Il capo di gabinetto del Guardasigilli ha affermato che, invece, votando SÌ “ci togliamo di mezzo la magistratura che è plotoni di esecuzione“.
Questa frase che, ribadendo il paragone ripetutamente, Giusi Bartolozzi ha enfaticamente e concitatamente pronunciato dal ‘pulpito’ del dibattito televisivo nel programma Il Punto trasmesso in diretta il 9 marzo scorso dall’emittente catanese Telecolor – SiciliaWeb, ha scatenato una bufera che nei giorni scorsi sembrava ormai passata, e invece no.
A riattizzare la polemica dopo che il suo ‘capo’, cioè il superiore del capo di gabinetto, ovvero il ministro di Grazia e Giustizia, Carlo Nordio, anche promotore della riforma costituzionale sottoposta alla ratifica referendaria, era intervenuto per attenuare i toni delle sue parole, è stata ancora lei.
Nella dichiarazione rilasciata per ‘giustificarsi’ Giusi Bartolozzi non ha rinnegato nulla, anzi: premettendo «Non ho mai attaccato la magistratura che anzi, in più di un’occasione, ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose» e precisando che «Il riferimento al plotone di esecuzione alludeva allo stato di assoluta prostrazione in cui ci si trova in questi casi, come colui che, postovi davanti, poco o nulla può fare per difendere la propria vita», ha affermato «Prendo atto delle polemiche scaturite dalle mie parole. Parole che, lo ribadisco con senso di profondo dispiacere, sono state tratte da un discorso molto più ampio e quindi piegate a una lettura fuorviante».
Così il putiferio ha travolto anche il capo del governo: alcuni quotidiani, tra cui Il Corriere della Sera, hanno pubblicato la notizia che Giorgia Meloni sia molto indispettita, tanto da aver commentato: «Non si poteva mordere la lingua?».
L’imbarazzo di Nordio e Meloni è motivato: a paragonare la magistratura a un plotone d’esecuzione e, così, a mettergli in bocca quello che loro pensano e vorrebbero, ma non possono, dire è stata la loro collega e collaboratrice la cui eccessiva esuberanza è tanto ingombrante, ma la cui figura ha un ‘peso’ tanto rilevante perché lei in persona ha praticato la professione dell’avvocato e poi del giudice, con incarichi al tribunale di Gela dal 2002 e dal 2009 a quello di Palermo e dal 2013 alla Corte d’Appello di Roma…
… e nel 2018 ha intrapreso la carriera politica facendosi notare, oltre che come sostenitrice del disegno di legge Zan sull’omotransfobia, votando contro l’emendamento alla riforma del processo penale proposto da Forza Italia, allora il suo partito, e da cui avrebbe beneficiato il suo leader, e poi ostacolando l’iter della ‘riforma Cartabia’, aspramente criticata dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Associazione Nazionale Magistrati.
Proprio queste sue posizioni controcorrente su questioni analoghe a quelle oggi in discussione avevano allontanato Giusi Bartolozzi dalla compagine coesa intorno a Silvio Berlusconi.
Adesso invece Giusi Bartolozzi è schierata a favore della ‘riforma Meloni-Nordio‘ ma, anziché intervenire a sostenere la causa con cognizione di causa, invece si è espressa con tanto rancore da palesare che il motivo per cui auspica che il referendum ratifichi la modifica della Carta costituzionale è il proprio risentimento personale contro chi la perseguita e contro chi l’ha immolata, come un capro espiatorio, sull’altare della propaganda politica.
Lei in persona infatti è una deputata eletta nella lista di Fratelli d’Italia e imputata nell’inchiesta che la coinvolge proprio insieme al capo del suo partito, Giorgia Meloni, come capo del Governo e a un ex-magistrato, Carlo Nordio, come ministro della Giustizia, inoltre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, un ex prefetto, e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano, un magistrato…
In specifico, Giusi Bartolozzi è stata accusata di falsa testimonianza dai procuratori che nell’inchiesta avviata con l’esposto presentato da Luigi Li Gotti, a sua volta un avvocato noto come difensore di mafiosi pentiti (Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno, Giovanni Brusca, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo,…) e un ex parlamentare esponente dell’MSI, poi di Alleanza Nazionale e infine di Italia dei Valori, indagano sul ‘caso Usāma al-Maṣrī Nağīm‘, cioè dell’ex dirigente della milizia islamista alle dipendenze del governo libico che la Corte Penale Internazionale ha condannato colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità, perciò ricercato e un latitante che, mentre si trovava in Italia nel 2025, venne arrestato e però subito rilasciato e rimpatriato.
