Nelle ultime settimane si sono registrati diversi casi di abbandono in mare da parte degli Stati e delle autorità marittime competenti a svolgere attività di ricerca e salvataggio nelle acque del Mediterraneo centrale. In assenza di mezzi statali e con le navi delle ONG impegnate a raggiungere porti di destinazione molto lontani dai luoghi nei quali avevano effettuato i soccorsi, non si è riusciti ad intervenire in tempo per sottrarre alla morte per fame e per sete donne e bambini. Abbiamo così avuto diversi casi di soccorsi affidati dalle autorità marittime italiane e maltesi a navi commerciali, dopo giorni e giorni di attesa, e a seguito di questi soccorsi si sono contate altre vittime innocenti, persone che si sarebbero forse salvate se i soccorsi fossero stati più tempestivi. La lunga attesa in mare, dopo le prime richieste di aiuto, ha anche aggravato la condizione dei sopravvissuti, persone che si erano messe in navigazione sulla rotta orientale, partendo dalla Turchia e dal Libano, dopo essere fuggite dalla Siria e dall’Afghanistan, dimenticato da tutti. Persone perdute in mare, vittime del cinismo e della indifferenza, come tante altre annegate o respinte, che, dopo gli abusi sofferti in Libia, erano riuscite ad imbarcarsi sulla rotta del Mediterraneo centrale, portandosi addosso ferite profonde e gravi ustioni sul corpi. La Guardia costiera libica intercetta e deporta, non soccorre. I maltesi sostengono di non avere mezzi adeguati per andare ad operare nella loro porzione di zona Sar sovrapposta (overlapped) a quella italiana, 50-70 miglia a sud di Lampedusa. Non si può pensare di continuare a delegare alle navi commerciali di passaggio attività di ricerca e soccorso in acque internazionali, attività che costituiscono obblighi precisi per gli Stati costieri e richiedono interventi tempestivi e specializzati.

Come ha denunciato l’Unhcr, l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, questa inaccettabile perdita di vite umane, e il fatto che le persone abbiano trascorso diversi giorni alla deriva prima di essere soccorse, evidenziano ancora una volta “l’urgente necessità di ripristinare un meccanismo di ricerca e soccorso tempestivo ed efficiente guidato dagli Stati nel Mediterraneo.” Perché gli Stati non si possono sottrarre al coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali e hanno in proposito l’obbligo di coordinarsi tra loro per garantire la massima tempestività degli interventi SAR (di ricerca e salvataggio) al fine di evitare la perdita di vite umane in mare. La sistematica elusione dei doveri di coordinamento tra gli Stati per il soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale, e gli accordi di cooperazione conclusi con il governo di Tripoli non solo dall’Italia, ma anche da Malta, hanno comportato la perdita di almeno 1500 vite umane lo scorso anno e oltre 1200 vite umane, tra morti e dispersi, sono il tributo pagato nel corso del 2022 alle politiche di esternalizzazione delle frontiere, praticate dagli Stati costieri e dall’Unione Europea. In diverse occasioni le autorità maltesi non hanno risposto a chiamate di soccorso provenienti da imbarcazioni che si trovavano nella loro area di responsabilità.

Come riferisce il giornale L’Avvenire, nei primi giorni di settembre, una bimba siriana di 4 anni è morta, dopo giorni in attesa dei soccorsi, sul barcone in zona SAR maltese. Era stata evacuata dall’imbarcazione con a bordo 60 migranti che da diversi giorni chiedeva soccorso dalla zona Sar di Malta, in cui si trovava. La bambina, ha spiegato Alarm Phone, era stata presa a bordo di un elicottero dal mercantile che aveva soccorso i migranti ma è spirata prima di arrivare in ospedale. Le rotte dal Mediterraneo orientale sono più lunghe di quelle dalla Libia, i mezzi utilizzati sono generalmente più grandi, ma il numero delle vittime continua ad aumentare, come si sta verificando anche sulle rotte dalla Libia e dalla Tunisia. Tutte queste rotte attraversano infatti una zona SAR, quella maltese, che non è presidiata con mezzi di soccorso adeguati rispetto all’estensione della zona di mare che vi corrisponde, ed i barconi carichi di migranti si trovano spesso abbandonati anche dalle centrali di coordinamento dei singoli Stati (MRCC), che al di fuori delle rispettive acque territoriali ( 12 miglia dalla costa) si rimbalzano la competenza degli eventi SAR o negano che ricorrano situazioni di distress, tali da imporre interventi immediati in acque internazionali a salvaguardia della vita umana.

