“Colui che ha una buona coscienza, possiede una pessima memoria”

Les Luthiers

Ad eccezione del nostro cervello, quello del resto degli animali ha già una routine anticipatamente programmata dalla propria genetica. È ciò che fa sì, per esempio, che per un orso sia impossibile vivere nel deserto o per un cammello nella foresta. Salvo per noi, queste prescrizioni sono un vantaggio per tutti loro perché appena nati sanno già cosa fare e la maggior parte delle cose la apprendono non appena aprono gli occhi. Tuttavia, non hanno ben sviluppato la capacità di adattarsi ad ambienti diversi da quelli a cui erano stati preparati. Ad eccezione delle funzioni basilari, che condividiamo con tutti gli animali (come respirare, piangere, mangiare, ecc.), noi esseri umani riusciamo ad adattarci a molteplici ambienti e situazioni, qualitativamente migliori o peggiori. Il nostro cervello è elastico, ma ha bisogno di molto tempo per imparare.

Proprio come gli esseri umani, anche gli animali compiono complesse operazioni che rispondono ad istinti tanto interni quanto esterni per reagire in base alla situazione. Sono le emozioni che proviamo. Se c’è il fuoco, bisogna scappare. Se c’è del cibo, restare. Se c’è un pericolo, difendersi. Oppure, come direbbe Julieta Venegas: se c’è amore, affezionarsi.

Tutti gli esseri viventi rispondono in modo naturale alle diverse situazioni che oscillano dalla scala del piacere a quella del dolore. Tuttavia, per quanto siano complesse le operazioni di ogni animale, nessuno – salvo gli esseri umani – è consapevole della propria esistenza. Intendo dire che io so che chi è seduto a questa scrivania a scrivere questo testo sono io, e devo essere io, perché io sono qui. Sperimento la mia esistenza. Non sono qualcun altro. In questo momento il mio cane, casualmente, sta abbaiando e cercando di prendere il gatto che gli sfugge e cammina sui cornicioni, ma nessuno dei due sa chi è. La loro coscienza è così semplice che non hanno bisogno di saperlo. Tutti gli animali potrebbero avere un’attività cerebrale, ma non lo sapremo mai per il semplice fatto che non possiedono il concetto di identità e non possono esprimerla. Hanno coscienza della propria individualità biologica, ma non della propria identità.

Ciò significa che da quando è subentrata la coscienza, soprattutto quella complessa come la nostra, sono apparsi anche i primi “padroni” della vita. Fino a quel momento, la Natura era priva di dominatori. Tuttora il resto degli esseri viventi, fatta eccezione per noi umani, continua a non averne. Deve essere stato vantaggioso, per la Natura, introdurre in un essere vivente come l’Uomo una coscienza tanto vasta da permettere di conoscere i sentimenti generati dalle emozioni. Conoscerli deve essere stato utile per vivere. Se noi esseri umani siamo in grado di riflettere mediante i complessi meccanismi cognitivi, tutto il resto deve reagire istintivamente. Ciò nonostante, come noi, producono degli strumenti, comunicano con i loro simili attraverso simboli o gesti, padroneggiano dei comportamenti, hanno delle leggi che regolano la loro riproduzione, convivono e sopravvivono senza alcuna idea di ciò che è bene e ciò che è male, pensando in una maniera più elementare rispetto agli esseri umani. Tutto questo perché la loro vita si limita a comprendere la realtà, mentre la nostra supera il mondo materiale, liberando l’immaginazione dal dominio della metafora, come in questo stesso racconto. Questo è una meraviglia, anche se non riusciamo a valorizzarla. Ricordare il passato e immaginare il futuro deve aiutare a governare la vita.

