, questa guerra provocherebbe in tutto il pianeta un aumento della temperatura di 1,3 °C in 3 giorni. Per contestualizzare questo dato, basti pensare che il surriscaldamento globale è stato stimato a +0,6 °C nell’arco di vari decenni. Questo cambiamento causerebbe grandi scompensi nella produzione agricola: -17% per il riso, -10% per il mais, -39% per il grano. In Asia si verificherebbe un totale fallimento della raccolta del riso. Si stima che ciò porterebbe da 1 a 2 miliardi di persone a morire per fame.

In tutta onestà, questo intervento ha terrorizzato il pubblico, compreso chi scrive.

Descrivendo più nel dettaglio cosa succederebbe se una bomba venisse sganciata su New York, il dottor Helfand ha spiegato che:

  • Nel raggio di 3km una palla di fuoco raggiungerebbe la temperatura di 11 milioni di gradi centigradi in una frazione di secondo

  • Venti della velocità di 1.000 km/h interesserebbero un raggio di 6 km

  • Entro i 9 km le automobili si fonderebbero

  • Entro i 15 km venti di 300km/h distruggerebbero ogni edificio, lasciando dietro di loro solo le strutture in acciaio dei fabbricati

  • Nel raggio di 25 km il calore sarebbe talmente elevato che qualsiasi oggetto o sostanza infiammabile brucerebbe. Ne verrebbe fuori una gigantesca palla di fuoco, che ingloberebbe tutto ciò che resta.

Dopo un tale evento, non è ancora chiaro se il pianeta risulterebbe abitabile nell’intero Emisfero Nord o se qualcuno vorrebbe viverci ancora.

In seguito ho domandato al dottor Helfand cosa succederebbe in questa eventualità alle centrali nucleari in funzione e lui ha spiegato che questo non fa altro che peggiorare il problema, poiché le centrali verrebbero sicuramente distrutte. Inoltre, senza né personale né elettricità per raffreddare il combustibile nucleare, sarebbero sicuramente soggette a fusioni del nocciolo ed esplosioni, emettendo nell’aria una quantità molto maggiore di radiazioni rispetto a quelle prodotte dalla sola bomba.

L’ultimo relatore del panel è stato Greg Mello del Gruppo di studio Los Alamos dal New Mexico, Stati Uniti, sede di una gran parte dell’industria di armi nucleari. Mello ha denunciato che i passi in avanti verso il disarmo, dalla fine della guerra fredda ad oggi, sono stati davvero molto timidi: “Non è disarmo, se non cambi la tua strategia di base”.

Concludendo i lavori della sessione la moderatrice Susi Snyder, attivista di PAX (Olanda), ha cercato di distendere un po’ il clima dicendo ad ognuno di noi che è possibile arrivare alla messa al bando ed anche all’abolizione delle armi nucleari e che dopo ciò che abbiamo ascoltato non bisogna scoraggiarsi, ma anzi rincuorarsi che così tante persone sono qui, ne discutono e spingono incessantemente affinché queste armi diventino qualcosa che appartiene al passato.

Senza la positività contagiosa di Susi, sarebbe stato difficile continuare a seguire la sessione pomeridiana, che avrebbe sicuramente aumentato la sensazione di ansia dei partecipanti.

Gli organizzatori ci hanno assicurato che domani sentiremo molta più speranza!

Traduzione dall’inglese di Domenico Musella

Categorie: Europa, Pace e Disarmo
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