La Camera dei deputati di Mendoza ha preso una decisione insolita votando un decreto che disconosce il popolo Mapuche. Silvina Ramírez, avvocata specializzata in Diritto indigeno, mette in dubbio la legittimità di stabilire le identità da parte dei legislatori e afferma: «È una misura equivoca, manca di legittimità ed è arbitraria».

Per mettere nero su bianco, la Camera dei Deputati della provincia di Mendoza in Argentina ha approvato un decreto, proveniente da un verdetto di maggioranza della Commissione dei diritti e delle garanzie, il quale determina che il popolo Mapuche non è una popolazione nativa (né di Mendoza, né dell’Argentina). Questo verdetto utilizza, in pratica, tre motivazioni: 1) l’incompetenza dell’Istituto nazionale di Affari indigeni (INAI) riguardo l’emissione di risoluzioni senza la partecipazione di altri interessati; 2) la nullità del Decreto di necessità e urgenza che ha prorogato la validità della Legge di emergenza territoriale n. 26160; 3) la determinazione della “condizione di stranieri” del popolo Mapuche.

Ciascuna di queste argomentazioni meriterebbe di essere commentata e fronteggiata. Tuttavia, mi limiterò all’ultima perché esprime un’ignoranza concettuale rilevante, un ripudio della normativa vigente (e, quindi, dei diritti degli indigeni già esistenti e che hanno forza normativa in Argentina), contravvenendo lo stesso testo costituzionale.

L’interpretazione dei diritti indigeni regolamentati nella carta costituzionale conta innumerevoli consensi, di fronte alla persistente negazione d’identità da parte di alcuni settori. Non è tramite decreti che potranno demolire ciò che la Costituzione Nazionale afferma chiaramente.

Dall’altro lato, non è meno importante notare che, schivando una vasta letteratura specializzata di storici, antropologi e cronisti d’epoca, essi rifiutano l’esistenza di un popolo (e il suo aggettivo di nativo) in un contesto territoriale in cui l’organismo statale è molto posteriore alla presenza dei popoli indigeni. Al momento della conquista e della colonizzazione, i popoli nativi abitavano la cordigliera e si spostavano da un versante all’altro senza essere condizionati dai limiti arbitrari sviluppati con la creazione degli Stati moderni nel XIX secolo, le cui frontiere non arrivavano ai territori disputati oggigiorno.

Vale la pena sottolineare, se esiste, qual è la conseguenza giuridica di questo genere di decreti legislativi, e se i rappresentanti della popolazione di Mendoza si sentono legittimati a decidere quando un popolo indigeno è nativo del Paese.

In altre parole, se sono qualificati per definirne l’identità, che è il prodotto di un complicato processo derivante sia dagli impatti prodotti dalla conquista e dalla colonizzazione, sia dalla costituzione degli Stati al di sopra delle forme organizzative indigene già esistenti. I membri dei popoli indigeni, oltre a godere di diritti specifici (collettivi e umani), godono di tutti i diritti dell’essere argentini poiché sono anche cittadini dello Stato. Di conseguenza, gli «interessi degli abitanti di Mendoza» citati nella giustificazione del testo in questione, sono anche gli interessi degli indigeni di Mendoza che risiedono in questo spazio geopolitico.

Detto ciò, tale strategia del potere legislativo di Mendoza è equivoca, manca di legittimità, è arbitraria – e arrogante – nell’attribuirsi la facoltà di qualificare l’identità quando francamente le eccede e, infine, configura una dimostrazione ovvia di razzismo e discriminazione.

I legislatori non costruiscono la realtà; non possono e non devono farlo. Né possono o devono prendere decisioni riguardo questioni al di fuori del loro àmbito di competenza. Questo tipo di decreti, inquadrati negli atti del potere legislativo, diventano pericolosi per le democrazie stesse perché nuocciono alle regole di base della convivenza: il riconoscimento e il rispetto dei popoli che detengono diritti.

Questo decreto, anche se ha un valore giuridico relativo, simbolicamente è molto negativo. La Camera dei Deputati, ovvero una delle istanze midollari del sistema democratico, viene usata per disconoscere la storia. La tergiversazione e la falsità dei fatti affermati possono essere spiegate solo con ciò che è in gioco: i beni comuni naturali presenti nei territori rivendicati. Da lì si usa la “maschera di atto democratico” per occultare l’orizzonte di sfruttamento di questi beni naturali.

Infine, un atto amministrativo di un’istanza nazionale (INAI) – delimitato e senza gli effetti che gli si attribuiscono, ovvero l’assegnazione dei titoli – ha messo a nudo ciò che è sempre più visibile: un razzismo inammissibile, un’ambizione economica smisurata per i territori e un’incapacità evidente dei protagonisti politici nel costruire autentici Stati egualitari e inclusivi.

Di Silvina Ramírez,

Specialista in Diritti indigeni; docente della Facoltà di Diritto dell’Università di Buenos Aires (UBA); membro dell’Associazione di avvocati/e di Diritto indigeno (AADI).

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Traduzione dallo spagnolo di Mariasole Cailotto. Revisione di Thomas Schmid.

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