Foto di Ricardo Kleine Samson

Noi ci trasformiamo grazie all’elasticità del nostro cervello, ma giustamente ciò che siamo non è la conseguenza di ciò che ha progettato il nostro cervello, bensì di quello di cui si è liberato. Il nostro spirito di adattamento è tale in ciò che concerne la nostra crescita e il nostro sviluppo in un ambiente biologico e culturale determinato, scartando il resto delle infinite possibilità di adattamento in altri luoghi. È quello che succede con la lingua: possiamo apprenderne una qualsiasi, ma appena imparata, diventa più difficile apprenderne altre. È evidente se pensiamo che a 2 anni il nostro cervello ha più di 100 milioni di collegamenti cerebrali (sinapsi) che aspettano di apprendere le corrispondenze, mentre nell’età adulta se ne contano meno della metà. Il cervello affina sempre di più le sue operazioni. Richiede esperienza, ma continua ad essere flessibile e non smetterà mai di esserlo. Tu sei il risultato di tutte le diverse persone che hai dovuto essere per arrivare a quel che sei oggi. I tuoi valori e i tuoi sguardi attuali sono differenti da quelli della tua infanzia o della tua adolescenza e la storia che puoi raccontarci oggi sarà completamente diversa da quella che avresti raccontata a 10, 30 o 50 anni, nonostante tu pensi il contrario. È tutto dovuto alle nostre esperienze personali che lasciano le impronte e ci trasformano in qualcosa di nuovo ogni volta. Ma anche perché i neuroni che sono stati usati per i ricordi dei tuoi 10 anni, adesso sono occupati da altri ricordi che aggiornano la tua personalità, rendendoli un po’ più sbiaditi e più difficili da riportare al presente, se non con un po’ di immaginazione. Come dice David Eagleman: “Il nemico di un ricordo non è il tempo, bensì gli altri ricordi”. Siamo un’unica persona che è stata, allo stesso tempo, tante altre: alcune dimenticate, altre inventate, ma tutte diverse tra loro. Il poeta nordamericano Walt Whiteman riassume perfettamente il concetto in questa frase: “Io mi contraddico? Beh, sì, mi contraddico. E allora? Io sono immenso, contengo delle moltitudini”.

La sua autobiografia, mi riferisco a quella di Whiteman, è fatta di ricordi personali, sociali e amorosi, di vissuto, di esperienze, di sogni realizzati e progetti da portare a termine. E nel mezzo, dato che la memoria non può ricordare tutto, ci sono molti elementi di finzione che servono a dare coerenza al testo. Semplicemente perché il nostro cervello non tollera le incoerenze per cui inventa alternative per evitarle. Tu sei tutto questo, con una coscienza.

La coscienza più profonda che ci permette di esistere è nata timidamente nella nostra biologia a partire dalla savana dell’Africa originaria centinaia di milioni di anni fa, insieme alla nostra capacità di esprimere i sentimenti, oggetti o eventi, vicini o lontani, in forma di parole simboliche che si sono moltiplicate nella comunità di parlanti e che lentamente si sono sommate ai gesti e ai suoni con i quali comunicavano fino a quel momento. I cambi morfologici per adattarsi che hanno subìto le nostre gambe, la modifica della laringe per facilitare la fuoriuscita delle parole, lo sviluppo del cervello e i suoi cambiamenti neurologici, l’aumento della sua complessità, come la formazione dell’area di Broca che ha aperto la strada alla lingua e quella di Wernicke che dà senso alle parole, oltre agli altri cambi geografici avvenuti nello stesso tempo, hanno facilitato il poter parlare di sé stessi. Ciò nonostante, naturalmente, di fronte ai fatti emersi dalle trasformazioni morfologiche alle quali abbiamo dovuto adattarci per arrivare allo stato attuale della nostra coscienza, mai avremmo immaginato questi risultati, dato che il caso non lascia tracce del suo passaggio. Ma è comunque importante. Questo innovativo modo di esprimersi, forse inizialmente tra madre e figlio o durante la cura della coppia, ha contribuito a sviluppare le abilità narrative della memoria per ricordare, inoltre, il concetto delle nuove parole entrate a far parte della comunità. Ciò ha permesso di far emergere l’Io che viveva in ognuno di noi e che di sicuro sarà presente anche nel resto degli animali, anche se inconsapevoli di saperlo. Parlare del passato e del futuro, di sé stessi o degli altri, è diventato più facile. Senza le interazioni sociali non sarebbe apparsa una coscienza del Sé tanto complessa come la nostra.

A partire da allora, un bambino poteva inventarsi amici immaginari per giocare e parlare, e un adulto pensare a una storia d’amore di coppia o progettare una nuova idea nel suo cervello. Oppure, ancora, vedere angeli ed entità superiori, ciò che di per sé non ha conferme di esistere. Tuttavia, sicuramente è il mistero delle loro apparizioni a doverci inquietare ed aiutarci a imparare a fuggire dalle superstizioni, in quanto l’unico modo per spiegare un miracolo, è solo attraverso un altro miracolo.

Attenti a queste persone… non si sa che cosa vogliono”, canta Alejandro del Prado in “Los locos de Buenos Aires”.

epigrafe de prueba
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Bibliografia: “L’universo della coscienza”, G. Edelman e G. Tonini | “Il cervello di Broca”, Carl Sagan | “Il cervello”, David Eagleman | “L’errore di Cartesio”, Antonio Damasio | “Emozione e coscienza”, Antonio Damasio | “Chi comanda?”, Michael Gazzaniga | “Menti selvagge”, Marc Hauser.

Traduzione dallo spagnolo di Caterina Mauriello. Revisione di Thomas Schmid.