La guerra in Iran la guerra va male per gli Stati Uniti. Siamo ad oltre 2 settimane dall’aggressione non provocata e non giustificata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una aggressione avvenuta a tradimento – mentre erano in corso trattative mediate dall’Oman – con immediati atti di terrorismo: dall’assassinio dell’Ayatollah Khamenei a quello di 175 ragazze e ragazzi in una scuola primaria. Una guerra, quella scatenata dalla coalizione Epstein, sanguinosissima: in 15 giorni di aggressione i civili iraniani assassinati sono tra i 2 e i 3000. Una quantità enorme perché ogni vita è un bene unico ed insostituibile ma una quantità enorme anche in termini comparativi: in Ucraina, in 4 anni di guerra abbiamo 15.000 vittime civili, qui 2/3000 in 15 giorni, una enormità. E’ del tutto evidente che le regole di ingaggio che utilizzano l’aviazione israeliana e statunitense sono del tutto al di fuori di qualsiasi rispetto delle regole internazionali e sono in perfetta continuità con quanto è avvenuto a Gaza e con quanto sta avvenendo nel Sud del Libano: una guerra contro la popolazione inerme, fatta per creare terrore e per distruggere la società, una guerra barbara alla massima potenza.
In questo contesto, in cui la richiesta del cessate il fuoco e della fine dell’aggressione è l’unica richiesta sensata, cercherò qui di seguito di trarre un primo bilancio su questi 15 giorni di guerra e sui loro effetti.
E’ troppo presto per dire chi ha vinto la guerra ma certo è chiaro che gli aggressori, Usa e Israele, non hanno conseguito nessuno dei vari obiettivi strategici che avevano enunciato mentre l’Iran non ha per nulla perso la capacità di reagire all’aggressione, anzi, sul piano militare ha segnato numerosi punti a suo favore.
Mentre non abbiamo abbastanza elementi per ragionare su cosa succederà ad Israele e all’Iraq nel prossimo futuro, iniziano ad essere chiari alcuni elementi relativi agli Stati Uniti (in questo video trattati più diffusamente: https://www.youtube.com/live/AGY1nWeQcMk?si=fBk5lU8YOHBr2ouO ).
In breve questa guerra ha portato agli USA:
– Una fortissima perdita di credibilità. E’ la seconda volta in meno di un anno che gli USA attaccano l’Iran mentre sono in corso trattative tra i due paesi. Che chi si comporta in questo modo – dopo aver fatto esplodere il Nord Stream sotto l’amministrazione Biden – non è più degno della fiducia di alcuno e pare che questo sentimento si stia diffondendo ai 4 angoli della terra.
– La perdita della funzione di “protezione” degli alleati. I paesi che dovevano essere protetti dalle basi militari statunitensi e dalle batterie di intercettori a stelle e strisce si sono trovati al contrario a diventare obiettivi militari proprio in quanto ospitanti le basi militari statunitensi. Inoltre, gli intercettori prelevati dall’estremo oriente, finiscono tutti ad Israele e non certo ai paesi arabi del golfo. Quindi gli USA invece che proteggere attirano i guai e con i mezzi a disposizione difendono solo Israele.
– La perdita di credibilità sulla forza militare effettiva degli USA. Dopo la vicenda ucraina, in cui la NATO non è riuscita a piegare la Russia, l’avventura iraniana conferma che la forza militare effettiva degli USA non è all’altezza della sua declamazione hollywoodiana. Per una nazione che ha scelto di utilizzare la forza militare convenzionale per riprendere una posizione di potere che l’economia e la finanza non gli garantiscono più, si tratta di un colpo pesantissimo e dai risvolti non solo militari.
– La guerra – in iniziata per risolvere i problemi economici rubando il petrolio all’Iran e utilizzandolo come collaterale per sostenere il debito – sta aggravando pesantemente la crisi economica degli USA. Il costo materiale della guerra è molto rilevante e non è compensato dall’aumento degli introiti di cui godono i produttori di petrolio statunitensi come si può evincere dall’analisi dettagliata qui contenuta (https://www.youtube.com/live/EubBprfSMQs?si=Ly3InuTVOTSYSo00 ).
– La guerra aggrava la crisi interna agli Stati Uniti: con il 75% della popolazione statunitense contraria alla guerra, l’aumento del costo della vita, la morte di un numero crescente di soldati e l’aggravarsi della crisi non potranno che peggiorare la crisi sociale in USA. Giova sottolineare che in questo caso l’opposizione alla guerra va ben al di là del partito democratico perché coinvolge larghissima parte della base del movimento MAGA, il movimento populista che ha sostenuto a spada tratta Trump in campagna elettorale.
– La carenza di intercettori ed in generale di armi sia nella guerra in Iran che – conseguentemente – nella guerra in Ucraina pone in evidenza che la crisi dell’apparato industriale statunitense ha una ricaduta pesantissima anche sulle sue capacità militari. Una superpotenza in grado di fare 3 settimane di guerra ma in crisi se il conflitto si protrae perde chiaramente moltissima della sua deterrenza. Per una nazione che ha fatto della violazione del diritto internazionale, dell’utilizzo della forza e della sopraffazione una propria caratteristica peculiare, significa una falla di dimensioni enormi.
