Attiviste di ogni parte del mondo sono state in prima linea nella battaglia per i diritti umani nel 2018. Lo ha dichiarato Amnesty International presentando la sua analisi sulla situazione dei diritti umani nell’anno che sta per terminare.

L’organizzazione per i diritti umani ha messo in evidenza che l’azione di leader che si definiscono “duri” che promuovono politiche misogine, xenofobe e omofobe ha messo in pericolo libertà e diritti conquistati tempo addietro.

“Nel 2018 abbiamo visto molto di questi autoproclamati leader ‘duri’ mettere a rischio il principio di uguaglianza, che è la base delle leggi sui diritti umani. Loro pensano che le loro politiche li rendano ‘tosti’ ma si tratta di poco più che tattiche da bulli che cercano di demonizzare e perseguitare comunità già marginalizzate e vulnerabili”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

“È l’attivismo delle donne ad aver offerto quest’anno la più potente visione di come contrastare questi leader repressori”, ha aggiunto Naidoo.

Queste conclusioni sono contenute in “Rights Today” (pubblicato in Italia col titolo “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019” da Infinito Edizioni), un’analisi riguardante sette regioni (Africa, Americhe, Asia orientale, Europa e Asia centrale, Medio Oriente e Africa del Nord, Asia meridionale e Asia sudorientale) presentata oggi, 10 dicembre, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, il primo testo globale sui diritti adottato dalle Nazioni Unite nel 1948.

2018: le donne alzano la testa
Il crescente potere della voce delle donne non dev’essere sottovalutato, si legge nel volume. Mentre i movimenti per i diritti delle donne sono un fatto consolidato, nel 2018 le attiviste hanno fatto i principali titoli delle notizie sui diritti umani. Gruppi come Ni una menos in America Latina hanno dato vita a movimenti di massa sui diritti delle donne di una dimensione mai vista in passato.

In India e Sudafrica migliaia di donne sono scese in strada per protestare contro l’endemica violenza sessuale. In Arabia Saudita le attiviste hanno rischiato di finire in carcere per aver sfidato il divieto di guida, in Iran per aver protestato contro l’obbligo d’indossare il velo.

In Argentina, Irlanda e Polonia manifestazioni partecipatissime hanno chiesto la fine delle opprimenti leggi sull’aborto. Negli Usa, in Europa e in parti dell’Asia in milioni hanno preso parte alla seconda manifestazione #MeToo per dire basta alla misoginia e alla violenza.

Ma non si può celebrare “lo straordinario risorgimento dell’attivismo delle donne” senza considerare la forza trainante che ha spinto così tante donne a mobilitarsi per il cambiamento.

“I diritti delle donne sono costantemente posti in secondo piano, rispetto ad altri diritti e libertà, da governi che credono di potersela cavare con poco dimenticando che in questo modo vengono meno al dovere di proteggere i diritti di metà della popolazione mondiale”, ha commentato Naidoo.

“Quel che è peggio è che molti degli attuali leader hanno lanciato nuovi attacchi ai diritti delle donne ricorrendo a una narrazione misogina e divisiva. Vogliono farci credere che stanno proteggendo i valori tradizionali che rappresentano gli interessi della famiglia ma in realtà stanno promuovendo un’agenda che nega alle donne il fondamento dell’uguaglianza”, ha proseguito Naidoo.

L’analisi di Amnesty International punta il dito su un crescente numero di politiche e legislazioni che intendono sottomettere e controllare le donne, soprattutto nella sfera dei diritti sessuali e riproduttivi: in Polonia e in Guatemala sono state fatte proposte per rendere ancora più rigide le leggi sull’aborto mentre negli Usa il taglio dei fondi ai centri per la pianificazione familiare hanno messo a rischio la salute di milioni di donne.

Nel 2018 le attiviste hanno rischiato la vita e la libertà per denunciare le ingiustizie: la palestinese Ahed Tamimi è finita in carcere ingiustamente per aver osato difendere la sua gente; le saudite Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono state imprigionate per la loro campagna in favore dei diritti delle donne; e in Brasile Marielle Franco è stata brutalmente assassinata per la sua indefessa lotta in favore dei diritti umani.

2019: un anno decisivo per invertire la tendenza sui diritti delle donne
L’anno prossimo, il 40° anniversario della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne sarà un’occasione fondamentale che il mondo non potrà permettersi di trascurare.

La Convenzione è stata adottata in modo ampio. Ma molti governi hanno posto la condizione di potersi svincolare dalle importanti disposizioni riguardanti la libertà delle donne, come ad esempio promuovere politiche nazionali per porre fine alla discriminazione nelle leggi e nella prassi e impegnarsi a eliminare la discriminazione nel campo matrimoniale e delle relazioni familiari.

Amnesty International sta sollecitando i governi ad agire per assicurare che i diritti delle donne siano rispettati, non solo attraverso l’osservanza delle disposizioni internazionali ma anche cambiando le leggi nazionali che li ostacolano e attuando politiche che diano potere alle donne e proteggano i loro diritti.

“Il fatto che così tanti stati abbiano accettato solo parzialmente la Convenzione è il segno che molti governi pensano che proteggere i diritti delle donne sia un mero esercizio di pubbliche relazioni per farli sembrare bravi piuttosto che una priorità che è necessario affrontare con urgenza”, ha commentato Naidoo.

“In ogni parte del mondo le donne guadagnano meno dei loro colleghi e beneficiano di una sicurezza sul lavoro assai minore, sono impedite nell’accesso alla rappresentanza politica e sono esposte a un’endemica violenza sessuale che i governi continuano a ignorare. Dobbiamo chiedere a noi stessi perché succede. Se vivessimo in un mondo in cui fossero gli uomini a subire questo genere di persecuzione, questa ingiustizia verrebbe lasciate correre?”, ha proseguito Naidoo.

