Israele drogata dall’occupazione: USA e UE i pusher

30.11.2014 - Redazione Italia

Israele drogata dall’occupazione: USA e UE i pusher
Gideon Levy e Moni Ovadia a #GiornataOnu

Di Daniela Patrucco

“Non c’è speranza che la società israeliana possa cambiare. Israele trae troppi benefici dall’occupazione. Purtroppo sono in preda a una cecità, un’apatia, un negazionismo troppo forti, e nessuno potrebbe uscire da questa situazione da solo. Un cambiamento in Israele ci potrà essere solo se sarà determinato dall’esterno e quando Israele e gli israeliani inizieranno a pagare, quando saranno puniti. E credetemi, per me non è facile dire questo”. Così Gideon Levy alla Giornata ONU di ieri 29 novembre a Lucca.

Organizzata da Pax Christi in collaborazione con Assopace Palestina e diverse altre associazioni e partecipata dalle decine di movimenti e associazioni attivi in Italia e in Palestina, la #giornataONU sostiene e difende i diritti del popolo palestinese, per il ripristino della legalità e la fine dell’occupazione da parte di Israele. I loro interventi saranno oggetto di un successivo articolo, insieme a quelli di Ray Dolphin – Barrier Specialist dell’OchaOpT di Gerusalemme – e di Luisa Morgantini – Presidente di AssoPace Palestina.

Occupazione, negoziati, conflitto e sicurezza. Il giornalista di Haaretz ha paragonato Israele a un soggetto malato, a una vera e propria tossicodipenza. “Israeli are occupation addicted” – ha spiegato Levy – e la responsabilità di questa “dipendenza” grava sulle spalle della comunità internazionale, in particolare di USA e UE che sostiene e finanzia l’occupazione. “Due i possibili atteggiamenti di fronte a un amico tossicodipendente – ha continuato Levy – il primo è procurargli la droga, così che ti amerà per sempre. L’altra strada è quella di cercare di riabilitarlo: ti odierà e penserà che gli sei nemico. Ma quale dei due atteggiamenti è di reale amicizia, quale è di reale aiuto?” “Obama è bloccato e l’Europa è bloccata dagli Usa, dio solo sa perchè”.

“L’Europa è fondamentalmente democratica e sebbene l’opinione pubblica sembri essere profondamente a favore della Palestina i governi continuano con la vecchia politica a sostegno di Israele”. Perchè questa dicotomia, gli ha chiesto Grazia Careccia che l’intervistava. “A questa domanda dovreste cercare voi di dare una risposta. Quando la Svezia ha riconosciuto lo Stato di Palestina gli USA hanno detto che è troppo presto. Dopo 47 anni di occupazione è troppo presto?”

Per spiegare quanto sia inappropriato parlare di conflitto israelo-palestinese, Levy si rifà all’occupazione dell’Algeria da parte della Francia. “Avete mai sentito parlare di conflitto franco-algerino? Quella era l’occupazione dell’Algeria da parte della Francia. E quando l’occupazione è terminata, è finito anche il conflitto.”

Un altro modo per confondere le idee, dice Levy, è sostenere che “il conflitto è molto molto complesso. Al contrario il conflitto non è affatto complicato, è invece molto semplice, con bianchi e neri molto chiari. Chi sostiene che è complesso in realtà non vuole trovare la soluzione.”

E infine, dice, è falso “parlare delle due parti come fossero in situazione simmetrica, senza rilevare che una delle due possiede tutte le più sofisticate armi al mondo e la parte occupata ha povere e primitive armi e una capacità molto limitata di resistere. Chi parla di simmetria parla anche di una guerra tra queste due parti, ma ciò non corrisponde a verità”.

L’Italia può essere considerata una nazione di religione cattolica, dice Levy “la sicurezza è invece la vera religione di Israele. Quando in USA o in UE si parla di sicurezza si parla della sicurezza israeliana. Quando 2200 civili palestinesi vengono uccisi a Gaza, la ragione della loro morte è la sicurezza di Israele. Mai, in ogni forum o negoziato, qualcuno parla della sicurezza della Palestina, che spesso viene negata, che in realtà è molto più a rischio di Israele… Quando si parla di disarmo si intende quello palestinese, quando si parla di armi nucleari ci si riferisce all’Iran, Israele non è mai messo in discussione. Israele deve fare i conti con la propria stessa esistenza mentre i palestinesi sembrano non essere per niente a rischio.”

Levy riconosce l’esistenza di una minaccia per Israele ma, dice “non dovremmo esagerare con la sicurezza. Il problema in realtà è la terra, di possesso di territorio. Questa è la reale minaccia per Israele. Non ha niente a che fare con la sicurezza perchè le colonie non solo non concorrono alla sicurezza ma sono un pericolo per Israele”.
Moni Ovadia, intervenuto a sua volta, ha dato la sua risposta alla questione sollevata da Levy.