Il tentativo di Trump di sopperire con la forza militare alla perdita di potere economico e finanziario esce quindi molto indebolito da questi 15 giorni di guerra e questo ci parla della profondità della crisi statunitense ben al di la dei tratti psicopatici del fascista col ciuffo. Siamo dinnanzi ad una crisi verticale del capitalismo liberista fondato sulla finanza ed in questo quadro le misure poste in essere dagli USA per riconquistare la loro posizione di dominio non funzionano. Di questo parla la vicenda iraniana.
La crisi europea
Parallelamente la vicenda iraniana ci parla di una crisi europea destinata ad aggravarsi pesantemente: In virtù del blocco dello stretto di Hormutz vi sarà un forte aumento del prezzo del petrolio, del gas naturale, dei concimi azotati di cui il 30% della produzione è oggi bloccata dalla chiusura dello stretto.
Gli effetti dell’aggressione all’Iran si sommano per l’Europa al blocco delle importazioni dalla Russia di petrolio, gas e fosfati. Mentre il resto del mondo troverà nelle forniture russe una alternativa alle forniture degli stati del Golfo, l’Unione Europea cumulerà gli effetti di quello che si caratterizza a tutti gli effetti come un doppio blocco delle forniture energetiche e delle materie prime.
E’ come se l’Unione Europea si fosse posta da sola sotto sanzioni: prima tagliando i rapporti con la Russia e proseguendo anche adesso che è venuta a mancare la fonte mediorientale. Un disastro di dimensioni enormi.
In questo contesto, mentre le classi popolari per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale si rendono conto che gli interessi degli Stati Uniti sono radicalmente diversi da quelli dell’Europa e che gli USA stanno cercando di mantenersi a galla spremendo l’Europa ed usandola come un bancomat per drenare i nostri risparmi, le classi dominanti della UE e dei diversi stati, continuano tranquillamente a fare gli interessi degli USA. Fa impressione che anche quando litigano con gli USA le elites europee si comportano come i principali sostenitori di Trump. Questo lo si vede nel ritardo e nell’indeterminatezza con cui hanno preso le distanze dalla guerra all’Iran, nella scelta di sostenere Israele nel genocidio dei palestinesi a Gaza, nella scelta di finanziare gli usa con l’acquisto di armi e di gas a costo quintuplicato e – last but not least – nella scelta di rompere completamente i rapporti con la Russia e con la Cina. In un mondo economicamente multipolare, la scelta di legarsi mani e piedi agli Stati Uniti – che ci sfruttano per drenare risorse verso di loro devastando il nostro apparato industriale – è semplicemente suicida.
Una opportunità per i popoli europei
In questo contesto, la crisi palese dell’egemonia e del potere statunitense, apre una finestra di opportunità per i popoli europei. Occorre approfittarne con determinazione nella consapevolezza che se rimaniamo agganciati agli USA verremo vampirizzati “dall’alleato atlantico” e ci toglieremo ogni possibilità di costruire relazioni con gli altri paesi e blocchi di cui è composto il mondo odierno.
E’ quindi necessario intrecciare il No alla guerra con il tema della piena indipendenza economica, finanziaria e militare dagli Stati Uniti. Solo con la conquista dell’indipendenza dagli USA, con lo scioglimento o l’uscita dalla NATO è possibile riaprire i rapporti con la Russia, con cui dobbiamo fare rapidamente la pace e con cui dobbiamo ricominciare a commerciare.
Parallelamente è necessario saldare il No alla guerra al No all’aumento delle spese militari, perché quelle risorse ci servono per migliorare il welfare e potenziare la ricerca e gli investimenti in tutti i settori innovativi da cui L’Europa è drammaticamente assente.
L’Europa non ha materie prima ma ha capacità di trasformare le materie prime in prodotti finiti. Affinché questa capacità venga preservata occorrono materie prime ed energia a basso costo – cioè il rapporto con la Russia e con il Sud del mondo in generale deve essere riaperto – e serve l’incremento della ricerca e delle politiche industriali, non delle spese militari e della speculazione.
La lotta contro la guerra e per lo sganciamento dell’Europa dagli USA sono gli elementi necessari per riaprire in Europa la lotta per la difesa delle classi subalterne e per la trasformazione sociale. Una Europa di pace che per essere tale deve percepirsi come un unico territorio, dall’Atlantico agli Urali, superando le forme attuali di una Unione Europea che è diventata la pura proiezione politica delle volontà guerrafondaie e geopolitiche della NATO. La cacciata di queste classi dominanti – che come dimostrano i diversi governi europei uniscono alla destra larghissima parte del cosiddetto centro sinistra – è parte costitutiva di questa prospettiva che sappia indicare per l’Europa un futuro di pace, giustizia e cooperazione.











