Il 15 dicembre del 1972 fu approvata la legge sull’obiezione di coscienza che permise ai giovani che, per diverse motivazioni personali, avvertivano una profonda contraddizione nel dover assolvere all’obbligo del servizio militare, di poter svolgere un servizio civile alternativo. Così dal 1973 al 2005 (anno di sospensione del servizio militare obbligatorio) furono quasi 800.000 i giovani che ne usufruirono e potettero operare per il bene della società in maniera nonviolenta invece di imparare a uccidere.

Sin dall’Assemblea Costituente ci si era posti il problema di riconoscere a livello legislativo l’obiezione di coscienza e numerose, nel corso di 25 anni, erano state le proposte di legge in tal senso, ma nessuna era andata a buon fine.

Nel corso degli anni si erano avuti singoli casi di obiettori che si erano rifiutati di svolgere il servizio militare affrontando il carcere anche più di una volta. Diversi erano i loro orientamenti: cattolici, evangelici, pentecostali, anarchici, antimilitaristi, nonviolenti, laici. È giusto ricordare anche gli innumerevoli Testimoni di Geova che obiettavano in silenzio perché hanno sempre ritenuto il servizio militare incompatibile con la loro religione.

Molte, inoltre, erano state le prese di posizione importanti. Ma tutto ciò non aveva prodotto risultati legislativi.

Gli obiettori, con le loro azioni individuali, avevano senz’altro espresso un gesto di coerenza e avevano contribuito a ‘smuovere le acque’ e a sensibilizzare delle coscienze, ma non avevano ottenuto risultati politici anche perché, tranne i casi di Pietro Pinna, Giuseppe Gozzini e Fabrizio Fabbrini, non avevano avuto molta risonanza presso l’opinione pubblica.

Si doveva, quindi, esercitare la massima pressione per fare approvare una legge sul Servizio Civile Alternativo. L’Italia era tra i pochissimi paesi europei nei quali non esisteva ancora una legge che riconoscesse l’obiezione di coscienza, pur se numerose proposte giacevano in Parlamento. In Europa avevamo la triste compagnia solo di tre stati dittatoriali – Grecia, Spagna e Portogallo – e della Turchia.

Nell’ambito dei movimenti nonviolenti, pacifisti e antimilitaristi – tra i quali un ruolo di primo piano ebbe il Partito Radicale presso la cui sede, in via di Torre Argentina a Roma, fu istituita una segreteria di collegamento – si decise di intensificare la battaglia con obiezioni collettive che vennero pubblicizzate al massimo con conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche.

Il 9 febbraio 1971 otto giovani, prima di affrontare il carcere, durante una conferenza stampa, fecero la prima dichiarazione collettiva di obiezione di coscienza spiegando il loro rifiuto con argomentazioni sociali e politiche.

Il 20 febbraio 1972 si svolse a Roma, in piazza Navona, la prima manifestazione nazionale per l’annuncio di un’obiezione di gruppo. La manifestazione iniziò con un falò per bruciare dei volantini inneggianti alle Forze Armate che, provocatoriamente, erano stati fatti trovare in piazza; poi nove giovani manifestarono il loro rifiuto di prestare il servizio militare con una dichiarazione comune.

Il 30 giugno 1972 a Roma, durante una conferenza stampa presso la sede del Partito Radicale, si tenne la terza dichiarazione collettiva di obiezione di coscienza da parte di dodici giovani che, oltre a rendere noto un proprio documento, firmarono quello di febbraio proprio per evidenziare la continuità del loro rifiuto con quello precedente allo scopo di proporre un rifiuto di massa dell’esercito ed evitare «l’emarginazione degli obiettori nel ghetto degli esaltati o dei tarati asociali».

Qualche mese dopo si tenne una quarta obiezione di coscienza collettiva.

Queste decine di obiezioni furono supportate da forti movimenti di opinione pubblica, marce antimilitariste, sit-in, digiuni, volantinaggi, invio di migliaia di cartoline ai presidenti di Camera e Senato,

Vi fu, infine, dal 1° ottobre al 7 novembre 1972, un lunghissimo digiuno (38 giorni!) di Marco Pannella e Alberto Gardin e di circa 150 militanti radicali e nonviolenti per complessivi 1300 giorni di digiuno. Almeno dieci di loro superarono i 20 giorni.

Ciò sbloccò, finalmente, le ‘resistenze’ parlamentari e il 15 dicembre del 1972 si arrivò all’approvazione della legge.

In conclusione: servono le azioni individuali ma i risultati politici si ottengono con le azioni politiche collettive. È importante che ciascun movimento abbia una propria specificità e continui con le proprie esperienze, le proprie azioni. Queste differenze costituiscono una ricchezza perché vuol dire che ogni gruppo è calato nei quartieri, tra la gente, nel proprio territorio. Ma, per alcuni importanti obiettivi comuni, è necessario unirsi. Uniti si vince!

Quest’anno ricorre il 50° anniversario dell’approvazione della legge. Diverse sono le iniziative per celebrarlo:

– E’ in continua costruzione il sito www.obiezionedicoscienza.org nel quale vengono pubblicati documenti, testimonianze, immagini su obiezione di coscienza e servizio civile.

– Al seguente link https://archivio.serenoregis.org/index.php?title=Pagina_principale è stato pubblicato il Progetto «Signornò! Torino, città protagonista della storia dell’obiezione di coscienza in Italia» che offre, attraverso una valorizzazione dei fondi archivistici del Centro Studi Sereno Regis, uno strumento di indagine e approfondimento della storia dell’obiezione di coscienza, proponendo un doppio sguardo: uno rivolto all’Italia, l’altro a Torino.

– Ancora, il 4 giugno, a Roma, nell’ambito del Festival del libro per la Pace e la Nonviolenza (https://www.eirenefest.it/) si terrà un Convegno su obiezione di coscienza e servizio civile al quale parteciperanno obiettori, storici e diverse personalità per presentare libri sull’argomento e ricostruire l’iter che portò all’approvazione della legge, dialogando con i presenti che verranno invitati a interagire (https://www.eirenefest.it/evento/convegno-su-obiezione-di-coscienza-e-servizio-civile/).

Claudio Pozzi