“Forse può sembrare ingenuo, ma resto convinta che non ci siano alternative alla pace. La guerra consuma sempre: svuota, corrode, indebolisce anche chi crede di vincere. E i muri, prima o poi, mostrano la loro natura: sono sottrazione di possibilità, amputazione di futuro, un limite imposto tanto a chi li subisce quanto a chi li erige.”
È uno dei passaggi più significativi dell’ultimo libro di Widad Tamimi, appena uscito per Feltrinelli, “Dal fiume al mare – Storia della mia famiglia divisa tra due popoli”. Del sottotitolo confessa di non essere soddisfatta, a non piacerle è quella parola: “divisa”. “La mia famiglia sul conflitto tra israeliani e palestinesi non è mai stata divisa”. La madre, Claudia Weiss, proveniva dalla grande borghesia intellettuale ebraica austroungarica, mentre il padre, Khader Tamimi (medico pediatra e attuale presidente della Comunità Palestinese della Lombardia, ndr) è un profugo palestinese ricco di ingegno e coraggio.

Il mio nome significa ‘amore’ in arabo antico, una promessa non solo a me, ma quasi politica. Una coppia che aveva radici diverse e proveniva da esuli prometteva al mondo di potersi amare anche attraverso i figli che sarebbero arrivati. La famiglia di mia madre fuggì negli Stati Uniti dopo le ‘leggi razziali’, nessuno andò mai in Israele e nessuno della nostra famiglia ebraica condivise mai il progetto sionista. Fu mia madre però la vera artefice, la mente audace e rigorosa di quel progetto che rese possibile la nascita mia e di mia sorella. Mio padre ne è stato il cuore pulsante: accogliente, capace d’amore, com’è nella sua natura. Lei lasciò la casa di origine per un ideale di giustizia sociale, rinunciando al superfluo e alla sicurezza di una vita agiata, ben prima di conoscerlo. Era una vera sessantottina e lo rimase fino alla morte, avvenuta prematuramente nel 1991.
Non sarà stato facile crescere senza di lei, scomparsa 35 anni fa…
Mamma fu ricoverata per la prima volta quando avevo un anno, ma le sue battaglie con la depressione erano iniziate molto prima. Dei pochi anni che vissi con lei, soltanto cinque in casa e gli altri passati per poche ore al mese nelle varie cliniche psichiatriche in cui veniva rinchiusa, ricordo di averla consolata, tenuta tra le braccia, di averla temuta e persino odiata per quella sua debolezza che nessuno era in grado di spiegarmi.
Nei momenti di maggiore angoscia e conflitto interiore mi domando cosa mi direbbe oggi, quando mi sento sola, accusata di essere una traditrice, una voltafaccia, una che si piega alle logiche del perbenismo o, al contrario, una che sta con il nemico. Colpevole, agli occhi di molti, della compassione che provo per gli uni e per gli altri e dello sguardo che poso su vite che considero – per ragioni diverse e con responsabilità differenti – ugualmente miserevoli.
Pensa che dopo quasi 80 anni di sangue e dopo il genocidio la pace tra palestinesi e israeliani sia ancora possibile?
Non indugio sulla sproporzione tra le sofferenze palestinesi e quelle israeliane. Preferisco volgere lo sguardo al futuro e alla necessità di restituire umanità a entrambi i popoli. L’umanità dell’uno non può sopravvivere senza quella dell’altro. È per questo che ogni progetto fondato sulla disumanizzazione inizia sempre dalla separazione: divide, impedisce la conoscenza reciproca, cancella la vicinanza, priva le persone della possibilità di riconoscersi simili e di condividere – nel suo senso originario – la compassione, il patire insieme.
Il suo impegno per la pace e i diritti umani non si esaurisce nell’attività di scrittrice e giornalista…
Durante la crisi della rotta balcanica, quando milioni di persone attraversavano anche la Slovenia per andare soprattutto verso la Germania e la Svezia, mi impegnai come volontaria della Croce Rossa per il programma Restoring family links. Lavoravo nei campi profughi dalle otto di sera alle otto del mattino, poi tornavo a casa e scrivevo le storie delle persone incontrate. Era un modo per smaltire il dolore e portarlo all’attenzione degli sloveni, che erano così poco abituati ad accogliere migranti di lingua non slava. Ho continuato a scrivere anche con i ragazzi palestinesi venuti a Lubiana per ricevere protesi e fare fisioterapia dopo le gravi amputazioni subite a Gaza. Già solo scrivere le loro storie significava offrire finalmente ascolto e restituire umanità a chi è sempre stato invisibile o al più un numero buono per le statistiche. Con alcune famiglie palestinesi abbiamo inviato quelle storie alla Corte Internazionale. Ricordiamo che ogni palestinese è testimone di crimini gravissimi.
Ad aiutarmi è stato soprattutto un giovane avvocato israeliano in esilio; anche quella è una storia dolorosa. Le persone che per convinzione o professione mettono in discussione l’autorità dello Stato israeliano vengono allontanate o incarcerate. Per questo giovane avvocato tornare dai suoi genitori in patria è diventato impossibile. Con la rettrice della Statale di Milano e con il prorettore Stefano Simonetta e molti altri docenti stiamo facendo di tutto, inoltre, per riuscire a portare qui i 165 giovani palestinesi che hanno ricevuto borse di studio per venire a studiare in Italia: erano attesi a settembre, ma non sono ancora riusciti a lasciare la Palestina per l’Italia.