A imbarazzare tanto i promotori della riforma costituzionale è anche il fatto che la loro collega e collaboratrice Giusi Bartolozzi si è pronunciata con parole così offensive nei confronti dei magistrati a un tavolo di confronto tra le opposte opinioni riguardo ai quesiti referendari in cui davanti a lei c’era Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane morto a causa delle percosse a lui inferte mentre era sottoposto a custodia cautelare.
La presenza di Ilaria Cucchi al dibattito era ben motivata: al referendum del 22-23 marzo 2026 i cittadini italiani sono interpellati con 5 domande, tra cui una che chiede
Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni?
Ovviamente, poiché è l’unico espressamente menzionato, la domanda così formulata sembra chiedere un responso riguardo alla carcerazione preventiva delle persone incriminate per il delitto di finanziamento illecito dei partiti…
Invece sono molti i reati per cui la custodia cautelare viene sempre più frequentemente disposta e recentemente anche richiesta ‘a gran voce’ dai politici coalizzati a favore della sua estensione parallelamente alla modifica delle norme costituzionali che limitano i poteri del potere esecutivo sottoponendo l’operato dei governanti e dei funzionari delle forze dell’ordine alle loro dipendenze al controllo del potere giudiziario, cioè dei magistrati tutori e garanti del rispetto dei diritti dei cittadini sanciti nella Costituzione e nelle leggi conformi ai suoi principi.
“Da strumento di emergenza il carcere preventivo è stato trasformato in una vera e propria forma anticipatoria della pena” che, sebbene in “palese violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza”, viene inferta a indagati accusati di reati minori e a molti innocenti:
Dal 1992 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29˙452 casi. L’Italia è il quinto Paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare: il 31%, un detenuto ogni tre. La carcerazione preventiva distrugge la vita delle persone colpite: non arreca solo un grave danno di immagine, sottoponendole a un’esperienza scioccante, ma ha gravi conseguenze sulla sfera professionale. Il carcere ha un impatto drammatico sulle famiglie e rappresenta anche un onere economico per il Paese: i 750 casi di ingiusta detenzione nel 2020 sono costati quasi 37 milioni di euro di indennizzi, dal 1992 a oggi lo Stato ha speso quasi 795 milioni di euro” – Limiti agli abusi della custodia cautelare.
Ovviamente se, anziché applicarle, le norme che tutelano i diritti delle persone ingiustamente sottoposte alla custodia cautelare vengono abrogate, il risultato è duplice: si possono incarcerare persone sospettate di qualsiasi reato e si risparmia il risarcimento del danno provocato dall’uso estensivo o eccessivo della carcerazione preventiva.
Come evidenziato da Livio Pepino in un incontro pubblico, a spiegare le ragioni del NO in modo molto più semplice che nelle complicate analisi sui dettagli di ogni questione e quesito referendario sono proprio le dichiarazioni come questa di Giusi Bartolozzi, molto esplicita e ‘pittoresca’, perciò tanto clamorosa, nella sostanza non differente da quelle meno eclatanti e ‘colorite’ di Carlo Nordio e di Giorgia Meloni.
Palesemente infatti la ratifica dei 5 decreti, in particolare della riforma Meloni-Nordio, è funzionale a soggiogare il potere giudiziario a quello esecutivo e, così, esautorando la magistratura dal controllo sull’operato del governo e delle forze dell’ordine, permettere ai politici di agire indisturbati – e impuniti – anche nella gestione di molti ‘affari’, ad esempio nella costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.
In particolare l’affare del collegamento tra Calabria e Sicilia coinvolge Giusi Bartolozzi direttamente come siciliana e indirettamente insieme a Giorgia Meloni e ai suoi alleati di ogni regione italiana che si stanno cimentando per dimostrare di saper progettare questa colossale grande opera architettonica riuscendo ad amministrare la sua attuazione superando ogni ostacolo che glielo impedirebbe: questioni politiche, problematiche ambientali, criticità ingegneristiche e, soprattutto, vincoli legali delle leggi italiane ed europee.