“In Europa su questa questione siamo tenuti sotto ricatto violentissimo attraverso l’uso ideologico della Shoah. Come tu apri la bocca… per denunciare le azioni di un governo o dell’autorità militare israeliana nessuno ti risponde, da noi non si argomenta… parte subito l’insulto o la maledizione. Io che vengo da una famiglia ebraica vengo immediatamente accusato di essere nemico del popolo ebraico, antisemita, ebreo che odia se stesso… ma nessuno mai risponde alle mie argomentazioni. All’interno delle comunità ebraiche, in Italia in particolare, c’è una sorta di psicopatologia per cui non si deve parlare di certe cose… e se proponi confronti in tv sulla questione la gente scappa… ma in politica per essere accreditati nel salotto buono della politica internazionale bisogna essere amici di Israele. Quando i nostri politici escono dal campo di Auschwitz non dicono mi sento ebreo, dicono mi sento israeliano… devono provare ad ogni dichiarazione la loro lealtà all’esecutivo israeliano. Potrebbero dire sono grande amico del popolo di Israele e degli israeliani e per questo critico Netanyahu, per esempio”.

Sicurezza, linguaggio e disumanizzazione. Lo stesso Levy si è soffermato a lungo sul linguaggio in relazione all’atteggiamento dei media israeliani, con qualche esempio che testimonia di come i media si arruolino al servizio della propaganda e dell’occupazione.

“Nei primi cinque o dieci anni di occupazione i “territori occupati” erano chiamati “territori liberati” e chi non si adeguava era accusato di tradimento.

Quando i tank israeliani entrano nei campi profughi in Cisgiordania o a Gaza e distruggono ogni cosa, questo è “mantenimento dell’ordine” ma se un bambino si permette di tirare anche una sola pietra questa è una “violazione della legge”.

Quando Abbas chiede assistenza all’Onu è “violazione dello status quo”, quando Israele costruisce l’ennesimo insedimanento (illegale) questo è “mantenimento dello status quo”.

Quando due palestinesi entrano in una colonia e uccidono coloni sono “terroristi”, quando un elicottero vola su Gerusalemme o Gaza e il suo pilota sgancia un missile o una bomba e uccide decine di civili, questa è “legittima difesa”.

Chiunque sostenga l’occupazione, i crimini, la brutalità è “pro-Israele”… chiunque sia contro l’occupazione e i crimini e in favore del diritto internazionale è “antisemita”.

Un palestinese di 6 anni ucciso da un soldato israeliano è un “giovane gangster palestinese” o semplicemente “un palestinese”… un soldato israeliano di 18 anni ucciso da un palestinese è di solito “un bambino, il nostro bambino”.

Non leggerete mai un titolo che dice che “un soldato israeliano ha ucciso questa mattina un bambino palestinese”. I soldati israeliani non uccidono i bambini. Ci sarà scritto che “un bambino palestinese è stato ucciso” “un bambino palestinese ha trovato la morte” … ma mai che un soldato israeliano ha ucciso un bambino palestinese perchè, come sappiamo, i soldati israeliani che appartengono all’esercito più morale del mondo, non uccidono mai i bambini.”

I cittadini e i media israeliani. “I media israeliani sono i principali collaboratori dell’occupazione di Israele – ha detto Levy – Se i media avessero svolto un ruolo meno demagogico, di propaganda e lavaggio del cervello, oggi l’occupazione sarebbe terminata. I media israeliani sono realmente liberi ma scelgono di autocensurarsi e questo complica ulteriormente le cose … perchè non c’è censura di governo e dunque non c’è resistenza. I media israeliani disumanizzano i palestinesi in modo sistematico e cercano di nascondere le atrocità commesse dal governo israeliano … e gli israeliani non vogliono sapere dell’occupazione”. Secondo Levy sulla questione dell’occupazione sono molto più informati i cittadini europei di quanto non lo siano gli israeliani.

Levy, secondo Moni Ovadia, è il miglior giornalista al mondo. Insieme ad Amira Hass è una firma di punta di Haaretz, “il più antico giornale ebraico e uno di quelli che hanno maggiore influenza – spiega -. Haaretz è letto da un’élite che comprende anche la gran parte dei giornalisti isareliani e stranieri, che ne sono influenzati. I lettori di Haaretz si riducono giorno per giorno. Racconta Levy che dopo un suo articolo successivo all’attacco a Gaza il giornale ha perso ben 3000 abbonati ma la linea del giornale, cui Levy si dice fiero di appartenere, non è cambiata. “Credo che senza Haaretz Israele sarebbe un posto peggiore”.

Questo punto dell’autocensura dei media, del “non sapere” o del “non voler sapere” dei cittadini isareliani, della disumanizzazione dei palestinesi rimanda ancora proprio alla Shoah: a chi non ha voluto vedere, a chi ha eseguito ordini, a chi si è conformato delegando la propria responsabilità individuale (e collettiva, di società) all’autorità. “Il conformismo sociale agisce anche laddove la legge e il comando si disinteressano oppure non dispongono” (Adriano Zamperini in “Obbedienza all’autorità”, Stanley Milgram, Einaudi)

Articoli di Levy tradotti e pubblicati su SpeziaPolis http://speziapolis.blogspot.it/search?q=gideon
This is my land Hebron: intervista a Gideon Levy e altri autorevoli esponenti della società civile israeliana
Su armi e nucleare in Israele http://speziapolis.blogspot.it/2014/09/sei-anni-di-collaborazione-tra-lue-e.html?q=armi+isarele
L’articolo è pubblicato anche da AssopacePalestina http://www.assopacepalestina.org/
#giornataONU su twitter

Categorie: Medio Oriente, Opinioni, Questioni internazionali
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