“Amnesty International può e deve fare di più sui diritti delle donne. Mentre ci apprestiamo a entrare nel 2019 credo più che mai che dobbiamo stare accanto ai movimenti delle donne, amplificare le loro voci in tutte le loro diversità e combattere per il riconoscimento di tutti i nostri diritti”, ha concluso Naidoo.

Sintesi regionali
Africa
Nonostante alcuni progressi, molti governi dell’Africa subsahariana hanno continuato a reprimere brutalmente il dissenso e a restringere gli spazi in cui è consentito difendere i diritti umani. Dal Niger alla Sierra Leone, dall’Uganda allo Zambia i governi hanno fatto ricorso a tattiche repressive per ridurre al silenzio difensori dei diritti umani, giornalisti, manifestanti e altre voci dissidenti.

Non sono mancati segnali di speranza, anche a seguito di cambi di leadership, come in Angola ed Etiopia. La notizia migliore di tutte è stata lo straordinario coraggio delle persone comuni, comprese le attiviste per i diritti umani, che hanno mostrato tutta la loro resilienza di fronte all’oppressione.

Americhe
Un ambiente repressivo nei confronti dei diritti umani ha determinato uccisioni di ambientalisti e leader sociali a livelli allarmanti come nel caso della Colombia e l’ascesa di leader che hanno fatto sfoggio di una retorica estremamente ostile ai diritti umani, come il neo presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Le crisi dei diritti umani in Venezuela e in America centrale hanno costretto un numero senza precedenti di persone a lasciare i loro paesi in cerca di salvezza. Se alcuni stati le hanno accolte, gli Usa hanno reagito separando e imprigionando nuclei familiari e restringendo il diritto d’asilo.

Asia orientale
Vi sono stati passi avanti per quanto riguarda i diritti delle persone Lgbti ma gli spazi di libertà per la società civile si sono ristretti ed è proseguito il giro di vite nei confronti dei difensori dei diritti umani.

Uno dei peggiori sviluppi è stata la detenzione di massa, da parte delle autorità della Cina, di un milione di uiguri, kazachi e altre minoranze prevalentemente musulmane nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro. Colloqui senza precedenti hanno avuto luogo tra le due Coree, con possibili importanti effetti per i diritti umani nella penisola coreana.

Europa e Asia centrale
L’anno è stato caratterizzato dall’aumento dell’intolleranza, dell’odio e della discriminazione, in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà per la società civile. Richiedenti asilo, rifugiati e migranti sono stati respinti o abbandonati nello squallore mentre gli atti di solidarietà sono stati vieppiù criminalizzati.

A guidare questa tendenza sono stati, in un modo o nell’altro, Ungheria, Polonia e Russia mentre nel più ampio contesto regionale in stati come Bielorussia, Azerbaigian e Tagikistan vi sono stati nuovi giri di vite nei confronti della libertà d’espressione e in Turchia ha proseguito a espandersi un clima di paura.

Eppure, anche di fronte alla retorica xenofoba e alle politiche repressive, l’ottimismo è rimasto invariato e sono cresciuti attivismo e proteste: un coro di persone ordinarie dotate di una passione straordinaria chiede giustizia e uguaglianza.

Medio Oriente e Africa del Nord
In un contesto regionale segnato da perduranti conflitti (Yemen, Siria, Libia), nei quali la popolazione civile ha continuato a pagare il prezzo più alto, l’attivismo delle donne ha segnato alcuni dei momenti più importanti dell’anno: dalla vittoriosa fine del divieto di guida per le donne in Arabia Saudita alla resistenza contro l’obbligo d’indossare il velo in Iran, dal protagonismo nel movimento di protesta “Hirak” in Marocco fino al coraggio della denuncia della corruzione e della violenza in Libia.

L’esercito israeliano ha causato un elevato numero di vittime civili palestinesi come non si vedeva da anni. Gli spazi per l’espressione pacifica delle opinioni si sono ulteriormente ristretti in Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Iran.

Asia meridionale
I governi hanno continuato a minacciare, intimidire e processare difensori dei diritti umani e promotori di campagne sui diritti umani. In Bangladesh e Pakistan le autorità hanno fatto ricorso a leggi drastiche per colpire la libertà d’espressione. In India, il governo ha cercato di demonizzare e perseguitare i gruppi della società civile e gli attivisti.

Altrove nella regione, lo Sri Lanka è piombato in una crisi costituzionale dopo l’improvvisa nomina a primo ministro di Mahinda Rajapaksa. Ma ci sono stati anche segnali di speranza: a maggio il parlamento del Pakistan ha approvato una delle leggi più progressiste al mondo sui diritti delle persone transgender.

Asia sudorientale
La situazione è peggiorata in molti paesi. La violenta campagna di uccisioni, stupri e incendi condotta dalle forze armate di Myanmar ha costretto oltre 720.000 rohingya a lasciare lo stato di Rakhine e a trovare riparo in precari campi per rifugiati in Bangladesh.

È aumentata l’intolleranza nei confronti del dissenso pacifico e dell’attivismo, così come in Cambogia verso le opposizioni politiche e gli organi d’informazione indipendenti. Nelle Filippine altre vite umane, soprattutto di persone povere, sono state perse nell’ambito della “guerra alla droga” condotta dal governo del presidente Duterte.

Il rapporto è online a questo indirizzo:
https://www.amnesty.it/diritti-umani-nel-mondo-bilancio-del-2018/