Anche quest’anno decine di migliaia di persone sono state bloccate in acque internazionali della sedicente Guardia Costiera Libica, supportata dalle unità aeree di Frontex, agenzia dell’Unione Europea, e riportate in Libia dove sono state esposte ad altri abusi e ad altre estorsioni da parte dei trafficanti e da parte delle milizie che controllano i centri di detenzione in quel paese. Per questa ragione non si può sostenere che una maggiore collaborazione con i libici diminuirebbe il numero delle vittime, perché è incontrollabile il numero delle persone che, dopo essere state intercettate in mare, vengono riportate nei campi di detenzione in Libia dove perdono la vita o subiscono lesioni permanenti che ne compromettono le residue possibilità di vita. L’unica soluzione possibile oggi è l’apertura di canali legali di evacuazione dalla Libia, anche attraverso la concessione di visti di ingresso per motivi umanitari, e la chiusura dei centri di detenzione gestiti dalle milizie. Le morti in mare non sono tragedie, ma crimini, come ha recentemente affermato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli,

Purtroppo tanto la politica nazionale, al pari dell’opinione pubblica, quanto l’Unione Europea, ormai condizionata da paesi a guida sovranista e nazionalista, si dimostrano indifferenti rispetto a queste stragi di innocenti, stragi annunciate, di persone che fuggono da guerre, persecuzioni e miseria, e che cercano salvezza affidandosi a trafficanti, in mancanza di qualsiasi alternativa legale di attraversamento delle frontiere. Gli Stati europei si propongono piuttosto di intensificare gli accordi con i paesi terzi, come si vorrebbe fare con il governo di Tripoli per instaurare un vero e proprio “blocco navale”.

L’Unione Europea continua a finanziare l’agenzia Frontex, da tempo al centro di documentate denunce per la sua gestione opaca e talora violenta dei respingimenti nei confronti dei migranti che vengono intercettati in mare. Si deve ancora ricordare come siano proprio mezzi aerei di Frontex, dopo il ritiro di tutte le unità navali europee, a collaborare attivamente con la sedicente guardia costiera “libica” per segnalare le imbarcazioni in fuga dalla Libia e facilitare quindi, anche in acque internazionali, le attività di intercettazione e di respingimento “su delega” che le motovedette libiche, in gran parte fornite dall’Italia e oggi sotto controllo della Turchia, svolgono sulle rotte del Mediterraneo centrale.

Gli obblighi di ricerca e salvataggio non sono soltanto imposti dal diritto internazionale ma costituiscono anche precisi doveri a carico degli Stati in base alla normativa interna che questi si danno in materia di assistenza delle persone in pericolo in mare. Per effetto degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione Italiana tanto il legislatore interno quanto le autorità marittime sono tenute al rigoroso rispetto delle prescrizioni derivanti dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare, come la Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 UNCLOS definita come convenzione di Montego Bay, la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) e la Convenzione ricerca e salvataggio( Sar) di Amburgo del 1979 che è alla base del Piano Sar Nazionale secondo le regole guida del Manuale internazionale IAMSAR.

Nell’ applicazione delle norme cogenti derivanti da queste Convenzioni occorre anche considerare la Convenzione di Ginevra del 1951 a tutela dei rifugiati perché da questa Convenzione si ricava il fondamentale principio di non respingimento (articolo 33) secondo il quale nessuna persona può essere respinta verso un paese nel quale rischia la vita o la integrità fisica. Questa norma, se incrociata con le prescrizioni di diritto internazionale del mare, assume particolare rilievo quando si pensa che nel Mediterraneo centrale la maggior parte delle attività di respingimento, adesso delegate alla sedicente Guardia Costiera Libica e in parte promosse anche dalle autorità di Malta, che hanno stipulato appositi accordi con il governo di Tripoli, sono attività che hanno come target persone in fuga dalla Libia dove hanno subito abusi di ogni genere e dove questi abusi ritroveranno se saranno riportate indietro, magari con la collaborazione delle autorità italiane, maltesi o europee. Ma anche chi fugge dalla Tunisia ha diritto di essere soccorso in mare e non può essere costretto a pagare con la vita il tentativo di sopravvivenza ad una crisi economica devastante che attanaglia quel paese. Gli obblighi di soccorso in mare non vengono meno a seconda delle persone da salvare o degli accordi tra Stati.

 

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