Che cosa ha provato dopo il 7 ottobre?
Fu come aprire la porta di casa e trovarsi di fronte un poliziotto venuto ad annunciare l’arresto, per un delitto atroce, di un padre amato. Provai smarrimento, sconforto, una tristezza feroce per i palestinesi che porto nel cuore da sempre, per quella loro capacità di sorriderti anche quando tutto crolla. La violenza cieca, la ferocia vendicativa, l’abuso sulle donne, il massacro dei bambini: ho temuto che stessimo perdendo la nostra resistenza più profonda. Non quella armata, ma quella interiore, palestinese: la capacità di restare se stessi nonostante decenni di soprusi, di fatiche, di violenze e di silenzi internazionali.
Oltraggiare l’umanità dell’altro non è un gesto a senso unico. La disumanizzazione è una dinamica a specchio: ogni volta che neghiamo l’umanità di qualcuno, per riuscire a farlo dobbiamo anestetizzare anche la nostra. La rinuncia a ‘mettersi nei panni dell’altro’ comporta un danno profondo all’anima.
Qualcuno potrebbe obiettare che è facile giudicare “da lontano”.
È vero. Noi della diaspora ci sentiamo protetti dai diritti umani di cui godiamo. Non posso sapere per certo cosa avrei fatto se fossi nata in Israele e se avessi perso un figlio per mano di un palestinese, o se fossi cresciuta a Gaza, ma neppure se fossi vissuta sotto il fascismo o il nazismo. Per questo tutta la mia ammirazione va a chi vive laggiù e resiste all’odio, resta e lotta per la pace e cerca di dialogare con l’altro. È quella la scommessa più grande. Il minimo che possiamo fare noi che viviamo altrove è metterci in discussione e sostenere gli sforzi di chi ha il coraggio di andare controcorrente rispetto alla tentazione della vendetta e dell”occhio per occhio”.
Mi sembra che questa sia proprio la scommessa di associazioni e gruppi come Women of the sun, la cui leader Reem al-Hajajreh è stata premiata da Gariwo al Giardino dei Giusti di Milano, che porta avanti un’iniziativa di pace insieme a Yael Admi, fondatrice dell’associazione israeliana Women Wage Peace. Pochi giorni fa a Roma le attiviste dei due movimenti hanno camminato a piedi nudi dall’Ara Pacis al Pincio per chiedere una pace vera e giusta.
Infatti, per questo ho voluto invitare Reem a partecipare alle presentazioni del mio libro. Sul palco della Fondazione Feltrinelli ci ha detto: “Sono cofondatrice di un gruppo di donne che si battono per la libertà e per una pace giusta. Crediamo fermamente che il futuro dei nostri figli debba essere libero dall’ombra della violenza, lavoriamo per far sentire la voce delle donne e per costruire un domani di diritti e sicurezza per ogni essere umano. Nonostante il dolore e la rabbia della nostra quotidianità, abbiamo scelto di collaborare con quegli israeliani che hanno il coraggio di opporsi all’occupazione. Non è una strada semplice, richiede coraggio da entrambe le parti, significa sfidare il dolore da un lato e l’isolamento sociale dall’altro.
Abbiamo aderito al ‘Mothers’ call’, l’appello delle madri, un grido comune di madri palestinesi e israeliane che si rifiutano di accettare l’idea che i propri figli debbano crescere schiacciati dalla guerra. Con questo appello chiediamo con forza ai leader di scegliere la vita, la comunità e una soluzione politica invece di perpetuare la violenza”.
Ci sono quindi spiragli in questo mondo in cui il diritto internazionale viene quotidianamente calpestato?
È molto facile perdere la speranza. Ci guardiamo in giro, leggiamo i giornali e il gioco è fatto. Non posso dire di svegliarmi di buon umore tutti i giorni e di sentirmi piena di energie e assolutamente lucida sulla possibilità di creare qualcosa di positivo; ci sono momenti in cui i crolli sono giganteschi per quello che vediamo. Non è solo il futuro, ma anche quello che si vive ora, le persone che soffrono oggi. Pensare a quello che succede in tante parti del mondo è un dolore gigantesco per tutti noi e per fortuna lo proviamo, sarebbe molto sbagliato non provarlo: mai indifferenti. È giusto soffrire con loro. Però sebbene ci sembri sempre che sia la fine, in realtà nella storia siamo sempre andati avanti.
Certo, tendiamo a inciampare. È come se l’umanità non riuscisse a camminare dritta, ma continuasse a cadere e a rialzarsi. E ogni volta che ci rialziamo siamo più lucidi, più capaci, più presenti. Il diritto internazionale è stato fondato dopo le grandi tragedie del XX secolo, ma poi per decenni lo abbiamo dato per scontato invece che farlo crescere. L’abbiamo lasciato lì pensando: adesso siamo tutti salvi, invece avremmo dovuto lavorarci. Ora più che mai siamo tutti chiamati a questo compito. Nei prossimi mesi ci saranno a Tel Aviv incontri tra palestinesi e israeliani che cercano una pace vera e giusta e io sarò con loro. Invito ebrei, palestinesi, israeliani e la comunità internazionale a sostenere chi lotta per una pace giusta e per i diritti uguali per tutte le persone che vivono dal Giordano al Mediterraneo e oltre.











